Lettera di un commerciante: a Cosenza tutti paghiamo il pizzo

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La persona che scrive ci ha chiesto, come tanti, di restare anonimo. A tutela della sua incolumità per quello che leggerete. Specifichiamo ancora una volta: le lettere che arrivano in redazione per essere pubblicate devono essere firmate e munite di un recapito telefonico. Tuteliamo chi lo chiede. E siamo sempre disponibili a fornire, qualora ne facciano richiesta, le generalità alle autorità competenti.

Lo so che non è corretto non firmarsi apertamente, ma non lo nego, ho paura. E’ una vita che vivo nella paura. Mi scuso con chi legge per l’anonimato, ma capite che essere commerciante a Cosenza e denunciare a viso aperto tutto lo schifo a cui siamo sottoposti ogni giorno, non è cosa facile.

Tasse, vessazioni continue da parte delle banche, strozzini sempre dietro la porta, e per finire la tangente. O pizzo se preferite, la tassa delle tasse, che a Cosenza, checchè se ne dica, la pagano tutti.

Anche adesso che tutto sembra calmo in città. Gli ultimi arresti hanno portato una boccata di ossigeno a molti, ma purtroppo l’ossigeno è durato poco. E nonostante l’attenzione dell’antimafia sulla nostra città, i clan a Cosenza si sono riorganizzati, e nuovi emissari si sono presentati alle nostre porte.

Bisogna aiutare gli amici che stanno in galera mi hanno detto. E siccome io sono sempre stato uno che ha pagato senza fiatare, i nuovi “amici” hanno deciso di premiare la mia fedeltà. Invece di 8000 euro all’anno che generalmente pagavo, hanno deciso di farmi lo sconto, solo 5000 euro all’anno.

Da pagare in comode rate da 400 euro mensili, oppure in tre soluzioni: due rate da 1500 (Pasqua e Ferragosto), e una da 2000 euro a Natale. Ovviamente tutto incluso, protezione, assicurazione contro incendi e furti, e soprattutto è garantita la mia incolumità e quella della mia famiglia.

Questa volta mi hanno assicurato che a differenza di come succedeva prima, nessun altro si presenterà alla mia porta. Ora, dicono, a Cosenza ci sono solo loro. E solo a loro bisogna pagare. E così dopo qualche mese di relativa calma, ritorna l’incubo.

Lo so che bisogna denunciare, ma non me la sento, ho paura di restare solo come è già capitato a chi ha intrapreso questa strada. Molte volte, presi dalla disperazione, io e mia moglie ci siamo detti: ora basta, domani andiamo in procura e li denuncio a tutti, ma non siamo mai riusciti a varcare la soglia del tribunale. Sono le conseguenze che potrebbe portare questo gesto a terrorizzarci.

Ho due figli, uno di 20 anni e l’altro di 16. E la sera il grande, come tutti ragazzi della sua età, è abituato ad uscire e a rientrare tardi. Viviamo nel terrore che possa succedergli qualcosa. Il solo pensiero che possano correre dei rischi, mi mette i brividi. Perché ogni volta penso: chi garantisce la mia e la loro incolumità?

Per questo non riesco mai a prendere una decisione che sia quella e basta. Io ho fiducia nelle istituzioni, ma non in quelle che ci governano a Cosenza. Ho sentito troppe storie raccontate dai miei colleghi a cui proprio le “istituzioni” hanno consigliato di non denunciare, pagare e stare tranquilli. Questa affermazione per quanto è forte tanto è vera. Come è vero che tutti noi paghiamo la tangente. E non la dico per giustificare la mia pavidità che ho ammesso.

Nessuno può negare che spesso nelle nostre attività si presenta sempre qualcuno delle “istituzioni” mandato dagli amici degli amici, a cui bisogna applicare uno “sconto” speciale.  E questo mi crea non pochi problemi. Perchè se dovessi rivolgermi alle “istituzioni” sbagliate, potrei correre seri rischi.

Non è solo la mancanza di fiducia nel nostro tribunale ad impedirmi di fare il mio dovere di cittadino, ma anche la scarsa solidarietà che esiste nella nostra categoria. E lo dico a ragione perché io stesso pratico il non vedo, non sento, non parlo.

Chi ha denunciato è sempre rimasto solo. Trattato dagli altri colleghi come un appestato. Uno da cui stare lontano. Un portatore di guai. Uno che è nel mirino perciò è meglio non solidarizzare con lui. Ed è così che io mi sono comportato con chi ha avuto il coraggio di denunciare. Di questo mi vergogno ogni santo giorno.

Avrei dovuto esprimergli tutta la mia gratitudine e restare al suo fianco, ed invece ho preferito accogliere i  miei carnefici, ed allontanare i veri amici. La paura di essere identificato, dai miei oppressori, come l’amico di chi se l’è cantata con gli sbirri, come dicono loro, mi ha pietrificato. Ho paura, che posso fare? E’ squallido quello che sto per dire ma così è: preferisco comprarmi la tranquillità.

Preferisco dare 400 euro al mese a questi criminali, e la sera dormire tranquillo. Ho imparato in tutti questi anni di sottomissione a tenere a bada la mia coscienza. A costruirmi finte ragioni pur di non mortificare la mia dignità. Che evidentemente più non ho. Non auguro a nessuno di vivere questa situazione. Mi sento complice.

E’ come se facessi anche io parte del loro clan. Perché li nascondo, li proteggo, li pago. Ma sembra non esserci altra possibilità, se non quella di dover decidere tra il togliersi una pena e sostituirla con un’angoscia. Non riesco a vedere un lieto fine a questa nostra condizione. Che in tanti vivono come la vivo io, con sofferenza.

Mi scuso per lo sfogo e per l’anonimato. Sentivo il bisogno di comunicare anche a voi tutti questo mia amarezza. Ho sentito forte più che mai il bisogno di fare uscire le mie parole al di fuori delle mura della mia casa. E per un pavido come me trovare il coraggio di spedire una lettere a Iacchitè, è stato uno sforzo enorme. E sono contento di averlo fatto. Mi ha fatto bene, perché, mentre la scrivevo, dopo tanti anni, mi sono di nuovo sentito un uomo libero.

Lettera firmata