Lettere a Iacchite’, blitz antidroga. Nadia Perna: “Violati i nostri diritti”

Egregio direttore, mi scusi il disturbo ma vorrei chiederle la possibilità di rendere pubblica una vicenda che ha interessato la mia famiglia. Questa mia lettera avrei dovuto indirizzarla al diretto interessato, ma so, mio malgrado, come funziona la “stampa” a Cosenza. E quello che sto per dire dimostra senza ombra di dubbio come alcune persone che si definiscono giornalisti, in realtà altro non sono che degli asserviti al potere di turno. Perciò ho deciso di rivolgermi a lei, perché so che non censurerà questa mia lettera.

Veniamo ai fatti: tra i destinatari di una ordinanza agli arresti domiciliari, nell’operazione condotta dai carabinieri ieri, e denominata Mater, vi è anche mio marito, Alfonsino Falbo.

Era notte fonda quando ho sentito suonare il citofono. Mi alzo, chiedo chi è, e mi rispondono: carabinieri. Ho subito aperto la porta e ancora un po’ frastornata dal sonno e dall’orario, ho chiesto: cos’è successo? Gli stessi mi comunicano che devono procedere all’arresto di mio marito e perquisire l’appartamento. E mi mostrano i vari mandati. Senza commentare quando stava accadendo, ho lasciato entrare i carabinieri.

Al loro seguito vi era un tizio, riconosciuto dopo come tale Pippo Gatto, munito di telecamera che effettuava riprese. Ho chiesto se il signore fosse un carabiniere, e la risposta è stata: è un giornalista di una testata che si chiama “Nuova Cosenza”.

Accertato questo, ho esposto al signore in questione e agli ufficiali dei carabinieri presenti, la mia ferma volontà di non essere ripresa, vietando l’ingresso al “giornalista” all’interno della mia abitazione. Capisco i carabinieri che svolgono il loro lavoro, ma è anche un mio diritto e della mia famiglia autorizzare o meno le riprese. Ed ho più volte espresso la nostra volontà al signor Pippo Gatto di non riprendere né il mio appartamento né la mia famiglia. E per evitare questo, dopo aver fatto entrare i carabinieri ho chiuso la porta d’ingresso.

Ma neanche il tempo di girami che “qualcuno” ha riaperto la porta permettendo al soggetto di riprendere tutte le fasi della perquisizione e dell’arresto di mio marito, mostrando a tutti, in un video pubblicato sul suo sito, la mia camera da letto, la mia cucina, e ogni altra forma di “intimità familiare” violata da questo soggetto.

Ho chiuso più volte la porta d’ingresso, ma “qualcuno” ha continuato ad aprirla, per permettere le riprese. A niente sono servite le mie rimostranze, nonostante fosse palese a tutti la violazione di un mio diritto costituzionale. Ho più volte chiesto al “giornalista” di non riprendere la mia casa, ma forte dell’appoggio di “qualcuno” ha continuato con spregio a mortificare la dignità mia e della mia famiglia.

Mi chiedo cosa c’entra mostrare la mia casa, il mio armadio, le mie pentole, i miei cassetti, al pubblico, con l’indagine e l’inchiesta in corso? Capisco la ripresa dell’arrestato che esce dal comando dei carabinieri, come capisco il diritto di cronaca, ma le immagini della mia famiglia e della mia casa in tutto questo cosa c’entrano?

Ritengo di aver subito un abuso che lede la dignità e il decoro della mia famiglia, e per questo chiederemo i danni nelle sedi opportune a questa specie di giornalista. Ma vorrei anche capire, nonostante le mie rimostranze, chi ha permesso a questo soggetto di continuare a fare quello che non poteva fare. E’ quantomeno strano che chi è preposto a far rispettare la legge poi non si preoccupi di farla rispettare a tutti.

Voglio aggiungere un’altra cosa, sottolineando che in questa operazione non esiste nessun clan Perna, così come ha scritto sempre il giornalista in questione. Capisco che per acchiappare qualche click bisogna spararla grossa, ma dire le bugie non è giusto. Mettere ogni volta in mezzo mio padre che sta scontando una pena all’ergastolo, in fatti che neanche minimamente lo sfiorano, non solo è sinonimo di accanimento ingiustificato, ma è anche cattiva informazione, perché non corrisponde al vero. Tant’è che gli stessi magistrati, in questa operazione non parlano di clan o di organizzazione mafiosa.

La ringrazio per l’attenzione che vorrà dare a questo mio scritto.

Nadia Perna