Lettere da Milano. Mangiando pane e razzismo (di Franco Dionesalvi)

Lettere da Milano

 di Franco Dionesalvi

Mangiando pane e razzismo

– Sono riuscito a infiltrarmi nel corteo delle persone che si recavano in piazza Duomo, per il comizio di Salvini che chiudeva la campagna elettorale. In queste cose mi agevola la mia capacità di scimmiottare la gran parte dei dialetti della penisola. Davanti c’erano solo le bandiere nuove della Lega, come aveva ordinato il capo; ma dietro spuntavano quelle storiche, in cui campeggia la scritta “Nord” cara ai fondatori del partito. E poi, dopo un bicchiere di vino, si sono lasciati andare. Che il problema vero, mai risolto, sono i meridionali. Che si sono infilati dappertutto, e sono dei vagabondi e dei truffaldini. Ma, soprattutto, puzzano. C’è di che andare orgogliosi, a Cosenza, per aver eletto Salvini come rappresentante al Parlamento.

– Un esponente politico di sinistra, di Cosenza, mi dice: “Questo dell’immigrazione è un tema delicato, i flussi migratori vanno regolati, occorrono misure politiche serie, perché la gente ha paura”. E infatti diversi amici, anche di quelli che hanno votato Pd, e persino qualcuno che ha votato LeU, mi dicono che stanno invadendo tutto, che vicino casa loro non ce li vogliono, che la sera i loro ragazzi non possono più uscire tranquilli. Ma paura di che? Regolare cosa? Come si fa a non vedere la disperazione di costoro che muoiono a migliaia nel tentativo di raggiungere un approdo che dia loro una speranza, e l’orrore che siamo noi che ci commuoviamo se un gattino è salito sul tetto e rischia di cadere, e poi contro questi nostri fratelli erigiamo i muri, e mandiamo le navi militari a respingerli?

Mi trovo in un treno locale nella campagna del Molise, che viaggia praticamente nel nulla, in questi posti in cui ancora i treni vanno a cinquanta all’ora, quando ci sono. Sale un barbone; anzi, prova a salire. Il capotreno, che lo conosce e sa che è senza biglietto, lo respinge. Lui prova a questuare un po’ di soldi dai rari passeggeri, ma non raccatta niente e rinuncia. Trova in me uno sguardo complice, e allora attacca bottone. Mi racconta in pochi minuti dei suoi viaggi a Roma, città mitica in cui ci sono i ristoranti in cui un piatto di pasta devono dartelo anche se non hai soldi, e poi le donne mostrano le gambe. Poi di come dalle sue parti si vive solo di agricoltura, e la gente manca di intelligenza. Poi dello Stato, che non si preoccupa dei loro problemi, che non fa niente. Ma infine, conclude, il problema vero sono gli immigrati. Mah!

Vado a Firenze. C’è una manifestazione nazionale, indetta dai senegalesi. Con tanti italiani che partecipano. Discorsi, cori. Ma poi canti, danze, preghiere. Sarà la luce della sera, ma appare davvero difficile capire chi è italiano e chi è senegalese, chi è regolare e chi è irregolare, chi è bianco e chi è nero. Siamo lì per commemorare Idy, un uomo che è stato ucciso da un tale che è uscito da casa con una pistola, dicendo che voleva suicidarsi, ma poi ha preferito uccidere uno a caso. Ma, chissà perché, lo ha scelto nero.

I discorsi che si fanno sugli extracomunitari che ci invadono e ci derubano, ci violentano, ci tolgono il lavoro, non esprimono opinioni politiche, ma fobie irrazionali. Non meritano rappresentanza in parlamento, vanno trattati psicoanaliticamente. L’arrivo dei migranti rimane l’unica speranza di sopravvivenza e di rigenerazione della nostra civiltà occidentale, che sta morendo.