Lettere a Iacchite’: “Non venite in Calabria, in Calabria si muore: vi racconto l’odissea di mia figlia Carol”

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Buongiorno,

vorrei dare un titolo a queste mie poche righe: “non venite in Calabria”, ma per davvero! Il 18 settembre 2017, arriviamo al Pronto soccorso dell’Ospedale civile dell’Annunziata di Cosenza, trasferiti dall’Ospedale civile di San Giovanni in Fiore. La bimba, sei mesi, cardiopatica, ha subito ricevuto le prime cure nel pronto soccorso pediatrico.

A far da padrona l’arroganza dei dottori tutti e la scarsa professionalità: tutto il reparto ha provato invano a prendere gli accessi venosi di Carol. ancora oggi presenta significativi lividi su le braccia. Hanno persino provveduto a costruire una stecca rudimentale a sostegno del braccio, affinché non lo muovesse. risultato? Dopo un giorno, braccio e spalla gonfissimi. Riprovano a scovare altri accessi venosi (ascella, testa, piedino), tutti inutili.

Io e mio marito, molto infastiditi abbiamo iniziato ad opporci a questi tentativi poco professionali, fino a quando si sono degnati di chiamare il personale del reparto di neonatologia per far si che questo benedetto accesso venisse preso nel modo corretto. Il 19, vista la brutta nottata che la piccola ha trascorso, viene trasferita al piano superiore (reparto di neonatologia).

Ad accoglierci infermiere poco garbate, che appena hanno saputo che noi siamo i cugini di una loro ex collega, sono diventate le nostre migliori amiche. Ad onor del vero persone umili, buone, gentili, ma poco professionali. Carol, ormai senza voce, per i pianti inconsolabili che avevano fatto da padrone, per il dolore acuto assaggiato, trascorre altri 3 giorni in questo reparto. Ogni giorno la pressione psicologica da parte dei dottori (cardiologa in primis), è molto pesante. Ci accusavano di poca attenzione nei confronti di nostra figlia, in quanto avevamo deciso (in quanto cardiopatia congenita) di farla nascere a Bologna e non a Cosenza dove hanno diagnosticato per la prima volta la cardiopatia.

La sfida con il Sant’Orsola ha inizio. “Al Sant’Orsola vi hanno sbagliato la diagnosi, siamo stupiti che adesso vi trovate qui a voler ricevere le nostre cure, se avete, in passato, preferito il Sant’Orsola a noi…”. Mi fermo qui, può bastare! Insomma, intanto, la situazione di Carol andava via via peggiorando. Io ero in contatto con il Sant’Orsola che aspettava che l’Ospedale di Cosenza decidesse, come più volte da me chiesto, di attuare il trasferimento.

Il 21 settembre, non ce l’ho più fatta e mi sono messa ad urlare chiedendo il trasferimento per Bologna. Mi hanno tutti deriso, umiliata con parole a dir poco professionali. una delle frasi più dolci è stata questa: “signora, ma che crede? Che possiamo fare un trasferimento per Bologna così? Il nostro elicottero del 118 arriva fino a Napoli o Roma (al Gemelli)!” Io ho chiesto se fosse possibile, vista la gravità, far intervenire l’aereo di Stato per Carol. Anche qui risposta negativa: “ma, signora, forse non ci siamo capite, Bologna (che tra l’altro ha anche sbagliato la diagnosi di sua figlia (!!!) se la può scordare”.

Da qui la competizione unilaterale con Bologna! Io, presa dal panico, ho chiesto aiuto al Presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, il quale, al mio grido disperato ha dato subito ascolto. In men che non si dica la Prefettura era al corrente, l’aereo dell’ Aeronautica Militare era pronto per noi. Anche il sindaco della nostra città si stava mobilitando per questo. Ci siamo riusciti.

Quando ho riferito il tutto ai dottoroni, si sono mostrati tutti molto gentili ed hanno provveduto a compilare tutta la documentazione del caso. Nel primo pomeriggio, nel preparare Carol per caricare la culletta in ambulanza, accade un altro fatto molto increscioso: attaccano la bimba ad una bombola di ossigeno che è quella che può essere caricata sui mezzi di trasporto, ma la saturazione scendeva sempre più… fino a raggiungere il 9%. Io urlavo, Carol aveva fame d’aria, non respirava più. Urlavo affinché la riattaccassero a l’ossigeno che aveva avuto fino a quel momento.

Entra nella stanzetta un buon signore, un Santo mandato dal cielo (l’autista del 118) che fa notare al medico che la bombola di ossigeno era chiusa! Alle 16:30, grazie a Dio, lasciamo l’Annunziata. Alle 20 siamo arrivati al Sant’Orsola, dove c’erano ad accoglierla i dottori e tutti gli operatori di una gentilezza e professionalità disarmante. Nel salutare il dottore e l’infermiera che ci hanno accompagnate in aereo, succede un’altra cosa molto disarmante. Il dottore fa una proposta: “signora, le lascio tutta l’attrezzatura, la valigetta per l’intubazione, i monitor, la culletta, il saturimetro ecc… magari poi li riporta lei in ospedale a Cosenza, quando ritorna giù…”.

Ebbene si, hanno abbandonato gli strumenti da lavoro lì, io non so che fine abbiano fatto, non so dove li hanno poggiati… So solo che se dovessero servire ad un altro bimbo, non ci sono più. Oggi, Carol è viva grazie al Sant’Orsola, grazie a la tecnologia de l’ECMO (in Calabria non sanno nemmeno cos’è), la ripresa sarà lunga, ma ce la stanno mettendo tutta e senza presunzione, con professionalità e amore. E intanto… in paesi come San Giovanni in Fiore (CS), il tutto è motivo di gossip! Non venite in Calabria. In Calabria si muore!

La mamma di Carol