Lettere da Milano (di Franco Dionesalvi) 1. A Ciambra

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Lettere da Milano

di Franco Dionesalvi

  1. A Ciambra

Certo è strano vedere “A Ciambra” in una sala off a Milano.

Lo è perché tutti leggono attentamente i sottotitoli, e tu invece capisci direttamente la lingua del film, cosa che quando il film è in inglese non ti succede mai.

Lo è perché nel film tu e gli spettatori che ti stanno intorno dovreste identificarvi negli “italiani”, ma gli unici che vi compaiono sono i mafiosi (a parte i carabinieri), e allora lo spiazzamento accade e fai fatica a vedere nei rom i soliti criminali contrapposti ai buoni che saremmo noi.

Lo è perché i veri buoni nel film sono “i marocchini”, che poi del Marocco non sono ma noi in Calabria gli africani li chiamiamo tutti così; e però a Milano quelle sono proprio le persone che ti dicono continuamente di evitare, perché se vai nel loro quartiere non si sa che cosa succede a tua moglie a tua figlia e anche tu rischi di essere derubato se ti va bene, o se no ti prendono e ti fanno a forza una pera in modo che poi tu diventi tossicodipendente e devi andare sempre a rifornirti da loro.

Ma poi torni a casa e lo spiazzamento finisce. Perché leggi che Oliverio si è complimentato con se stesso per il film. Perché dice che è merito suo, della sua Calabria Film commission (ma il film non l’ha prodotto Scorsese?), e vincerà l’oscar e con lui tutta la Calabria.

Pensa al film, non a quello che il film svela, a Milano e al mondo. Che ci sono, in Calabria, una, dieci, cento Ciambre, in cui si vive nell’illegalità e nella disperazione, e le autorità non fanno niente per affrontare questi problemi, tranne ogni tanto mandare i carabinieri. È come se si facesse un buon film sulla bomba atomica scaricata su Hiroshima e le autorità giapponesi si mettessero ad  esultare.

Tutto tranquillo: siamo ritornati nella normalità.