L’impero dei Morrone: politica, cliniche e famiglia

Per Ennio Morrone la “famiglia” è molto importante. Ma più ancora della famiglia, le relazioni. Sì, proprio quelle pericolose, o se preferite spregiudicate, quelle trasversali, che sono sempre state il suo forte. E lo mettono in prima fila tra i potenti della città.

Morrone ha una figlia che si chiama Manuela ed è stata avviata agli studi giuridici, che in famiglia un avvocato o (magari!) un giudice serve sempre. E Manuela ha rispettato in pieno le speranze paterne. E’ stata per anni giudice del Tribunale penale di Cosenza. La donna giusta al posto giusto, non c’è che dire. E visto che doveva trovare marito, prima o poi, pensate alla felicità di papà Ennio quando ha appreso chi era il fidanzato di Manuela, il poliziotto Stefano Dodaro.

Nel 2005 il giudice Eugenio Facciolla, nel corso di una famosa ispezione che tutti conoscono, parla a lungo su alcuni profili di possibile incompatibilità e su asseriti legami tra magistrati, avvocati, poliziotti e indagati.

“Voglio finalmente aggiungere che una ulteriore situazione di rapporti suscettibili di valutazione ai fini dell’incompatibilità è quello che lega la dottoressa Manuela Morrone, giudice del Tribunale penale di Cosenza, con il dottor Stefano Dodaro, marito della stessa e (all’epoca, ndr) capo della squadra mobile di Cosenza e figlia di Ennio Morrone, imprenditore e politico… In forza di questi legami familiari la dottoressa Morrone è attratta dalla sfera di influenza dell’avvocato Sergio Calabrese, il che è ancora più preoccupante laddove si consideri che Ennio Morrone è a sua volta imputato o indagato in due procedimenti per reati legati alla sua attività di amministratore ed è difeso dallo stesso Calabrese, dall’avvocato Franco Sammarco e da altri avvocati della sunnominata conventicola…”.

C’è poco da fare: sono sempre le relazioni pericolose a fare la differenza. E se Facciolla chiama “conventicola” questo intreccio di interessi, forse qualche motivo ce l’avrà.

E così, alle elezioni politiche del 2006, Morrone viene eletto deputato per la lista dei Popolari-Udeur in Calabria. Sono anni indimenticabili: deputato, assessore regionale e persino vicesindaco della giunta Perugini a Cosenza con il fratello Giancarlo. Una specie di “asso pigliatutto”.

Se al buon Morrone non avessero chiesto espressamente di dimettersi dalla Regione, lui sarebbe andato avanti chissà per quanto tempo e a dire il vero ci ha anche provato a fare l’indiano.

LA DISAVVENTURA: L’ALTRA FACCIA DELLA GIUSTIZIA

Ad agosto 2006 Ennio Morrone piomba alla ribalta delle cronache nazionali. Forse si sarà montato la testa, forse si sarà ritenuto unto dal Signore, fatto sta che quando va a portare la sua solidarietà al consigliere regionale Franco Pacenza, appena arrestato, è protagonista, dentro la sala colloqui del carcere di Cosenza, di un dialogo che esula da qualunque consuetudine. E che viene registrato da una microspia dei magistrati.

“Franco” si rivolge Morrone a Pacenza parlandogli di Giuseppe Cozzolino, il pm che ha chiesto il suo arresto. “Cozzolino è un ladro… Cozzolino è un bastardo”.

“Cozzolino…” lo interrompe per un istante Pacenza. “Ha trent’anni”, prosegue Morrone, “è di Napoli… Sappiamo dove se la fa…”.

Parole pesantissime. E c’è di più. Convinto di non essere ascoltato, Morrone prosegue nelle sue rassicurazioni: “Tanto il gip sarà trasferito il 20… E’ un gip distrettuale… Ti posso garantire”, dice inoltre, “che tutti gli amici (…) Adamuccio, Nicola, Rino, Spagnuolo, sono (…) tranquilli. E comunque ne esci senz’altro. Io mi devo muovere Frà”.

“Chiamiamo a Serafini” (Alfredo, procuratore capo di Cosenza, ndr), propone Pacenza. E Morrone: “Ho chiamato, a Serafini: perché tu non mi hai avvertito?”.

Il quadro che emerge è sconcertante. Un parlamentare della Repubblica, compagno di partito del Guardasigilli, che durante una visita in carcere spiega al collega di stare tranquillo. Perché è certo che ne uscirà senza’altro. Perché, in ogni caso, della questione è al corrente il procuratore capo. E poi comunque sanno dove se la fa, il pm “ladro e bastardo”.

L’altra faccia della giustizia: il sotterraneo rapporto tra politica e magistratura.

La stella di Morrone comincia a non brillare più. Per difendersi, si inventa un incredibile caso di manipolazione della sua intercettazione. Leggere questa intervista de L’Espresso è uno spasso. Non c’è bisogno di commento.

“… I nastri sono stati fatti sbobinare in Puglia, da una società privata di fiducia della magistratura. E già qui c’è la prima anomalia. Perché non sono stati fatti sbobinare dalla polizia giudiziaria?”.

E lei come fa a sapere queste cose? I giornali non le hanno pubblicate.

“Mi lasci almeno il diritto di avere le mie fonti (davvero difficile capirle…ndr). Niente di segreto, ma comunque non è questo il punto…”.

Quale sarebbe, il punto?

“E’ che dal momento in cui queste registrazioni vengono sbobinate a quando sono acquisite dalla procura di Cosenza, qualcuno ha fatto in modo che risultassi io quello che aveva attaccato Cozzolino”.

E come avrebbe fatto?

“Invertendo il numero che nella sbobinatura indica chi sta parlando. E’ un gioco da ragazzi, basta mettere uno al posto di due. Così io mi trovo tutti contro e passo per quello che spara a zero contro i magistrati”.

Le ripeto: le dice cose di straordinaria pesantezza. E chi sarebbe stato a compiere questa operazione?

“Credo ci sia un regista occulto, in questa storia. Qualcuno che ha interesse a screditarmi e che per farlo è disposto a tutto”.

Faccia il nome di questa persona, se esiste…

Ovviamente Morrone non farà nessun nome.

I GUAI E LE CLINICHE

Morale della favola: Morrone si è dovuto accontentare di un anno e mezzo soltanto di assessorato. Poi, esaurita la legislatura da deputato ed esploso in aria il “fenomeno Mastella”, per Morrone sono cominciati grattacapi ancora più grosso: Why Not?

Viene indagato con l’accusa di associazione per delinquere. Inizialmente è stato prosciolto dal Gup di Catanzaro ma i sostituti procuratori generali hanno impugnato la sentenza dinanzi la Corte di Cassazione che ha annullato il proscioglimento con rinvio a un nuovo Gup di Catanzaro.

Che lo ha sì rinviato a giudizio ma per un processo che ancora va avanti molto stancamente.

Avrebbe favorito società private con affidamenti diretti di fondi pubblici rigorosamente in nero. Lo fanno tutti…

Gli investimenti di Morrone sono finiti tutti nell’attività di sostegno (si dice così, no?), quella delle cliniche. Compresi i lauti guadagni degli stipendi da deputato e consigliere regionale. Un conflitto di interessi grande quanto una casa.

Morrone ha due cliniche storiche, la Misasi e la Santoro di Cosenza. Quando lascia la seconda però raddoppia prendendosi anche (passa attraverso i figli) la San Bartolo di Mendicino e la Villa Sorriso di Montalto.

Nel 2011 viene incalzato dai grillini sul conflitto di interessi, prova a raccontare che è solo socio minoritario di una quota ma il deputato Dalila Nesci si procura il decreto commissariale numero 1 del 5 gennaio 2011 dal quale risulta che le tre cliniche appartengono ai figli e lo inchioda.

Ma lui non si scompone di una piega: in fondo, il suo è un piccolo impero di famiglia. Che male c’è? Così fan tutti.

L’anno prima Morrone, dopo l’inevitabile salto della quaglia al centrodestra non ce l’aveva fatta a riconfermarsi consigliere regionale ma era ben presto entrato come primo dei non eletti al posto di Franco Morelli.

Morrone si è abilmente riciclato in Forza Italia, è stato rieletto consigliere regionale ed è ancora pronto a nuove avventure…

2 – (Fine)