Lo scontro tra i treni in Puglia e le responsabilità della cattiva politica

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Dicono i dati che il sistema ferroviario italiano è fra i più sicuri d’Europa. Ma questo non può in alcun modo attenuare il dolore e lo sconcerto per quello che è successo in Puglia. Uno scontro tra due treni che ha causato almeno 25 morti e 50 feriti.

Ora c’è solo da sperare che le cause e le responsabilità vengano accertate più rapidamente possibile: per rispetto delle vittime e dei feriti.

Cosa ha causato l’incidente?  

Le dinamiche dello scontro non sono ancora chiare: tra le ipotesi c’è sicuramente quella di un errore umano ma anche meccanico, visto che in quella tratta i treni sono gestiti, in parte, anche in maniera computerizzata. «E’ ancora presto per stabilire le cause. Abbiamo aperto un’inchiesta interna, oltre a quella della magistratura – spiega un portavoce della società Ferrotramviaria, responsabile della tratta -. Gestiamo 196 treni al giorno, non era mai successo nulla di simile».

Secondo Stefania Gnesi, ricercatrice dell’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isti-Cnr), la causa potrebbe essere stata la mancanza di sistemi automatici di supervisione della linea ferroviaria: in quella tratta viene ancora usato il cosiddetto “blocco telefonico”, cioè la comunicazione telefonica del via libera sul binario unico.

trag«Dalle informazioni che abbiamo estrapolato da Internet sembrerebbe non ci fosse un impianto di segnalazione automatica in quella tratta – osserva – sembra invece che lì funzioni ancora il blocco telefonico, cioè la comunicazione via telefono del via libera, tra la centrale di controllo e il macchinista». «Secondo le informazioni prese dal sito Rfi – aggiunge Stefania Gnesi – il sistema di blocco telefonico è usato in una piccola percentuale delle linee, il 98% è invece controllato da sistemi automatici più o meno raffinati, con livelli più o meno accurati a seconda della linea».

Secondo la ricercatrice i sistemi automatici sono più sicuri «perché funzionano a blocchi». «Ci sono sensori su tutta la linea ferroviaria – spiega – che segnalano blocco per blocco se la linea è occupata. Man mano che il treno avanza si bloccano gli altri treni, c’è come una distanza di sicurezza. Se per caso un treno sfora, viene mandato il blocco automatico, che può essere il classico semaforo rosso oppure l’interruzione della linea elettrica sul treno, che quindi si ferma».

«È un sistema altamente sicuro – aggiunge Stefania Gnesi – perché tutte queste procedure vengono validate e testate prima di essere messe in uso, controllate via software e via hardware e devono rispettare delle regole di certificazione».

Si poteva evitare il disastro?  

Pur non avendo ancora informazioni precise sulle possibili cause, è la stessa Ferrotramviaria a far notare come quello dell’incidente fosse l’ultimo tratto a binario unico, visto che sugli altri ci sono già lavori in corso per il raddoppio della linea. E, ironia della sorte, sul sito della società si legge proprio che in queste settimane dovrebbe essere consegnato il progetto definitivo anche per la tratta Corato-Andria, per un totale di 25 milioni di euro in fondi europei.

L’abbandono dei treni locali

Questa tragedia ripropone però con una forza senza precedenti una questione che in un Paese stretto e lungo, dunque secondo gli esperti particolarmente vocato al trasporto su rotaia, si trascina da decenni. Abbiamo realizzato (a caro prezzo, va sempre ricordato) una meravigliosa ed efficiente linea per l’alta velocità ferroviaria: e meno male che è stata fatta. In compenso, ci siamo completamente dimenticati del trasporto locale, consegnando studenti e pendolari a una specie di girone dantesco fatto di carrozze sfasciate gelate d’inverno e roventi d’estate, treni sporchi e stracolmi, convogli perennemente in ritardo.

Il ritardo del Mezzogiorno

Un girone nel quale si accalcano anche operatori improbabili, non importa se privati o pubblici (ricordate lo sfascio delle pugliesi ferrovie del sud-est?), in una demenziale ripartizione di competenze fra le Regioni: frutto di un federalismo insensato e accattone. E se non c’è talvolta nemmeno una differenza apprezzabile fra Nord e Sud, di sicuro quel girone dantesco nel Mezzogiorno è più prossimo al fondo dell’inferno. Le responsabilità individuali, come dicevamo, saranno accertate. Quelle di certa cattiva politica, invece, lo sono già.

Fonti: Corriere della Sera – La Stampa