Locri: le rivelazioni di Marrapodi a Macrì sui giudici massoni

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Quando in un Palazzo di Giustizia i magistrati si fanno la guerra, di solito si usa il termine “verminaio” per indicare il groviglio di poteri forti che vi si nasconde dietro. Abbiamo appena ricordato che il sostituto procuratore di Locri Ezio Arcadi nel 1988 aveva sollevato un polverone per difendersi e per far conoscere la verità a tutto il Paese.

“Per farci la guerra – sosteneva Arcadi in una famosa intervista a L’ Espresso – è stato usato qualsiasi mezzo. Falsi rapporti, false lettere di raccomandazioni, falsi rapporti del Sisde, processi, procedimenti disciplinari, ispezioni ministeriali, citazioni per danni. Si è giunti persino all’ istanza di interdizione presentata da un avvocato per dire che un giudice era pazzo. L’ apparato mafioso ha lavorato alla nostra delegittimazione, a mettere su un giudice contro l’ altro…”. 

I Don Chisciotte Arcadi e Macrì, dunque, come sempre accade quando qualcuno dà fastidio, finiscono sotto inchiesta. Per l’accusa si sarebbero comportati con leggerezza nella conduzione degli atti preliminari seguiti all’ arresto di Francesco Sergi, un giovane di Platì che avrebbe fatto da telefonista nella banda che rapì l’ industriale torinese Castagno e che morì a 24 ore dalla cattura nella caserma dei carabinieri di Ardore. Arriva anche l’ispezione ministeriale e il dottore Nardi descrive l’ ufficio di Locri, prima dell’ arrivo del nuovo procuratore capo Rocco Lombardo, come un luogo dove Arcadi e Macrì tenevano addirittura in soggezione il loro superiore. I veleni, dunque, esplodono in maniera così fragorosa da far arrivare il ministero.

Contro Arcadi e Macrì si è schierato un altro gruppo di magistrati: Luciano D’Agostino, Giovanni Montera e Vincenzo Pedone.

D’AGOSTINO Luciano lo abbiamo già incontrato nel nostro cammino. La sua affiliazione esplode come una bomba nel ‘92, quando il napoletano D’Agostino, classe 1955, è pm a Locri. «Sono sconcertato – dichiara ai giornali – queste fughe di notizie sono inammissibili». Il vero problema era che il suo nome compariva negli elenchi di una Loggia coperta, la Luigi Ferrer del capoluogo partenopeo. Lui cerca in tutti i modi di tirarsene fuori dicendo che se ne era allontanato e la strategia è più o meno vincente, come vedremo alla fine.

Il più acerrimo rivale di questo D’Agostino è il notaio reggino Pietro Marrapodi, massone pentito che decide di spifferare tutto al procuratore di Palmi, Agostino Cordova. Nel corso di un confronto in aula tra lo stesso Marrapodi e il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, il nome di “don Rocco” Musolino, grande boss delle montagne reggine, sarà associato al nome del giudice Giovanni Montera. Che è un altro dei magistrati in guerra nella procura di Locri alla fine degli anni Ottanta.

Marrapodi urla che tra gli uomini di Musolino ci sarebbero anche personaggi del calibro del giudice Montera, che finisce nei guai proprio a causa delle dichiarazioni di Marrapodi, ma che riuscirà a dribblare con un’archiviazione il procedimento a suo carico istruito dalla Dda di Messina. D’altra parte, è lo stesso Montera a confermare l’esistenza di rapporti diretti con Musolino, ma riconducibili – stando a quanto afferma nella denuncia per diffamazione sporta contro Marrapodi nel `94 – a meri rapporti d’affari, legati a un piano di lottizzazione sviluppato dal Comune di Santo Stefano…

Insomma, il palazzone di Locri era diventato – dopo la conclusione del caso Locri con una ripresa della collaborazione tra il procuratore Lombardo e i sostituto Ezio Arcadi e Carlo Macrì (quest’ ultimo poi trasferito alla Procura generale di Catanzaro) – un piccolo palazzo dei veleni. Figuratevi che all’epoca, ancora giovane e alle prime armi, c’era addirittura l’attuale procuratore della DDA di Catanzaro Nicola Gratteri, che, dunque, queste storie le conosce molto bene…

Ma torniamo a Marrapodi. In data 12 febbraio  del 17.02. 1994, ore 15.48, compone il numero telefonico 0336.742056, verosimilmente in uso al dr Carlo MACRI’, magistrato all’epoca sostituto procuratore al Tribunale di Locri, dove da tempo è in atto una vera e propria “guerra” tra magistrati.

Con la lettera “N” indichiamo il notaio, con la lettera “G” il giudice.

N: la ristrutturazione dove c’è l’ACI, indovini chi la sta facendo?…

G: D’Agostino…

N: penso che bisogna pur dare conto, e questa mafia e massoneria, insieme ai servizi… io andai a deporre dalla Tragni a Palmi, mi fece un elenco di massoni deviati o meno, gli ho dato il mio giudizio… in questo elenco ricordo che non mi ha fatto il nome di uno che sicuramente è alla loggia Logoteta, l’ing. DRAGONE Francesco che è il capo dell’UTE, Ufficio Tecnico Erariale (e che faceva parte della Commissione demaniale assieme alla Guardia Marina, MENNICI, e dove accadeva di tutto e di più, ndr)…

G: sì, me ne aveva già parlato…

N: sì, ma non so se lei ne ha tenuto conto, ha potuto fare qualcosa? Perché sulla congruità dei canoni, degli enti pubblici, delle caserme, dell’ispettorato… e lui glieli fa in un ambito assolutamente massonico/deviato… è tutto il gruppo D’Agostino, e lui che fa queste cose, ovviamente a pagamento…

G: e lo so, alcune cose stanno cambiando…

N: ma questo asse massonico dell’UTE con Mario Viola, il fratello di Vincenzo PEDONE E D’AGOSTINO e MONTERA, è cosa più importante.

Da qui inizia da parte del notaio la provocazione della guerra tra – come l’ha definita l’ispettore ministeriale NARDI – bande di magistrati.

In data 15.02, ore 17.51, il Marrapodi in una conversazione con il giudice, cui si riportano alcuni stralci, rivela altri particolari rispetto all’attività dei magistrati massoni.

N: allora serve a lei, non so cioè, la massoneria di Fausto Bruni…

G: eh?…

N: chi è il medico del Papa…Eh?…

N: Prima di costituirsi un’autonomia nei primi anni Ottanta appoggiò quelli di Reggio Calabria a una LOGGIA di Catania, che credo fosse una delle peggiori logge che si possa immaginare… perché se ne andarono dal Grande Oriente parecchie persone, quando ci fu una specie di scissione, poi ci fu una vertenza e riconobbero COLAO come Rito Scozzese, stasera ho visto uno di quelli, LORE’, ci parcheggiarono per un periodo in una loggia di Catania… e crearono mi sembra la gran loggia di Calabria, però ciò non avvenne immediatamente…

G: tutti sanno che esiste

N: e no, basta chiedere a Fausto Bruni…

G: preso un appuntamento…

N: allora molti di costoro… che uscivano dalle logge Bovio e Logoteta principalmente.. furono parcheggiati per un periodo in una loggia catanese, molto importante, penso che al suo interno avesse delle cose riservate, questo potrebbe anche spiegare certe morbidezze, mi capite signor Giudice?…

G: sì, sì…

Il notaio Marrapodi, insomma, non le manda certo a dire. Ha già paura di essere ammazzato ed in effetti, dopo poco più di due anni, sarà “suicidato” da quella stessa massoneria deviata che denunciava insieme ai soliti servizi segreti.

Quali provvedimenti sarebbero stati assunti nei confronti dei magistrati massoni e, addirittura, molti iscritti alla P2? Nessuno!

Tali magistrati massoni, giudicanti e requirenti, avrebbero per caso agevolato i loro fratelli in sede giudiziale? Ma certo che sì! Eppure nessuno fece niente. Parte della magistratura in Calabria era (e probabilmente ancora lo è) governata dalla massoneria, che è poca cosa rispetto ai novantatotto avvisi di garanzia e perquisizioni effettuati dai ROS su delega della magistratura di Palmi.

E vediamole allora le conseguenze molto blande per i magistrati massoni allora in servizio a Locri. Luciano D’Agostino non riesce a convincere il CSM, che nel ‘95 gli infligge una sanzione disciplinare, dichiarando che l’appartenenza alla massoneria è lesiva dell’imparzialità dell’ordine giudiziario. Fino a inizio anni 2000 D’Agostino è sostituto procuratore a Catanzaro (dove si occupa, fra l’altro, della delicata questione del testimone di giustizia Pino Masciari), nel 2002 passa alle sezioni giudicanti dello stesso Tribunale.

Dal 2007 è tornato a Locri, dove è stato anche giudice per l’udienza preliminare. Nel frattempo era stato alle prese come imputato in un procedimento penale dinanzi al Tribunale di Salerno. L’accusa (condanna in primo grado per peculato e assoluzione in appello) riguardava l’affidamento ad una ditta dell’incarico di eseguire intercettazioni telefoniche, quando D’Agostino era in servizio alla DDA di Catanzaro. Recentemente, nella sua qualità di giudice del lavoro sempre a Locri (pensate un po’!), era stato interdetto dai pubblici uffici per il reato di abuso d’ufficio ma la misura (e che ve lo diciamo a fare?) è stata annullata…

E Giovanni Montera e il suo amico “don Rocco” Musolino? Beh, il re della montagna è morto due anni fa ma i rapporti fra don Rocco Musolino e il giudice – affettuosi e confidenziali, annotavano gli inquirenti – hanno ampiamente superato gli anni Novanta e tutte le vicissitudini giudiziarie e sono arrivati fino all’altro ieri. Finché morte non li ha separati…