L’omicidio di Luigi Palermo e la prima guerra di mafia

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Dopo quello di Za Peppa, l’omicidio di Luigi Palermo del 14 dicembre 1977 è la pietra miliare per la categoria dei delitti eccellenti a Cosenza.

Luigi Palermo detto Giginu ‘u Zorru, il vecchio capo della mala, sta tornando a casa, a Torre Alta, via Montevideo, sulla sua Mercedes scura.

I killer lo seguono affiancandolo improvvisamente con un’altra autovettura quasi di fronte al cinema Garden di Rende. Costretto a fermarsi con uno speronamento, Palermo viene ammazzato con quattro colpi di pistola calibro 38 esplosi da distanza ravvicinata.

Le indagini rasentano il ridicolo. Lo sanno tutti che l’omicidio è stato ordinato da Franco Pino ma nessuno ha il coraggio di denunciarlo e men che meno Procura e forze dell’ordine prendono l’iniziativa.

L’unico indizio raccolto (ma proprio perché non se ne può fare a meno) sono le tracce di vernice della macchina usata da Franco Pino su quella di Giginu u Zorru.

E così Pino viene finanche arrestato con Alfredo Morelli e Giuseppe Irillo ma senza lo straccio di un testimone e altre prove, gli indizi della vernice sono davvero ben poca cosa.

Insufficienza di prove e archiviazione: così Franco Pino è scagionato dalla giustizia cosentina. Ma la cosa più grave è che più di vent’anni dopo, quando scatta l’operazione Garden e partono gli altri processi correlati, non si trova più traccia della sentenza di archiviazione e sarà addirittura necessario rifare il processo. E così, solo nel 2002, dunque 25 anni dopo, Pino sarà condannato per quest’omicidio quando ormai è già passato dalla parte dei pentiti da un bel po’.

LA PRIMA GUERRA DI MAFIA

La morte di Luigi Palermo provoca inevitabilmente una contrapposizione tra le fazioni cosentine. Il clan Pino-Sena, che ha deciso la morte del boss, vuole aprire al mercato della droga e cambiare volto alla malavita di Cosenza. Il clan Perna-Pranno è ancora legato al vecchio padrino ma capisce bene che non può lasciare campo libero ai rivali.

Tutto questo provoca un violentissimo scontro, protrattosi sino alla metà degli anni ’80, con la consumazione di ben 27 omicidi.

Tra quelli più eclatanti che seguirono la morte di Luigi Palermo, alcuni dei quali sono stati perpetrati con modalità particolarmente efferate, c’è quello del dodicenne Pasqualino Perri, ucciso a Rende il 27 ottobre 1978. In quell’occasione un commando composto da Mario Pranno e Giancarlo Anselmo, appartenenti al clan Perna-Pranno, esplode numerosi colpi d’arma da fuoco contro la vetrata di un ristorante, l’Elefante Rosso, dove Gildo Perri, esponente della cosca Pino-Sena, stava pranzando con altri appartenenti al sodalizio ed il giovanissimo figlio Pasqualino, l’unico a restare ucciso nell’agguato.

Vengono eliminati poi Francesco Paone, Elio Sconnetti (detto “seidita”, il braccio destro di Tonino Sena, ucciso nel portone della propria abitazione in pieno centro) e Carlo Mazzei.

Mazzei viene ucciso nella cella numero 11 del penitenziario, dove si trova in compagnia di Nicola Notargiacomo e Salvatore Pati. Un commando, composto da cinque persone, fa irruzione nella cella. Notargiacomo non viene sfiorato, mentre Pati rimane ferito da un fendente ma riesce a salvarsi proteggendosi il corpo con il materasso della branda. Mazzei, invece, è ammazzato con nove coltellate vibrate in varie parti del corpo. L’eliminazione del ventitreenne – secondo quanto riferito dai collaboratori Roberto Pagano e Franco Pino – è una sorta di risposta data per vendicare la scomparsa per lupara bianca di Armando Bevacqua. L’uomo, che era figlio naturale di Luigi Palermo, era stato fatto sparire il 31 luglio del 1980. Mazzei veniva ritenuto vicino a Carlo Rotundo, contabile del clan Perna, ammazzato a sua volta nel 1981.

Nell’agguato teso a “Carletto”, per errore rimane ucciso un inerme passante, Pasquale Barone, fulminato da un proiettile vagante nella sua automobile con a bordo la moglie e il figlioletto di appena due anni.

Antonio Palermo, fratello di Luigi, è ucciso mentre esce dalla stessa Mercedes nella quale qualche anno prima era stato eliminato u Zorru.

Inoltre cadono sotto il piombo della guerra fra bande, Alfredo Morelli, Mario Coscarella, Vincenzo Petrungaro, Mario Maestri, Santo Nigro…

Il 12 dicembre del 1981 la ‘ndrangheta uccide di nuovo.
La vittima si chiama Francesco Porco, è un venditore di alberi di Natale e cade per mano di due sicari, in piazza Riforma.

In un clima di esasperata conflittualità, caratterizzato anche da alcuni episodi di lupara bianca, si verifica il triplice omicidio Africano-Osso-Petrungaro, commesso il 23 dicembre 1981, ad Amantea, ad opera del gruppo Pino-Sena. In quel caso, l’obiettivo dei killer era Francesco Africano, reggente della cosca di Amantea, reo di aver partecipato all’omicidio di Giovanni Drago, cognato del capo cosca Franco Pino, consumato appena qualche mese prima a San Lucido.

Sempre nel 1981, c’è un altro gravissimo fatto di sangue legato a Franco Pino. Ines Zangaro era la madre della donna sentimentalmente legata al boss. Ines sparì, assieme al suo giovane amante Mario Turco. La loro relazione gettava discredito sul boss.

Il 28 dicembre 1981 viene giustiziato Giovanni Gigliotti.

Il 5 marzo 1982 un commando spara dall’esterno del carcere di Colle Triglio verso la finestra della cella dove è rinchiuso Franco Pino. La leggenda metropolitana narra in merito a tale vicenda che qualcuno chiamò Franco Pino dall’esterno per come era solito in quei tempi dalla strada prospiciente al vecchio penitenziario di Colle Triglio per salutare i detenuti e che lo stesso Pino disse al suo amico e compagno di cella Mario Lanzino di affacciarsi dall’inferriata per vedere chi lo chiamasse. Un proiettile colpì Mario Lanzino che perse la vita.

Il 21 luglio del 1982 viene freddato, a Piano Lago, Angelo Cello, appena diciottenne,

Nella prima guerra di mafia cosentina sono in tanti a perdere la vita ancora ragazzini. Come nel caso di Natale Donvito, morto in uno scontro a fuoco con la polizia, anche lui a 19 anni. Antonio Chiodo, invece, che viene ucciso nel corso del 1982, aveva appena 17 anni.

Qualche mese dopo sparisce misteriosamente il diciottenne Francesco Scaglione. A Maurizio Valder tocca un destino analogo a quello di Scaglione: anche il ragazzo di Andreotta sparisce nel nulla.

Due “lupare bianche” per le quali sono stati incriminati gli stessi personaggi: Franco Perna, Francesco Saverio Vitelli, Giuseppe Vitelli, Silvio Chiodo, Francesco Tedesco, Aldo Acri, Mario Baratta e Angelo Santolla.

Il 21 ottobre del 1982 tocca ad Aldo Mario Mazzei. Il suo cadavere è rinvenuto in località “Tocci” di Rende.

Passa un mese e lo scenario non muta. Si spara per uccidere e sempre a Rende. Il 24 novembre viene assassinato Isidoro Reganati. Il giovane è a bordo della sua Fiat 600 quando i sicari della ‘ndrangheta lo raggiungono e lo ammazzano.

Si tratta di due esponenti del clan Pino.

Il 1983 si apre con l’omicidio avvenuto il 28 gennaio di Mariano Muglia, legato al clan Perna e sospettato di voler trasmigrare nel clan avversario. Il killer è Mario Baratta, uno degli elementi di spicco del gruppo di fuoco del clan Perna.

Il 3 maggio in un agguato, lungo la Statale 19, a Rende, viene ucciso Diego Costabile, ritenuto vicino alla cosca Perna-Pranno. Un delitto per il quale vengono indagati due affiliati al clan Pino: Gianfranco Bruni, alias “u tupinaro”, e Pierluigi Berardi (in seguito pentito).

Il 6 agosto nella guerra entrano, ufficialmente, le cosche reggine che stringono una santa alleanza coi cosentini. Così, a Scalea, vengono fulminati Giuseppe Geria e Valente Saffioti. Un duplice delitto per il quale la Procura ritiene, in qualche modo, responsabili Pasquale Condello, detto “il supremo”, Umile Arturi e Gianfranco Ruà.