L’omicidio Losardo e il patto tra stato e clan Muto: il giallo del rapporto della Finanza

Uno dei Cold Case dei quali ci vergogniamo di più come cosentini è quello di Giannino Losardo. Fatto fuori dallo stato, in collaborazione con la mafia, perchè a conoscenza del patto di potere tra il clan Muto, la politica e soprattutto la magistratura.

Del resto, tutti sapevano anche allora che “La Perla”, il night-ristorante-albergo di proprietà del fratello del magistrato cosentino Oreste Nicastro (che sarebbe diventato procuratore di Cosenza dopo poco tempo), era il quartier generale del clan e, di conseguenza, il crocevia del patto di potere tra mafia e stato.

Losardo sapeva tutto (come tutti) e si era deciso a sputtanare i protagonisti di questo patto scellerato. E per questo è stato eliminato. Ovviamente per la sua morte non ha pagato nessuno.

Ci ritorniamo oggi, come facciamo ogni anno, nella ricorrenza del 37° anniversario della sua morte, avvenuta il 21 giugno 1980 a Fuscaldo. 

La procura di Paola
La procura di Paola

La giustizia del tempo, che non poteva certo chiudere tutti e due gli occhi, ha processato sia Muto sia i magistrati Belvedere e Balsano ma, naturalmente, tutto è finito in una bolla di sapone. Ma esistono documenti che hanno dell’incredibile e dei quali la gente deve sapere. Anche e soprattutto le giovani generazioni.

Il processo contro Muto e i magistrati si svolge a Bari.

“… Pm e giudici istruttori di Bari – scrive Luigi Michele Perri nel suo libro “Come nasce una mafia” – operano in un territorio che non appartiene loro e in un ambiente che non conoscono. Nel corso di questa loro attività ricevono rapporti e raccolgono deposizioni, alcune delle quali anche da parte di testimoni qualificati, e non tutte sono certamente elogiative nei confronti dell’attività di Luigi Belvedere, che quantomeno è presentato come un magistrato invadente, che interferisce continuamente anche in operazioni da lui personalmente non dirette… Resta inspiegabile come possa un magistrato, che ha indicato, già nell’ordine di cattura preparato senza data (si tratta dell’arresto del boss Franco Muto, ndr), i giorni di accertamento di reato e che sa che la data di emissione non è stata apposta, erroneamente comprendere quando il suo collaboratore gli chiede “allora che data apponiamo?”, che si tratti della data di accertamento del reato e non di emissione dell’arresto…”.

Belvedere insomma, come diciamo a Cosenza, faceva il fesso per non andare alla guerra…

Giannino Losardo

La posizione di Balsano e Belvedere non era stata nemmeno stralciata per evitare di accomunare nello stesso processo mafiosi e giudici, insomma mafia e stato. Se ne deduce che i magistrati baresi, in fase istruttoria, avevano ravvisato una connessione forse irrinunciabile, che resta come uno dei motivi più sconcertanti di queste vicende. Perchè sotto processo per quel periodo, il sostituto Belvedere è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e, dopo la sentenza a lui favorevole, è stato reintegrato a pieno titolo nel suo ufficio.

“… Rinella (il sostituto procuratore dell’epoca di Bari, ndr) è come se avesse parlato solo nel deserto – scrive ancora Perri – perchè le sue tesi non hanno avuto la benchè minima accoglienza… Non c’è una parola che valga più dei rapporti dei carabinieri, delle testimonianze, delle requisitorie e dei motivi di appello proposti dalla pubblica accusa. Secondo alcuni, potrebbe sopravvivere in parte un rapporto della Guardia di Finanza, a quanto pare, intonso in alcuni suoi passaggi, come quello relativo ai presunti collegamenti del boss Muto con società finanziarie al centro di importanti investimenti. Ma il problema è la ricostruzione storica degli avvenimenti in rapporto agli sviluppi successivi, che altrimenti sfuggirebbero alla comprensione dei più. E che l’opinione pubblica debba capire il più possibile su fatti così allarmanti, che così da vicino la interessano, è esigenza che non può incontrare opposizioni”.