L’omicidio Taranto e i mille volti di Cosenza tra poteri forti e rassegnazione

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Le logiche di un clan spesso impazziscono, vanno a farsi benedire. Anzi, succede sempre.

Antonio Taranto e Domenico Mignolo sono due ragazzi dello stesso quartiere, di via Popilia. Decidono di mettersi in un gioco che è comunque più grande di loro. Sanno anche a cosa vanno incontro. E spesso, anzi sempre, succede qualcoa di irreparabile. Basta un diverbio, una frase sbagliata, u cirviaddru è nu velu i cipuddra.

E’ successo a via Popilia, poteva succedere dappertutto. Lo dicevamo quella mattina del 30 marzo e lo diciamo ancora adesso. Non siamo davanti a logiche di ghetto, è il disagio sociale che accelera certi processi. Ma lo stesso disagio si respira anche nei quartieri del centro. Non c’è scampo. C’è rassegnazione e assuefazione a tutti i drammi della vita.

La storia di Antonio Taranto e Domenico Mignolo è solo una delle tante di cui è piena Cosenza.

Perché una città, per quanto tu possa amarla e servirla, nasconde mille sfaccettature, non finisci mai di conoscerla veramente. Ma se non funziona la giustizia, se il Tribunale è un ricettacolo di interessi, se si nascondono le magagne, non si farà mai nessun passo avanti.

Solo rassegnazione e assuefazione e omicidi efferati, per errore. Non temete, tutto va bene madama la marchesa, qui a Cosenza vige il codice penale Dario Granieri. E’ lui che dirige il Tribunale più folle del mondo, dove anche quello che è lampante ed evidente deve rimanere sotto il tappeto. E la rabbia deve rimanere sempre repressa, perché tutti i poteri forti hanno deciso così. Fino a quando?