Longobucco Arcobaleno, il maresciallo e don Pompeo: una lunga storia di malaffare

Iacchite’ si è occupato a lungo della guerra tra bande politiche a Longobucco in occasione delle elezioni dello scorso anno vinte dal Pd con un certo Pirillo e finte a “schifìu” come dicono in Sicilia per lo scandalo di una registrazione con la quale un sodale del candidato sindaco vincente si esponeva al voto di scambio.

Pirillo aveva battuto per una manciata di voti una cricca di personaggi incredibili, capeggiata dall’ormai mitico generale Graziano e dal candidato sindaco De Simone, esperto massimo in tagli boschivi nella quale si inserivano a pieno titolo il maresciallo Carmine Greco, comandante della stazione dei carabinieri forestali di Longobucco e un prete, tale don Pompeo Tedesco.

Gli spifferi sulle indagini della Dda di Catanzaro ci fanno sapere (ma noi lo sapevamo già da tempo) che il prete – come vedremo più avanti – gestisce per conto della Confraternita del Santissimo Sacramento di Longobucco un patrimonio inestimabile di boschi e terreni. Ed è proprio il prete – riferiscono sempre gli spifferi – a fare un pesante “ripiglio” al maresciallo Carmine Greco, Carminuzzu per gli amici. Con tanto di intercettazione: “Ma che combinate a questa Forestale?”. Qualcuno aveva sospeso un taglio boschivo della ditta Federico e questo aveva provocato le proteste del prete (http://www.iacchite.com/longobucco-sospeso-taglio-boschivo-deferiti-gli-autori/). E il maresciallo si era premurato di rassicurarlo circa le possibilità di “riuscita” del ricorso avverso il provvedimento di sospensione.

Poi Carminuzzu va sul posto con lo stesso Federico di cui sopra e anche con uno dei fratelli Spadafora (quelli dell’altra ditta, quelli che poi inguaieranno il maresciallo). E il gip ne deduce che quel sopralluogo era funzionale a facilitare l’acquisizione di lotti boschivi da parte di imprenditori a lui vicini. Federico e Spadafora, appunto.

DON POMPEO TEDESCO

Don Pompeo Tedesco arriva a Longobucco il 7 ottobre 2013, dietro di lui tante le voci sul suo conto e per nulla positive. “… Ha seminato la discordia in tutte le parrocchie in cui ha messo piede…”, “… a Caloveto, dove è stato parroco, proprio in prossimità delle elezioni fu malamente allontanato dalla gente stessa del paese, stanca di subire i continui attacchi soprattutto in vista delle elezioni e dei suoi favoritismi politici…”, “… si dice ancora che non incarni proprio la figura del parroco dedito a Cristo, avendo addirittura una sontuosa villa a Rossano”…

Ma tralasciando le voci di popolo, che potrebbero anche essere frutto della fantasia di qualcuno, veniamo ai fatti.

Proviamo ad iniziare proprio dal suo insediamento a Longobucco. La chiesa Santa Maria Assunta di Longobucco, risalente al XII secolo, è un vero e proprio scrigno di opere d’arte. Per citarne solo alcune, l’altare maggiore in marmi policromi, la massiccia balaustra in pietra locale nera a colonne, la sagrestia interamente costruita in castagno e noce, il prezioso lampadario acceso per la prima volta quando, tra i primi paesi del circondario, nel 1905 a Longobucco arrivò la corrente elettrica.

Questo excursus storico è solo per identificare alcuni punti importanti di un paese la cui storia ha radici lontane nel tempo, e che ha sempre fatto della chiesa il cardine per tenere unite le persone e vive le sue importanti tradizioni. Tradizioni che il parroco Pompeo ha ben pensato di eliminare alla base, in quanto non si confanno bene al suo operato, troppo banali per quello che è il suo modo di fare, troppo sacre per essere celebrate dai suoi sbraìti, nel clima di terrore che si crea nella “sua” chiesa.

Perciò chi crede nelle tradizioni è gente con il cervello “mucato” come predica in un’omelia, gente che ha una “fede che puzza”, continua ancora il curato, e chi dissente dalle sue idee è “na mastroccula” come gli piace ribadire dall’altare. E se qualcuno non la pensa come lui non è un buon cristiano, è gente “chi sa de piare e mericine”, “gente col demonio in corpo chi sa de fare l’esorcismi, che si deve avvicinare alla chiesa non solo per chiedere i certificati ma per chiedere l’esorcismo”… Testuali parole del prete.

Bene, ad oggi, dopo l’insediamento di don Pompeo, proprio in funzione di quanto detto finora, tutta la storia di questa che è solo una delle chiese di Longobucco, è stata miseramente stravolta. A pochi mesi dal suo arrivo, il prete fece togliere il lampadario dalla navata centrale della chiesa, in quanto (secondo la sua visione artistica delle cose), non si confaceva bene alla geometria della Chiesa.

Il lampadario sparì dalla vista dei longobucchesi per qualche tempo, ma il curato non ebbe grossa fortuna, in quanto in molti si ribellarono a questo provvedimento, iniziando a chiedersi che fine avesse fatto un pezzo di così prestigioso valore. Fu allora che il curato, messo alle strette, dichiarò di averlo allontanato dalla chiesa per farlo ristrutturare (anche se non ve ne era alcun motivo), sotto pressione di chi aveva notato la sparizione misteriosa, fu costretto a riportarlo in chiesa, ma non più al suo posto, bensì nella canonica, poiché così la santa inquisizione aveva deciso.

Veniamo alla canonica quindi, un pezzo unico in legno di castagno e noce, che ad oggi si vede ricoperta di una moquette di velluto rosso fuoco, attaccato sul legno con del banale biadesivo, calpestandone il valore storico, per arricchire il suo smisurato ego di sfarzo e lusso sfrenato.

Non serve aggiungere che anche quando (deo volente), Don Pompeo andrà via da Longobucco, solo una importante opera di restauro potrà evitare il disastro.

Ma andiamo avanti, don Pompeo vuole circondarsi di ricchi premi e cotillon e per questo nella sua opera di evangelizzazione, una volta eliminato il lampadario, pone sontuosi angeli dorati che reggono delle lampadine sulla balaustra del presbiterio, e forse non essendo di suo gusto i marmi policromi, si circonda di plexiglas, spostandosi in avanti fuori dalla balaustra, eliminando buona parte dei banchi antistanti, forse proprio in previsione dello spopolamento che ci sarebbe stato da li a breve, per creare così l’illusione ottica di una chiesa sempre piena di gente.

Non successiva per importanza è la lotta per le finestre, sì perché don Pompeo non contento delle modifiche strutturali condotte sinora, decide altresì di eliminare buona parte delle vetrate storiche della chiesa, alcune delle quali, dipinte e decorate a mano, riflettevano momenti salienti della celebrazione o ancora tradizioni lontane nel tempo, per sostituirle a suo piacimento con vetri apribili a distanza, ovviando così (secondo il suo misero parere), al problema dell’umidità.

Chissà com’era sopravvissuta fino a quel momento la chiesa senza la sua astuta tecnologia… Ma anche qui non tutto va secondo i suoi piani, infatti qualcuno non si fa i fatti suoi e dopo aver interpellato personalmente il vescovo, che in più occasioni come si suol dire ha fatto orecchie da mercante, (chissà perché…), si reca direttamente alla Soprintendenza per i beni culturali di Cosenza a denunciare il fatto, e qui subito vengono bloccati i lavori, che il curato aveva iniziato senza alcuna autorizzazione, e quindi alcune vetrate vengono salvate dallo scempio, per altre ormai è troppo tardi. Forse in un altro posto le cose sarebbero andate diversamente, e magari il curato sarebbe incorso anche in qualche provvedimento disciplinare, ma da noi si sa:

La mafia e li parrini
Si déttiru la manu
Poviru cittadinu
Poviru paisanu”

Inizia così l’opera di evangelizzazione di Pompeo Tedesco a Longobucco. Dopo le urla per il lampadario di cui gli stupidi parrocchiani di paese si erano lamentati, in seguito agli sconvolgimenti subiti dalla chiesa matrice, che non a tutti andavano bene, perlomeno non a chi nulla aveva da guadagnarci dall’amicizia del prete, il curato, avendo capito che tranne pochi adepti, tanti altri erano contrari al suo operato, iniziò con le punizioni.

Messe infinite arricchite da prediche che si aggirano sempre tra i 35 e i 40 minuti, superati i quali, si dava il via ad uno scioglilingua per il resto della messa. Certo, perché l’importante e ascoltare i cazziatoni di don Pompeo, l’importante è sapere con chi oggi dovrà sfogare la sua repressione, sapere chi prenderà di mira e cercare di intuire il perché, fare ammenda che anche l’intimo di una confessione diventa di dominio pubblico, così il diretto interessato vede spiattellare i fatti suoi sull’altare e intorno un vocio di gente che cerca di capire di chi si tratta, poi il resto della funzione lascia il tempo che trova, a tempo di record si conclude una messa in cui dura più l’omelia di tutto il resto.

Ma va bene, qualcuno potrà dire: è un po’ lungo ma ci sta, vuole spiegare bene le parole del Vangelo, e qui casca l’asino, le sue parole sono un vangelo a proprio uso e consumo;  il prelato infatti si prende la briga di modificare e piegare le parole di Cristo a suo piacimento, di trasformare le parole del Papa in accuse da rivolgere a chiunque non faccia il suo sporco gioco, a chiunque non stia alle sue regole e si pieghi alla sua volontà.

Ed ecco allora una sfilza di persone al rogo, parroci precedenti, famiglie dei parroci precedenti (talvolta con il loro consenso assetati di potere più di lui, leccaculo per scopi superiori), e poi impiegati pubblici, amministrazione comunale, anziani che non condividono le loro pensioni con lui, o che a causa di problemi fisiologici dovuti all’età non possono più partecipare alla messa per non rischiare di farsela sotto per strada (com’è già successo), bambini irrequieti durante le sue brevi celebrazioni, che meriterebbero una bella tirata d’orecchie, giovani del paese, tutti drogati e alcolizzati solo perché tornano a casa tardi durante le rimpatriate nei periodi di festa, e genitori più drogati dei figli che hanno perso il senso della famiglia, tutti condannati dal duce della chiesa.

LE ELEZIONI A LONGOBUCCO: IL FACCENDIERE E LA CONFRATERNITA DEL SANTISSIMO SACRAMENTO

Ma veniamo alle elezioni dello scorso anno e qui il curato ha dato il meglio di se, con la sua opera di persuasione. Dopo aver accuratamente scelto il candidato a sindaco a cui affiancarsi, Emanuele De Simone, inizia così la sua missione casa per casa (attenzione, solo quelle in cui sapeva o sperava in un riscontro politico positivo), e in occasione della annuale benedizione delle case, dà sfogo a tutta la sua verve lasciando volantini elettorali a destra e a manca, concludendo la preghiera di benedizione della casa e della famiglia con un esplicito invito a votare per questo o per quell’altro candidato. Ecco che a Longobucco non tutte le famiglie sono degne di ricevere la benedizione della casa, per cui qui la benedico, qui no, e i poveri chierichetti, che per la giovane età non sanno a quale portone è vietato bussare, si prendono i suoi cazziatoni quando sbagliano scala.

Non è casuale quindi la scelta del candidato a sindaco a cui dare la propria protezione, il curato infatti, usa circondarsi sempre di gente “perbene”, implicata in qualche atto volto a portare alle casse ecclesiastiche un prestigio di tipo economico. Ricordando i fatti che vedono De Simone, coinvolto nella precedente legislatura in una serie di tagli abusivi nei boschi del comune di Longobucco, occorre notare un altro piccolo particolare e citare un personaggio famoso a Longobucco quando si tratta di cose poco chiare.

Per introdurlo occorre dire che esiste a Longobucco da tempo immemore la Confraternita del Santissimo Sacramento, istituzione a se, indipendente dal parroco di turno, a cui da legislatura appartengono possedimenti boschivi del Comune, per cui se non regolamentata accuratamente diventa un bocconcino prelibato su cui mettere le mani.

Proprio sulle somme di denaro derivanti dalla vendita di taluni possedimenti sopra citati, anni or sono riuscì a mettere le mani un faccendiere, allora confratello, che utilizzò buona parte dei fondi appartenenti al Sacramento per dare sfogo ai suoi “bisogni”, all’epoca infatti egli aveva l’importante appoggio del fratello prete, e poté fare perciò man bassa di quanto gli veniva sotto mano, boschi, legnami, e chissà cos’altro. Con la complicità della stazione forestale di Longobucco. In seguito a provvedimenti disciplinari inter nos, il faccendiere venne allontanato dai poteri ecclesiastici, con un decreto che gli impediva di rimettere piede nuovamente nella confraternita. Ma non certo di usare altre persone per gli stessi fini.

Ma come mai abbiamo parlato di questo personaggio? Politicante di prima repubblica, che senza problemi cambia schieramento politico come una bandiera al vento, l’altro ieri esultava per l’elezione del sindaco Luigi Stasi e ieri lo attaccava senza riserve. Perché? COSA NON GLI HA CONCESSO?

Il faccendiere di cui sopra, fin dai tempi dell’insediamento del prelato, è un suo attivo sostenitore in quanto, dopo essersi battuto il petto contrito, ha cercato comunque e in ogni modo di ritornare al comando, e se non ha potuto farlo direttamente, ha utilizzato il metodo del “puparo”, riuscendo così a rientrare pienamente anche lì dove era stato malamente allontanato. Ecco infatti che ora nella Confraternita è presente a pieno titolo un suo “pupo”, che da poco ha assunto il ruolo quanto meno marginale di Priore della confraternita, la cui elezione è avvenuta in condizioni alquanto particolari, senza il benestare della maggioranza dei confratelli e non solo, senza che la maggior parte di questi ne fosse al corrente. Il vescovo di Rossano, monsignor Giuseppe Satriano, al corrente di tutto, approva con tacito assenso.

Ma veniamo al dunque per trarre una degna conclusione a tutti questi intricati rapporti, e come nelle più belle favole ecco che il lupo e la volpe cercano di mettere in atto la loro strategia, già perché Don Pompeo, e la sua schiera di adepti, tra cui capobranco il solito faccendiere, sono stati attivi sostenitori del candidato a sindaco Emanuele De Simone, con l’appoggio del generale Graziano, insomma una cricca di gente che in quanto a tagli, boschi e illeciti ne sa e non poco; non è strano che il nome della lista sia Longobucco Arcobaleno, un nome appropriato in quanto a seguito di un disboscamento sfrenato, sicuramente l’arcobaleno si noterà meglio… E pazienza se hanno perso per pochi voti: c’è da giurare che ci proveranno ancora se qualcuno prima non provvederà a fermarli.