Ma il nuovo stadio “Marulla” sarà ancora dei cosentini? (di Claudio Dionesalvi)

Con tutte le barriere e le apparecchiature che vi hanno installato, il “San Vito-Marulla” è diventato orribile. Inoltre è dispersivo, non adatto alle persone disabili e alcuni settori sono pericolanti. Quindi meglio farne uno nuovo che ristrutturare il vecchio. Forse costerebbe anche meno. Certo! E perché no?
Ma se uno mi domanda: “Sei d’accordo che il nuovo stadio venga gestito dai privati?”, la risposta è secca: “NO”. Anzitutto perché il mirabolante modello degli stadi privati, tanto decantato in Italia negli ultimi anni, si sta rivelando una verminosa chimera. Diamo un’occhiata alle cronache giudiziarie sulla vicenda del bagarinaggio digitale nello “Juventus Stadium”. È una delle tante conferme di quanto sia fraudolenta l’organizzazione dello spettacolo calcistico dall’era Maroni, cioè dal 2009 in poi. Sofisticate tecnologie di controllo, leggi speciali, aumento del costo dei biglietti e tessere del tifoso hanno avuto solo un duplice effetto: allontanare il pubblico dagli stadi e confinarlo in poltrona. Che poi era quello che volevano il ministero dell’Interno, gli organi di governo del calcio e le multinazionali della PayTV e del clickbaiting. Grazie agli stadi bunker, guadagnano di più e sprecano meno energie.
A Cosenza va di moda il “project financing”, che è la modalità con cui pare voglia procedere il sindaco Occhiuto. Lo ha già fatto in altri settori e opere pubbliche della città; è verosimile che lo applicherà anche per dare sostanza al progetto del nuovo stadio. Occhiuto adotta un ragionamento pratico: il Comune non ha soldi per realizzare alcune opere, quindi se non coinvolgiamo i privati, non possiamo costruire niente. Del resto, non ha fatto mai mistero d’essere neoliberista: come il movimento di cui è tesserato e come i suoi (finti) oppositori del PD, ritiene che lo sviluppo, la felicità e il miglioramento delle condizioni sociali dipendano da banche, economia, finanza e imprese alle quali si debba lasciare campo libero. Dalle nostre parti, tutto ciò si traduce in una sola parola: palazzinari.
Recita un signore dal portamento inquietante in uno spot pubblicitario di una nota società immobiliare: “Del resto la risalita del mattone è un fattore inevitabile e fisiologico”. Ne sono convinti anche molti amministratori pubblici, fanatici del project financing, in teoria un sistema per eliminare le frodi, accelerare i tempi di realizzazione e migliorare la qualità delle opere. Il pubblico ci mette un bel po’ di soldini, ma anche il soggetto appaltatore investe e alla fine diviene per tanti anni concessionario e gestore unico dell’opera realizzata.
Le domande da porre al sindaco, allora, sono semplici: a quali condizioni? Qual è il prezzo che la città dovrà pagare? Quali regole detterà per l’utilizzo dello stadio il Paperon de’ Paperoni che ne diverrà concessionario? Quanto bisognerà pagare per organizzarvi un concerto o qualsiasi altro evento? Sarà un impianto per un pubblico di soli ricchi, sulla scia di quanto già avvenuto in altri contesti? Si potranno ancora organizzare spettacoli a partecipazione popolare di massa, come quelli realizzati da “La Terra di Piero”? E le società sportive cosiddette “minori” che attualmente operano nel “Marulla” (la palestra della Boxe Popolare, il club Scherma Cosenza e la scuola calcio “Bergamini”) che fine faranno? Il gestore privato capirà la loro valenza sociale o pretenderà il pagamento di affitti faraonici?
Perché è chiaro che ai privati, del sociale, non interessa proprio niente. Hanno un’unica finalità: mangiare soldi a palate. Anche in merito ad altri settori della vita pubblica, il quesito andrebbe posto.
Si è tanto dibattuto se piazza Bilotti sia bella o brutta e dopo la notizia dell’arresto del costruttore Barbieri la vicenda ha assunto la colorazione della cronaca nera. Eppure, piuttosto che attaccare Occhiuto sulla questione giudiziaria, forse bisognerebbe porgli la domanda: è giusto che il signor Barbieri o chicchessia, a prescindere dall’ipotesi che abbia operato in sintonia con la ‘ndrangheta, diventi arbitro unico del cuore della città?
La questione giudiziaria è centrale per coloro i quali ritengono che questo sistema si possa ancora salvare, magari riformandolo. Ma è un finto problema per quanti, come il sottoscritto, pensano che corruzione e malavita siano connaturate al neoliberismo come l’uovo con la maionese. Gli apparati dello Stato non risolveranno mai il problema, vaccineranno il sistema con piccole dosi di manette per alimentare l’illusione che si possa migliorarlo arrestando i corrotti.
Neanche la filosofia del project financing, comunque, a Cosenza è stata importata per la prima volta da Occhiuto. L’ha sperimentata il PD qua e là. Guardiamo la Città dei Ragazzi. Anche lì, durante l’amministrazione di centro-sinistra, il privato appaltatore del servizio fu chiamato a investire nella formazione del personale e nel potenziamento delle attività. Risultato: il privato è andato via appena i soldi pubblici sono finiti, e la Città dei Ragazzi, oggi ridotta a una spianata di scatoloni vuoti, è aperta solo d’estate per parcheggiarvi bambini. Per le attività ludiche, creative e ricreative, il Comune non scuce un centesimo di tasca propria. Pretende che le attuali società concessionarie stiano a galla coi ticket dell’utenza.
Un ultimo esempio d’infelice matrimonio pubblico-privato è lo smaltimento dei rifiuti urbani. Sì, è vero, grazie alla giunta Occhiuto è partita la raccolta differenziata a Cosenza. Ma il soggetto appaltatore del servizio, è un privato nei confronti del quale la città ha contratto un debito stratosferico, anch’esso in parte ereditato dalle precedenti amministrazioni. Di fatto, sebbene Cosenza sia considerata virtuosa in tema di raccolta differenziata, la tassa sui rifiuti rimane salatissima e non accenna a diminuire, benché il Sindaco nell’ultima campagna elettorale abbia promesso di abbassarla.
Che fare, allora? Anzitutto, il pubblico dovrebbe tornare a fare il pubblico, sia nella realizzazione delle opere sia nei servizi. Negli ultimi tre decenni il Paese Italia ha adottato scelte politiche in direzione contraria, privatizzando tutto ciò che c’era da privatizzare. I risultati si vedono. Se – per guardare ai fatti di casa nostra – l’ospedale di Cosenza offre prestazioni precarie, il motivo è semplice: finché si chiamerà “Azienda” ospedaliera, funzionerà secondo la logica dei costi, ricavi e soprattutto dei tagli. Invece gli ospedali, come le scuole, sono strutture in cui il pubblico DOVREBBE RIMETTERCI.
È inconcepibile subordinare la qualità e il funzionamento del servizio ai fondi investiti e alla necessità di far quadrare i conti. Sì, certo non è ammissibile sperperare le già scarse risorse disponibili, com’è accaduto nella sanità calabrese. Ma per evitare che ciò si verifichi, basterebbe sottrarne il controllo a “politici” e manager, per affidarlo ai cittadini. È un’utopia? Allora teniamoci i malati buttati a terra nelle corsie dei reparti!
Per tornare alla questione dello stadio, la vera domanda da porre a Occhiuto e ai cosentini, in conclusione, è questa: di chi sarà il nuovo “Marulla”? Sarebbe un tema sul quale discutere, confrontarsi. Non serve assumere il solito posizionamento da trincea. Quale prezzo dovremo pagare a chi costruirà lo stadio? In generale: la città in cui viviamo, è ancora nostra oppure siamo tutti crediti esigibili e beni comuni affidati in concessione dentro un gigantesco project financing?
PS
Sindaco, forse per te in questa fase quelle che pongo saranno questioni premature, ma prima o poi dovrai rispondere, altrimenti ti rivelerai anche tu come quelli del PD. Neoliberisti lo siete sia tu che loro. È inutile dunque farsi illusioni. Ma siccome, a differenza loro, tu sei sensibile alla bellezza, oltre a quella urbanistica o architettonica, potresti concedere ascolto e dignità (come altre volte hai già fatto) anche alle realtà sociali che questo stadio oggi lo vivono, non solo la domenica. Concorderai con me: i gruppi sociali e l’umanità costruttiva possiedono una bellezza che va al di là del cemento. Ed è “merce” rara, di questi tempi. O no?
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