Marco Perna, la mala e i delicati equilibri del mercato della droga

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I Foggetti se l’erano cantata chiaro: a Marco Perna lo tolleriamo per amuri du patri.

Un atto dovuto dagli emergenti ad un uomo che è stato tra i precursori del locale di Cosenza. Una tolleranza accetta solo ed esclusivamente onde evitare “parole” che in quel momento storico non portavano bene a nessuno.

Ma, come si canta Ernesto, con un avvertimento chiaro a Marco: non devi uscire dal seminato. Infatti le poche volte che il gruppo di Marco vìola le regole stabilite dall’allora clan “dominante” Rango/Zingari, vengono pesantemente richiamati all’ordine.

L’eccessiva autonomia del gruppo di Marco nello spaccio cittadino non stava per niente bene ai Banana, che come raccontano i canterini dei Foggetti, e non solo, avevano oramai acquisito il quasi totale controllo del traffico degli stupefacenti.

Mercato che, per quieto vivere, già spartivano con i Lanzino/Presta. Una spartizione che da anni garantisce una pax mafiosa che stava sostanzialmente bene a tutti. Una bacinella comune in cui versare ogni guadagno illecito, per poi spartirsi la torta a fine anno nelle dovute e stabilite percentuali.

E Marco crea problemi a questo delicato equilibrio. Non vuol saperne di “adeguarsi” a regole che, vista la sua caratura delinquenziale e lo status criminale di cui la sua famiglia gode, nessuno può imporgli. Rivendica il suo, su un territorio che gli appartiene, per storia, presenza, e sostanza.

Del resto il carisma da vecchio boss del padre non può essere disconosciuto da nessuno. Un uomo, Franchino, coerente con la sua impostazione criminale. Uno che non ha ceduto. A differenza di tanti altri che per anni hanno vantato guapparia, salvo poi cantarsela alla prima occasione. Un malandrino di quelli all’antica, con regole e codici ben precisi, ai quali non è ammessa nessuna deroga. O sei dentro o sei fuori. Nel bene e nel male. Nel dolce e nell’amaro.

E’ questa appartenenza la vera forza di Marco. Un potere contrattuale che può spendersi bene, e che gli permette di poter alzare la voce anche con chi in quel momento è nel pieno dello “splendore” criminale. Infatti, per appianare la questione, venutasi a creare tra Marco e gli zingari, arriva la mediazione di capibastone storici. Gente che ha conosciuto suo padre, e ne apprezza le doti da boss. Ma anche vecchi rivali storici, ai quali, per stimanza dovuta, e anche per opportunità, non conviene che in città si venga a creare una totale egemonia del clan Rango /zingari.

Per questo si mettono “ in mezzo”. Conviene a tutti apparare. Si è da poco conclusa la fase che ha visto l’eliminazione di Luca Bruni che, insieme alla morte di Michele Bruni, ha gettato le basi per una “nuova alleanza”.

Tra gli zingari, i Lamanna, i Rango, i Foggetti, i Lanzino, i Cicero, i Presta, tra i vecchi e i nuovi, non c’è più nessun problema.

I “vecchi”, però, sono anche consapevoli della potenza militare, e della determinazione del clan dei Rango, dei Lamanna, dei Foggetti e degli zingari. Anche se va detto che neanche la cosca Lanzino fissiava.

L’accordo proposto: Marco può gestirsi il traffico di droghe leggere, anche autonomamente, rifornendosi da chi gli pare, ma deve accettare la regola che vale per tutti, versare la guagna nella bacinella comune, 80.000 euro. Soldi che Marco dice in un primo momento di voler versare, anche per non fare sgarro agli amici del padre che si sono messi in mezzo, ma che non ha nessuna intenzione di sborsare. Prende tempo. Nel mentre si organizza.

Mette su la sua rete fatta per lo più di ragazzotti che giocano a fare i malavitosi, e vende fumo. Una merce a Cosenza che va a ruba. A Cosenza quasi tutti piollano. E’ talmente alta la richiesta, nell’area urbana, che in questo mercato tutti trovano lavoro. Se vendi fumo la giornata la alzi. In ogni comitiva c’è sempre qualcuno che vende un po’ di fumo. In determinati quartieri della città è quasi diventata una economia di sussistenza per centinaia e centinaia di famiglie. E chi conosce questo mondo sa che non esagero.

Per fare un esempio: come il contrabbando delle sigarette a Napoli negli anni che furono. Che non vuol dire accettare l’illegalità. Ma quantomeno ricondurla su un binario di analisi attinente con la realtà. E a vedere gli arresti di oggi, francamente, non vedo dove sta l’aggravante mafiosa. Se non nel pretesto di un cognome pesante, e in un atteggiamento, quello di Marco, che per “portamento” non può che intendere una sola cosa. Per carità, ha le sue responsabilità.

Ma quella di oggi, non può certo dirsi una operazione “antimafia”. Basta guardare la data di nascita di molti degli arrestati di oggi per capire che non siamo di fronti a ‘ndranghetisti. Se non per “retaggio” culturale. Assimilazione sociale.

Gli arrestati di oggi, sono colpevoli sì di aver commesso un reato, ma sono anche vittime di una legge, quella sulle droghe leggere, che ancora in Italia punisce il “piccolo spacciatore”. Infatti a pagare saranno questi ragazzi, ripeto, che hanno commesso un reato, e non chi quelle tonnellate di fumo fa entrare nel nostro paese. Con guadagni stratosferici e senza nessun rischio. E poi, chissà a quanti di voi che leggeranno questo articolo sarà capitato di comprare una dieci da qualcuno di questi…

GdD