Massoneria, Vaticano e Cassazione: tutti i legami del clan Grande Aracri e i 6 nomi di “collegamento”

 di Sara Donatelli

Fonte: Antimafia Duemila 28 luglio 2016

Se in Emilia Romagna, l’operazione Aemilia può essere considerata come la più grande operazione antimafia mai messa a segno nella regione, in Calabria le cose sono ben diverse. Piccole ma importanti operazioni portate a termine dal Comando Provinciale di Crotone che, piano piano, stanno portando alla luce il sistema criminale che ruota attorno alla cosca dei Grande Aracri.

In particolar modo, sono due le operazioni che possono aiutarci a comprendere il legame tra la cosca cutrese e altre entità, come ad esempio la massoneria, il Vaticano e persino la Suprema Corte di Cassazione. In questo quadro, subentra l’operazione Kyterion (scattata nel gennaio 2015) e l’operazione Kyterion II (scattata lo scorso gennaio). Tra i nomi degli arrestati e degli indagati, infatti, compaiono personaggi che, secondo le carte dei PM, avrebbero agevolato la cosca dei Grande Aracri “infiltrandosi” anche in altri settori.

Tra le 37 persone arrestate nell’operazione Kyterion troviamo, ad esempio, Giovanni Abramo (genero di Nicolino Grande Aracri), Giovanni Frontera, Ernesto Grande Aracri (fratello del boss), Salvatore Scarpino, Benedetto Stranieri (legale di Nicolino Grande Aracri). Nella seconda operazione, Kyterion II, sono 16 le persone accusate a vario titolo di associazione di stampo mafioso, omicidio, ricettazione, estorsioni, usura, rapina e violazioni delle leggi in materia di armi.

Tra queste, la giornalista Grazia Veloce, l’avvocato Rocco Corda, lo stesso Nicolino Grande Aracri, Francesco Lamanna, Romolo Villirillo e Alfonso Diletto (imputati anche nel processo Aemilia). Non sono state accolte dal GIP, invece, le richieste di arresto per il fratello di Nicolino Grande Aracri, Domenico (avvocato), e Lucia Stranieri, sorella dell’avvocato Benedetto Stranieri. Dalle indagini si evincono presunti tentativi di collegarsi ad esponenti del Vaticano e della Corte di Cassazione, nonché l’intrusione in ordini massonici e cavalierati da parte di Nicolino Grande Aracri.A quest’ultimo sarebbe attribuito un conto corrente con 200 milioni di euro a cui è collegata una fideiussione per un investimento edilizio in Algeria. Il Processo Kyterion è già iniziato, ma ha visto il proscioglimento di cinque imputati, tra cui il fratello del boss Nicolino Grande Aracri, l’avvocato Domenico ed in fase preliminare è stata stralciata la posizione della giornalista Grazia Veloce. Tra i rinviati a giudizio, invece, ecco di nuovo i nomi dell’avvocato Rocco Corda, dell’imprenditore Salvatore Scarpino, del genero del boss Giovanni Abramo, di Alfonso Diletto, Francesco Lamanna e Romolo Villirillo (già imputati in Aemilia), di Giovanni Frontera, di Antonio, Ernesto e Nicolino Grande Aracri, e dei fratelli avvocati Benedetto e Lucia Stranieri.

GLI OMICIDI BLASCO E DRAGONE

Perché questi nomi sono così importanti? Per capirlo occorre fare un passo indietro, nei primi anni del 2000 quando era in corso la feroce faida tra la cosca dei Grande Aracri e la cosca dei Dragone. In questo contesto, vanno infatti collocati due omicidi che, a pochi mesi di distanza, hanno visto nel 2004 l’uccisione di due uomini. Salvatore Blasco, 44enne considerato uomo di punta del gruppo facente capo a Nicolino Grande Aracri, ucciso a Cutro il 22 marzo del 2004, raggiunto da numerosi colpi di fucile calibro 12 davanti alla porta della propria abitazione. Blasco era uscito dal carcere appena due giorni prima per decorrenza dei termini, malgrado la condanna a 12 anni e 4 mesi che gli era stata inflitta in primo grado nel processo “Scacco matto” per associazione mafiosa, tentato omicidio, detenzione di armi.

Antonio Dragone

Antonio Dragone, 61enne, invece è ritenuto il boss storico dell’omonima cosca, ucciso il 10 maggio 2004 a colpi di Kalashnikov e pistola calibro 38 in un agguato portato a termine sulla strada statale 106 bis, in località Vattiato. Di queste due uccisioni furono chiamati a rispondere quattro giovani calabresi: Giovanni Abramo, Antonio Dragone, Giuseppe Ciampà e Giovanni Oliverio.

LUGLIO 2008: PRIMO GRADO DI GIUDIZIO

La Corte d’Assise, al termine del processo di primo grado nel luglio del 2008, emette le prime sentenza. Per l’omicidio del boss Antonio Dragone viene condannato a 28 anni di reclusione Giovanni Abramo (genero del boss Nicolino Grande Aracri). Per l’omicidio di Salvatore Blasco vengono condannati Giuseppe Ciampà e Antonio Dragone (entrambi nipoti del boss Antonio Dragone) a 23 anni e sei mesi. Giovanni Oliverio si costituisce nel maggio 2006 e viene condannato a 21 anni e sei mesi di reclusione.

DICEMBRE 2009: SECONDO GRADO DI GIUDIZIO

I giudici della Corte d’Assise d’appello di Catanzaro assolvono Giovanni Abramo. Per quanto riguarda il delitto di Salvatore Blasco, la Corte d’Assise d’Appello concede uno sconto di pena a Giovanni Oliverio, Antonio Dragone e Giuseppe Ciampà condannandoli a 21 anni di reclusione.

CASSAZIONE

La Cassazione annulla la sentenza della Corte d’appello nei confronti di Giovanni Abramo, rinviando gli atti a Catanzaro per la celebrazione di un nuovo processo di secondo grado. Vengono invece confermate le condanne nei confronti di Antonio Dragone, Giovanni Oliverio e Giuseppe Ciampà.

MAGGIO 2012: SECONDO PROCESSO D’APPELLO

Giovanni Abramo, accusato dell’omicidio del boss Antonio Dragone, viene condannato a 20 anni di reclusione. Viene accolta quasi integralmente la richiesta del sostituto procuratore generale Domenico Prestinenzi, che aveva chiesto per Abramo una condanna a 27 anni di reclusione.

NUOVI RISVOLTI

Nell’ordinanza firmata dal GIP catanzarese Domenico Commodoro (nell’ambito di Kyterion) emergono particolari sull’agguato mortale al boss Antonio Dragone. Una nutrita serie di intercettazioni individuerebbero, a detta degli inquirenti, come mandanti dell’omicidio, i fratelli Nicolino ed Ernesto Grande Aracri. “Sebbene Nicolino Grande Aracri fosse detenuto – scrive il gip – lo stesso operava in maniera sovraordinata rispetto al fratello Ernesto che era in libertà ed ha dovuto sostenere la “guerra”. La responsabilità di Nicolino Grande Aracri promana direttamente dalle conversazioni ambientali, quando lo stesso Nicolino, nell’incontrare l’allora autista del Dragone (Giovanni Spadafora) confessa e rivendica l’ideazione e la materiale predisposizione dell’omicidio, addirittura rimarcando come, all’epoca, se tra gli obiettivi dell’agguato vi fosse stato lo stesso Spadafora, lo stesso sicuramente non sarebbe scampato alla micidiale azione”.

I SEI NOMI DI COLLEGAMENTO

Leggendo le carte, è possibile constare come siano sei i nomi dei personaggi che gli inquirenti collocano su tre fronti diversi: i rapporti con la massoneria, i rapporti con Vaticano e i rapporti con la Suprema Corte di Cassazione. Si tratta di Nicolino Grande Aracri, Giovanni Abramo, Benedetto Stranieri, Grazie Veloce, Salvatore Scarpino e Lucia Stranieri.

GIOVANNI ABRAMO E IL MATRIMONIO CON LA FIGLIA DI NICOLINO GRANDE ARACRI

Giovanni Abramo

Durante il processo Aemilia viene chiamato a deporre il Maresciallo Calì, appartenente alla stazione dei Carabinieri di Fiorenzuola d’Adda, il quale ha spiegato in aula l’importanza, all’interno del gruppo criminale, di un avvenimento: il matrimonio tra Giovanni Abramo e la figlia del boss Nicolino Grande Aracri, Elisabetta. Proprio durante la celebrazione di quel matrimonio, infatti, vengono registrati colloqui tra Alfonso Paolini (che non riesce ad andare alla cerimonia) e l’ispettore Francesco Strada. In particolar modo, Paolini (imputato nel processo Aemilia) indica all’ispettore Strada che sono presenti alla festa Antonio Muto, Giuseppe Iaquinta e Giuseppe Villirillo (papà di Romolo Villirillo). Paolini “invita” l’ispettore a far loro delle foto per “farli spaventare”.

I due decidono inoltre di fare uno scherzo a Giuseppe Iaquinta, comunicandogli che sarebbero uscite sui giornali notizie circa la presenza del padre di un calciatore famoso (Iaquinta, appunto) al matrimonio della figlia di un boss (Elisabetta Grande Aracri, appunto). Paolini è dunque consapevole del fatto che in occasione di quel matrimonio ci siano degli investigatori che stanno portando avanti un servizio di osservazione. Durante la deposizione del Maresciallo Calì, emerge anche un altro dato: l’imputato Antonio Muto è al corrente del fatto che Nicolino Sarcone (già condannato in abbreviato) e Alfonso Paolini si stiano interessando per l’acquisto di due autovetture in Germania, di cui una Mercedes proprio per l’Ispettore Franco Strada. Il matrimonio tra Giovanni Abramo ed Elisabetta Grande Aracri è un’occasione importante anche per un altro imputato del processo Aemilia: Antonio Gualtieri (condannato in abbreviato): sarà infatti lui a svolgere le funzioni di autista per il padre della sposa, il boss Nicolino Grande Aracri.

SALVATORE SCARPINO

Salvatore Scarpino, detto “Turuzzo”. Il suo nome compare per la prima volta nel gennaio 205 con l’operazione Kyterion, parallela ad Aemilia. Imprenditore, Scarpino è secondo gli inquirenti un uomo che “per conto della consorteria cutrese si impegna in operazioni finanziarie e bancarie, e mantiene contatti diretti e frequenti con il capo locale Grande Aracri Nicolino”, ponendosi “da intermediario tra questi e altri soggetti estranei all’associazione al fine di consentire l’avvicinamento a settori istituzionali anche per il tramite di ordini massonici e cavalierati”. Lo stesso Scarpino, in una conversazione intercettata dagli inquirenti, spiegava proprio l’importanza del rapporto tra boss e massoni: “Ho un problema, per esempio, lo vedi per esempio ho un problema su Roma, qualsiasi tipo di problema… Gli dico io ho questo problema. Loro hanno il dovere … siccome è una massoneria, siamo. Cioè uno, quando uno di noi ha un problema, si devono mettere a disposizione… E devono risolverlo il problema”.

Continuano a scrivere i magistrati: “le indagini hanno portato alla luce un allarmante aspetto relativo al livello di relazioni, sociali ed istituzionali, che l’organizzazione criminale è in grado di tessere per le necessità ed i fini della stessa”. In un’altra intercettazione, Scarpino dice: “Quando siamo andati… quando sono andato io c’era Massimo Ranieri, Gianni Letta… in questa caserma che abbiamo fatto insieme pure le fotografie ho… invece ora, a novembre, mi danno Cavaliere di Lavoro, devo andare da Napolitano, devo andare… perché poi conosci una fascia di ‘cristiani’ di un certo livello…. E lì ci sono proprio sia ad alti livelli istituzionali e sia ad alti livelli di ‘ndrangheta pure…”. Scarpino è stato rinviato a giudizio nell’ambito del processo Kyterion.

GRAZIA VELOCE

Grazia Veloce

Nel gennaio 2016 scatta l’operazione Kyterion II e compare tra i 16 arresti anche il nome di una giornalista: Grazia Veloce, 72 anni, residente a Pomezia, cronista parlamentare fino alla metà degli anni Novanta. La donna viene posta agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per aver utilizzato le sue relazioni personali in ambienti ecclesiastici romani e in ordini di cavalierato per assicurare rapporti dei vertici del sodalizio criminoso con questi ambienti altolocati.

La giornalista si sarebbe infatti rivolta ad un prelato della Diocesi romana (che non è indagato) per consentire il trasferimento in un carcere calabrese del genero del boss Nicolino Grande Aracri, Giovanni Abramo, detenuto a Sulmona per l’omicidio di Antonio Dragone. Trasferimento, comunque, non effettuato. A fare da tramite tra la famiglia Grande Aracri ed il monsignore Maurizio Costantini, della Diocesi di Roma (secondo quanto riportato nel decreto di fermo firmato dal procuratore aggiunto di Catanzaro Giovanni Bombardieri, e dai PM della DDA Vincenzo Capomolla e Domenico Guarascio), sarebbe stata dunque la Veloce, “di fatto ben conosciuta negli ambienti del Vaticano e asseritamente molto vicina a personalità di rilievo del Vaticano e della politica italiana”.

“La piena consapevolezza da parte di Veloce Grazia di agire in favore di un sodalizio criminale di tipo mafioso – si legge nel decreto di fermo della DDA catanzarese – emerge chiaramente dai contenuti di molte conversazioni di cui la stessa è protagonista e che saranno sviluppate in altra sede non risultando destinataria del presente provvedimento. In questa sede il ruolo di Veloce Grazia assume estremo rilievo in quanto, in ragione dei suoi rapporti con istituzioni massoniche e cavalierati vari, pure strettamente collegati con ambienti del Vaticano, presenta a Nicolino Grande Aracri ed ai suoi sodali Benedetto Stranieri quale “avvocato” capace di risolvere alcuni problemi giudiziari che riguardano in quel momento una delle posizioni di vertice della cosca ed in particolare il genero dello stesso Nicolino Grande Aracri, Abramo Giovanni, soggetto, peraltro in quel momento detenuto ed in cui favore la stessa Veloce attiva tutti i suoi contatti in Vaticano per il suo trasferimento in altro Istituto carcerario”. Gli investigatori non nascondono che “uno degli aspetti più inquietanti che si trae dalle attività di intercettazione” sia proprio l’investitura di Nicolino Grande Aracri a “cavaliere” del sovrano Ordine di Malta.

I carabinieri lo apprendono ascoltando diverse conversazioni del boss anzitutto con Grazia Veloce, giornalista che nell’Ordine pare ricopra una carica importante e per questo si riferisce a Grande Aracri chiamandolo “fratellone”. “Questo termine – annotano gli inquirenti – connota chiaramente la natura del legame che esiste tra chi appartiene a questo tipo di “ordini cavallereschi” e, purtroppo, tra i ‘fratelli’ vi sono anche persone che, come sembra emergere dalle intercettazioni della Veloce Grazia, rivestono importanti ruoli nelle istituzioni. Nel corso di una perquisizione a casa di Grazia Veloce, i carabinieri hanno trovato alcune fotografie che “la ritraggono – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – in compagnia, tra gli altri, di Sebastiano Nirta, esponente dei Nirta-Strangio (cosca di San Luca) e Giuseppe Caridi, arrestato nel 2011 dalla Dda di Torino per associazione mafiosa”. Si tratta di foto ritenute importanti dagli investigatori perché sono evidenti “le insegne del cavalierato di cui la Veloce sembra essere esponente di significativo rilievo”.

LUCIA STRANIERI

Sorella dell’avvocato di Nicolino Grande Aracri, Benedetto Stranieri, rinviata a giudizio nell’ambito del processo Kyterion.

BENEDETTO STRANIERIBenedetto Stranieri viene arrestato, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito dell’operazione Kyterion, scattata nel gennaio 2015. L’ex maresciallo dei Carabinieri, diventato poi l’avvocato di Nicolino Grande Aracri, secondo quanto scrivono i PM, avrebbe avvicinato “soggetti gravitanti in ambienti giudiziari della Corte di Cassazione, anche remunerandoli, al fine di ottenere decisioni giudiziarie favorevoli ad Abramo Giovanni”. Insieme al suo nome, compare anche quello della sorella, Lucia Stranieri. Per quanto riguarda il rapporto tra Nicolino Grande Aracri e il suo legale, Benedetto Stranieri, è utile citare due fatti. Uno fa riferimento ad alcune conversazioni intercettate dagli investigatori il 15 giugno 2013, in cui Stranieri riferisce ad un collega “Nicolino Grande Aracri, di Crotone, ne hai sentito parlare?” “si si si, quelli so tutti.. tutta gente seria”. Poi parlava del ruolo ricoperto da Alfonso Diletto “questo che viene oggi è praticamente il braccio destro di Nicolino. Mo te lo faccio vedere chi è Nicolino Grande Aracri così ti rendi conto. Allora, Nicolino Grande Aracri è il capoclan della ‘ndrangheta di.. ecco qua.. per tentata estorsione aggravata al Porto Kaleo. Allora questi qua c’hanno.. tutta Reggio Emilia.. perché c’hanno 7000 eh.. calabresi a Reggio Emilia e 3.4 mila a.. a… Parma.. allora qua non dobbiamo sbagliare”.

In un’altra conversazione nel suo ufficio con due uomini non identificati dice: “in questo paese, Cutro, abita, vive, dirige e organizza il numero uno anzi il numero due in Italia, nel mondo di ‘ndrangheta.. il primo è la famiglia Piromalli, che forse lui l’avrà sentita, il numero due nel mondo si chiama Nicolino Grande Aracri, mi sono spiegato bene? In quella città vive questo personaggio, ora sta ad Opera, dove sono stato ieri, incarcerato per 22 omicidi, parliamo di altro mondo.. ascolta, finisco: a Reggio Emilia ci sono 11 mila cutresi, 11 mila persone si sono trasferite a Reggio Emilia, Parma e Modena, ok? Comandano loro, mi sono spiegato. Non si muove foglia se Dio non voglia.. non esiste proprio niente…capito, anche per andare a prendere una bottiglia di vino devi andare a chiedere là”.

Un’altra situazione interessante, sempre per comprendere il legame tra Grande Aracri e Stranieri, è il colloquio tra i due che avviene il 9 luglio 2013 nel carcere di Bari (luogo dove il boss è detenuto). Le ‘cimici’ della DDA di Catanzaro captano la conversazione. I due stanno parlando della Save Group, azienda di Montecchio Emilia controllata e amministrata da Giovanni Vecchi (condannato con rito abbreviato nel Processo Aemilia), che aveva ottenuto in subappalto la realizzazione delle opere a mare per il nuovo porto turistico di Imperia. Lavori per 44 milioni di euro. Ma problemi di liquidità e l’arresto dell’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone, dominus del progetto, stavano mettendo in difficoltà l’azienda di Montecchio. Fioccavano i decreti ingiuntivi dei creditori ed era scattato anche un sequestro conservativo di beni. A gestire l’operazione per conto di Grande Aracri, secondo la DDA di Catanzaro, era il brescellese Alfonso Diletto, che aveva incaricato l’avvocato Stranieri di tentare di sbloccare i conti correnti e di ricusare i giudici della sezione fallimentare di Reggio per trasferire la procedura concorsuale a Roma, dove la cosca contava di poter agire senza intralci. Ma il 4 luglio il Tribunale aveva respinto l’istanza di ricusazione. Le cose, per gli uomini che si erano impossessati della Save, stavano volgendo al peggio.

E’ a questo punto che Nicolino Grande Aracri abbassa la voce e dice all’avvocato Stranieri di porre ad Alfonso Diletto questa domanda: ‘Che fine hanno fatto i soldi?’. Il tono di Grande Aracri è molto basso, l’avvocato non capisce e allora il boss di Cutro dice: ‘Chiedete che fine hanno fatto i 6 milioni di euro’. Uscito dal carcere al termine del colloquio, l’avvocato Stranieri chiamò Diletto per concordare un faccia a faccia a Milano. L’11 luglio il Tribunale di Reggio dichiarò il fallimento di Save Group, mandando a monte i piani del clan. Il nome di Benedetto Stranieri è comparso anche nell’operazione “Old Cunning” che ha smantellato una rete di usura nella capitale. “Un gruppo organizzato in stretti rapporti con personaggi noti negli ambienti della malavita romana- scrivono gli inquirenti- oltremodo indicativi della caratura criminale dei capi del sodalizio e delle forti capacità di presa sulle vittime dei prestiti usurari”. Al vertice di tale organizzazione gli inquirenti collocano proprio Benedetto Stranieri, insieme a Roberto Castroni e Antonio D’Angeli, due pensionati con vecchie e consolidate amicizie tra gli ex membri della banda della Magliana.

1 – (continua)