Minniti e le tentazioni neocolonialistiche (di Vito Barresi)

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Il Ministro Minniti e le tentazioni neocolonialistiche tra il Golfo della Sirte e quello di Taranto

di Vito Barresi

Punto nel ricalco e nelle reminescenze di un ‘postgiolittismo’, quasi remake e parodia della ‘sinistra storica’ nei tempi moderni, con il ritorno genetico di un erede del Patto Gentiloni (allo stesso modo degli illustri avi, negli accordi informali tra ‘sinistra’ di governo e cattolici romani, pare rimetterebbe in gioco il ‘matrimonio omosessuale’ al posto del ‘non expedit’), in questa speciale, occhiuta e sospettosa, prima fase di lancio e di ‘quarantena’ del Governo Gentiloni-Mattarella, salpato nel mare periglioso della sconfitta referendaria del dopo Renzi, ecco sorgere l’alba di un nuovo teorema.
Un teorema ideologico, brezneviano e zadnovista insieme, probabilmente testualizzato da qualche tink-tank aduso alle stanze alte e intelligenti del Partito-Ministero della Politica con sede in Roma, in cui si prefigura la bozza dell’ambizioso disegno neocolonialista del Ministro Marco Minniti (3M), inteso a fare della Libia un fortino euroatlantico, apparentemente contro l’immigrazione clandestina che assilla come una nuova epidemia barbarica la povera Italia provinciale e pediaca.
Questa sarebbe solo una parte di una risposta articolata e complessa alla più vasta crisi politica, teoretica e programmatica, che ormai strozza, fino all’autostrangolamento, quel che resta sulle macerie del post comunismo e del fallimentare inganno del renzismo alla Chianti Shire.
Ma poi quel che conta davvero è la cronaca, l’attualità e le ricadute prossime di una scelta politica, quale quella di Minniti, di cui il Parlamento resta ancora all’oscuro, considerato alla stregua di un inutile fardello bolso e sorpassato, a cui non far sapere quali sono i ‘piani atlantici’ e titanici del Triumvirato ‘Mattarella Gentiloni Minniti’ che di fatto ha preso il comando della Repubblica Italiana dopo che il Popolo Sovrano ha difeso la Carta contro il tentativo di stravolgerla messo in atto dal Nemico della Costituzione classica, Matteo Renzi.
Triumvirato politico-militare-istituzionale che intenderebbe salvaguardare e proiettare nel prossimo futuro la sudditanza italiana alla Nato. Anzi proporsi, alla nuova amministrazione Trump, non già come ultimo baluardo, insieme alla neofita Albania, della vasta è discutibile presenza americana nel Mediterraneo in funzione anti russa e anti turca, ma come alleato degli Usa più e ancora della stessa Nato, partner selezionato, qualificato e selettivo pronto a offrirsi come piattaforma strategica negli interventi tricontinentali (Europa, Asia, Africa) di polizia internazionale, nella lotta al terrorismo islamico, all’immigrazione clandestina, all’egemonia statunitense su vasta parte del Mediterraneo.
Più prosaicamente, in tempi che volgono a un rapido cambiamento di scenario geopolitico, in una situazione in cui le parole, pace e prosperità, a causa del terrorismo e della recessione internazionale, hanno fatto cambiare atteggiamento e mentalità a milioni di europei, in una fase in cui c’è interesse alle cose del mondo solo in rapporto a un condizionato risveglio di certo provincialismo, Marco Minniti, in coerenza con il disegno politico e di potere di Mattarella, Gentiloni, si farebbe araldo e alfiere di una sorta di strana ‘rifondazione’, dai tratti crispini e giolittiani, della sinistra storica italiana, assurgendo al rango di ‘maitre a penser’, filosofo di un profondo cambiamento di paradigma, un novello Eduard Bernestein (tutto si tiene, visto il Ber, berlingueriano e berlusconiano insieme) di un ricopiato revisionismo italico, dopo la disfatta e il crollo di ogni setta, sezione e loggia, nata dalla matrice Botteghe Oscure, la derivazione ex comunista poi sfociata, in spregio alla tradizione secolare socialista e autonomista, nella non più convincente e persuasiva compagine del Partito Democratico.
Certo c’è prima di tutto la storia. E cioè che nel 1911, guarda caso proprio unità della marina italiana sbarcavano nella capitale libica, seguite il 12 da più consistenti reparti dell’esercito, portando le insegne del Regno d’Italia, mentre a Roma governava il liberale Giovanni Giolitti, all’inverso dell’oggi, acquisendo una colonia di popolamento per l´emigrazione meridionale, veneta e piemontese, causa di malcontento e rivolte sociali. A tal punto che Antonio Labriola, socialista e marxista, plaudiva all´occupazione di Tripoli, per il buon affare, ottant’anni dopo Karl Marx, pure corifeo dell’invasione francese dell’Algeria.
Sta di fatto, alla luce della lezione storica otto-novecentesca, che siffatte idee e teoremi neo interventisti potrebbero mettere a rischio la sicurezza del Paese e sortire l’effetto contrario a quello dei buoni propositi di protagonismo internazionale e di contenimento dell’immigrazione clandestina.
Grave sarebbe scambiare il Golfo della Sirte con il Golfo di Taranto. Soprattutto dopo che le autorità di Tobruk, nell’est della Libia, hanno inveito contro la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli definendola una “nuova occupazione”, persino inviando una “nota diplomatica urgente” a tutte le ambasciate e i consolati libici all’estero per informarli di quello che viene definito “il ritorno militare dell’ambasciata italiana” a Tripoli.