Minniti e il partito unico (!)

23/05/06 AULA DELLA CAMERA DISCUSSIONE PER LA FIDUCIA AL GOVERNO PRODI, NELLA FOTO MASSIMO D'ALEMA E MARCO MINNITI ¸
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Fonte: Huffington Post

di Franco Monaco – Deputato Pd

Ha collaborato con Romano Prodi alla nascita dell’Ulivo, nelle cui liste è stato eletto alla Camera dei deputati nel 1996. E’ stato presidente del gruppo parlamentare dei Democratici dell’Asinello nel 1999 e, dal 2001 al 2006, vicepresidente del gruppo della Margherita. Dal 2010 al 2013 ha diretto Tam Tam, mensile culturale online del Partito Democratico. Attualmente deputato del PD, membro della Commissione esteri della Camera e della delegazione parlamentare Osce.

Devo confessare subito un dato soggettivo: ho stima di Marco Minniti, ma provo nei suoi confronti un sentimento di distanza. Un mio maestro filosofo suggeriva di distinguere tra due diversi tipi umani: gli apodittici e i dialettici. Inutile precisare a quale delle due fattispecie inscriverei Minniti.

Uomo e politico sicuro di sé e delle proprie posizioni, che anzi ama un po’ ostentare tale sicurezza. Non escludo che, dovendo egli appunto occuparsi della sicurezza che lo Stato deve garantire ai cittadini, tale sua disposizione contribuisca ad accreditarlo come un buon ministro.

Sono stato colpito dalla orgogliosa rivendicazione di coerenza con la quale egli, giorni addietro, alla festa dell’Unità di Pesaro ha asserito: “Ho fatto politica da sempre, non ho mai cambiato partito e mai lo cambierò”.

Comprendo e apprezzo il senso soggettivo di tale rivendicazione, in un tempo dominato da opportunismi e trasformismi. E tuttavia le parole di Minniti hanno suscitato in me qualche interrogativo. Sempre lo stesso partito? Davvero la sequela condensata nelle sigle Pci-Pds-Ds-Pd corre via così senza marcare soluzioni di continuità?

Come sostengono Berlusconi e certi sbrigativi opinionisti di destra. La chiusura del Pci, annunciata da Occhetto alla Bolognina, dopo il fallimento tragico dei regimi comunisti, ha segnato drammaticamente biografie personali e politiche che, in quel passaggio epocale, hanno operato scelte diverse (da Ingrao a Reichelin).

Difficile rappresentarle come una operazione cosmetica. È priva di significato l’evoluzione da Pds a Ds, con le reiterate “svolte socialiste” (per tre congressi a fila) e il passaggio dalla monocultura di matrice comunista al pluralismo politico-culturale interno (sino all’adozione di una forma federativa di componenti che affiancassero la dorsale ex Pci quali i laburisti, i cristiano-sociali e i repubblicani di sinistra)? Una finzione la declamata novità rappresentata dal Pd quale compimento dell’Ulivo? Nessun elemento di discontinuità nella irruzione di Renzi, quale che sia il giudizio di valore, nel corso politico del Pd?

Sospetto che, al fondo, stia una certa concezione del partito. Gli osservatori pregiudizialmente critici si spingono sino a sostenere che, dopo la caduta della ideologia e dei regimi comunisti, gli ex Pci si sarebbero ridotti a “chiesa senza fede”.

Tesi francamente ingenerosa. Resta tuttavia l’impressione di una ipostatizzazione del soggetto-partito. Lungi da me sminuire l’importanza del partito quale cardine delle democrazie rappresentative. Tuttavia, secondo la nostra Costituzione (art. 49), esso è pur sempre uno strumento, non un fine. Una associazione di cittadini che si raccolgono intorno a un fine politico. L’appartenenza a un partito è cosa seria, impegnativa, persino eticamente coinvolgente. Non però al punto da assurgere a fine in sé. Se e quando si dovesse concludere che quello strumento non è servente il fine politico che lo trascende e nel quale ci si riconosce, lasciare un partito o aderire a un altro non può essere motivo di riprovazione.

Seguendo con interesse e anche con qualche inquietudine la discussione sui dilemmi etici che hanno segnato questa calda estate – su immigrazione, Ong, caso Regeni – mi sono interrogato su certe durezze riscontrabili nelle posizioni di esponenti politici e di governo forgiatisi nel Pci.

Penso non solo a Minniti, ma anche a Violante o a Nicola La Torre (un tempo qualificati dalemiani), il quale ultimo ha guidato la missione parlamentare che ha propiziato l’invio dell’ambasciatore italiano al Cairo.

Una decisione che ha giustamente ferito i genitori Regeni, i quali vi hanno letto la subordinazione della loro (e non solo loro) domanda di verità e giustizia alla ragion di Stato. Posso sbagliare, ma ho l’impressione che anche qui sia in gioco la cultura politica e, segnatamente, la visione dello Stato. Una sua sovradeterminazione etica. Una qualche concessione di troppo all’autorità dello Stato.

Senza scomodare la teoria hegeliana dello Stato come ragione assoluta ed espressione dello spirito oggettivo, più semplicemente vi si può scorgere una certa concezione dei rapporti tra persona, società e Stato, come ente sovraordinato a esse. Qualcuno potrebbe persino rivenire traccia di questo elemento nella linea seguita dal Pci nei giorni drammatici del sequestro Moro.

Intendiamoci: forse la linea della fermezza non aveva alternative, ma c’era modo e modo di motivarla e praticarla. Ciò di cui siamo venuti a conoscenza solo poi, circa negligenza, inadeguatezza se non qualcosa di più negli apparati di sicurezza, ha suggerito a uomini con un alto senso dello Stato come Leopoldo Elia l’interrogativo angoscioso se quello Stato, così malmesso e inquinato in taluni suoi gangli vitali, meritasse il sacrificio della vita di Moro. Il quale, già nei suoi scritti giovanili e nei suoi studi di filosofia del diritto, e poi ancora alla Costituente, parlava del “senso umano dello Stato”. Uno Stato a servizio della persona umana e non viceversa.

Sarebbe interessante leggere in filigrana le concezioni dello Stato sottese alle varie posizioni nel dibattito in corso su immigrazione, legalità, Ong e caso Regeni. Meriterebbe discutere delle visioni del partito e dello Stato, di come esse operino, magari inconsapevolmente, nelle culture politiche (al plurale) che abitano la sinistra e, più in genere, la democrazia italiana.

Forse il confronto farebbe uno salto di qualità, affrancandosi da propaganda, luoghi comuni, protagonismi. E forse non vi sarebbe motivo di stupirsi – come avrebbe fatto Renzi, secondo indiscrezioni di stampa – nel constatare che qualche cattolico democratico (Delrio?) sarebbe “più a sinistra” di molti ex comunisti. Non per umanitarismo buonista, ma per una diversa idea dello Stato.