Moro 40 anni dopo. Mancini: “Non sono il grande vecchio e Piperno non è mr. Hyde”

FOTO MARCELLINO RADOGNA

Oggi tutta l’Italia ricorda i 40 anni dal rapimento di Aldo Moro. Tra coloro che, all’epoca, erano protagonisti della scena politica non possiamo certo dimenticare Giacomo Mancini. In questo articolo del 20 gennaio 1987 “Repubblica” ricostruiva la sua testimonianza al processo Metropoli, nel quale i principali imputati erano Franco Piperno e Lanfranco Pace. E Mancini parlò alla sua maniera del rapimento Moro. 

ROMA (f.s.) La critica, garbata ma decisa, é una delle caratteristiche dell’onorevole Giacomo Mancini. Il parlamentare socialista non si é lasciato sfuggire l’ occasione di esprimere ciò che pensa sulle istruttorie che riguardano l’ Autonomia e il caso Moro. Lo ha fatto in veste di testimone al processo Metropoli che ha come principali imputati Franco Piperno e Lanfranco Pace.

“Io e l’ onorevole Landolfi siamo diventati i grandi vecchi del terrorismo malgrado la nostra corrente fosse la più accesa contro questo fenomeno. E’ stata messa in atto un’ operazione politica contro di me cui hanno partecipato i governi in carica, i magistrati e anche l’ onorevole Craxi e la segreteria socialista”.

Questo in sintesi il leit-motiv della testimonianza dell’ esponente socialista nell’ udienza nell’ aula bunker del Foro italico. Il parlamentare, coinvolto nell’ istruttoria sul terrorismo per i suoi rapporti con Franco Piperno, fu prosciolto dal Parlamento, in seduta congiunta della Camera e del Senato dagli addebiti che il magistrato romano gli aveva contestato con una comunicazione giudiziaria.

Ora è stato chiamato a testimoniare dal collegio dei difensori. Le prime domande che gli vengono dal presidente della Prima Corte di assise, riguardano il Cefis, un centro di studi e di ricerca che secondo gli inquirenti era una copertura all’ attività eversiva di coloro che ne facevano parte. Il centro era finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno e l’ onorevole Mancini, in quel periodo era ministro di quel dicastero.

“Non ho mai sentito parlare del Cefis – ha detto Mancini – fino a quando non ho appreso dai giornali la sua esistenza e questo é avvenuto durante l’ istruttoria romana”. Ha affermato con tono deciso e ha proseguito sostenendo che di falsità nei suoi confronti ne sono state scritte tante. Riferendosi a Franco Piperno il parlamentare socialista ricorda che lo conobbe da bambino e che il primo incontro politico avvenne dopo i fatti di Reggio Calabria. A quell’ epoca, Piperno apparteneva a Potere operaio, gruppo che insieme a Lotta continua partecipò agli scontri con la polizia. “Potere operaio, ha detto Mancini, attaccava il partito socialista, fautore del centro-sinistra e aveva scelto, tra l’ altro di votare per il Pci quando ero segretario del Psi”.

I rapporti con Franco Piperno si fanno più stretti quando il professore di fisica ottiene nel 1975, la cattedra all’ università di Cosenza. “Mi veniva a trovare spesso nella mia casa calabrese e mai ho pensato che fosse un dottor Jeckyll, che si trasformava nel mister Hyde del terrorismo italiano. Non lo pensavo e non lo penso tuttora”.

Il parlamentare socialista ha ricordato che incontrò Piperno anche durante il sequestro Moro, le loro discussioni si incentravano sull’ interrogativo: Chi manovra le Brigate rosse? “Io ero convinto – ha dichiarato Mancini – che ci fosse il ruolo di qualche paese straniero mentre Piperno sosteneva di no”.

Il presidente ricorda che nell’ istruttoria si parla di un coinvolgimento di Pace e di Piperno nelle trattative per la liberazione dello statista dc. Mancini precisa: “Il partito socialista aveva costituito un gruppo con l’ incarico di seguire il caso Moro. L’ onorevole Landolfi incontrò Pace all’ università, quest’ ultimo gli chiese se poteva parlare con un dirigente del Psi e così fu presentato a Craxi. Durante i giorni del sequestro, la vicenda veniva seguita dai segretari dei partiti. Si figuri, signor presidente, che non fu mai convocato il consiglio dei ministri né fu discusso il caso in Parlamento. Una pagina oscura della nostra democrazia. Alla fine, per l’ opinione pubblica, il grande vecchio sono diventato io… Si ricordi il blitz all’ università di Cosenza e i titoli sui giornali, ebbene nessuno studente risulta coinvolto in una qualsivoglia attività terroristica. Ma accusare l’ università di Cosenza significava accusare l’ on. Mancini…”.

Fonte: Archivio Repubblica