I movimenti replicano a Pasquale Motta: sei il servo di questa politica

Il direttore di LaC Pasquale Motta è un esponente paradigmatico di quel finto giornalismo  che cela in realtà un torbido intreccio di interessi, nel suo caso intimamente legato con i pezzi grossi del Pd calabrese. La sua militanza politica come la sua attività di infaticabile megafono, fedele e ben retribuito, del Partito Democratico sgomberano qualsiasi possibile ipotesi di autonomia di giudizio e avalutatività dei fatti.

Potremmo, dunque, esibire la biografia del personaggio come esaustivo attestato di servilismo politico, non curandoci del rancoroso ciarlare di chi da anni frequenta i salotti peggiori della politica calabrese accusando di elitarismo comitati, sindacati, movimenti e partiti che da anni lottano assieme a quei precari e disoccupati che una certa politica ha creato.

Scegliamo però un’altra via, proviamo a fare il lavoro che avrebbe dovuto fare lui attraverso un’operazione di verità degna di qualsiasi buon giornalista, in deroga a quel presupposto deontologico che dovrebbe caratterizzare la categoria quando si interpreta il mestiere in maniera autonoma e disinteressata. Prima di esprimere qualsiasi legittima opinione, un buon giornalista dovrebbe raccontare i fatti.

Pasquale Motta dovrebbe raccontare ai suoi lettori che ai manifestanti, che si condivida o meno la loro protesta, è stata riservata una calorosa “accoglienza” fatta da numerose cariche mentre esponevano pacificamente striscioni colorati, manifestando lontano dalla sala del convegno. Si può dire democratico un paese che permette alla sua polizia di pestare pacifici manifestanti? Si può dire democratico un ministro degli interni che autorizza l’utilizzo della violenza contro qualsiasi manifestazione del dissenso? Su questo Motta non ha nulla da dire perché evidentemente condivide con il ministro e la destra la restrizione della libertà fondamentali in nome del decoro e dell’ordine.

Non ci stupisce quindi la sua apologia del ddl sicurezza.

Intanto qualcuno dovrebbe spiegare al dott. Motta che le manifestazioni, come potrebbe apprendere da una serie di corposi tomi di storia, non rispondono ad un canone preciso da concordare con chi bisogna contestare. Capisco che chi sta sempre dalla parte dei contestati e dei potenti possa non conoscere come si fa ma quando si manifesta contro figure istituzionali ritenute non idonee (per esempio un ex sindaco di Nocera incapace e prezzolato) non si concorda con loro il tema, il luogo e il format. I precari e i movimenti dell’area urbana cosentina hanno approfittato della presenza del ministro sul proprio territorio anche perché, grazie a misure come il daspo e il foglio di via, sulla base di semplici segnalazioni di polizia (anche senza condanne e processi in corso) un questore può impedire ad un individuo di manifestare in qualsiasi situazione e luogo.

Al G7 di Taormina in tanti e tante stavamo raggiungendo la Sicilia per manifestare contro i grandi della terra che costruiscono povertà e precarietà ma purtroppo siamo stati prelevati, perquisiti e scacciati da villa San Giovanni grazie a dei fogli di Via, poiché ritenuti socialmente pericolosi. Chi protesta, secondo Minniti, in virtù dei suoi precedenti di polizia (non condanne nei processi) è ritenuto socialmente pericoloso, per cui gli va impedita, preventivamente, la semplice presenza alle manifestazioni.

Ovviamente tutto questo non suscita nessun dubbio di costituzionalità e democraticità al prode Motta.

Il ddl Minniti è stato tacciato di incostituzionalità da numerosi costituzionalisti e associazioni di giuristi (anch’essi pericolosi salottieri radicali?) perché, come capirebbe chiunque non sia prezzolato, se elimini un grado di giudizio nell’iter di ottenimento dell’asilo politico (da 3 a 2) forse semplifichi i tempi di ottenimento del documento ma al prezzo di diritti e garanzie per i migranti. Evidentemente Motta è convinto (come gran parte della destra) che i migranti debbano essere cittadini di serie B e che a differenza di qualsiasi cittadino italiano debbano godere di un grado di giudizio in meno.

Ovviamente da Motta nessuna parola è venuta sull’operato istituzionale degli amici di Marco Minniti (questori, prefetti, ecc) che dovevano vigilare sull’accoglienza nel crotonese e che non si erano accorti delle malefatte della Misericordia. Pensate che luminoso esempio di lungimiranza e intelligence un ministro calabrese degli interni che non si accorge del torbido intreccio tra stato e malavita sulla pelle dei migranti in uno dei CIE più grandi d’Europa.

Infine, Motta dichiara candidamente e lucidamente il nucleo ideologico dell’agire politico di Minniti.

Minniti risponde alle paure degli italiani, non ai loro problemi. La gestione dell’ordine pubblico di Minniti serve a catalizzare verso poveri e migranti le ansie e le paure di una popolazione stremata dalla precarietà e dalla disoccupazione. Il daspo e il mantra della sicurezza servono per indicare nei più poveri il feticcio del nemico da inseguire e perseguitare.

Mentre i tagli al welfare producono disagi e povertà, il malgoverno regionale e nazionale del PD provoca recessione e disperazione, mentre la mafie fanno affari sulla pelle dei migranti e gli alleati al governo del PD (come i Gentile) si mangiano la sanità pubblica, Minniti fa la caccia ai poveri, a quelli che protestano e toglie i diritti ai migranti.

I dati del viminale dimostrano che negli ultimi anni i crimini sono diminuiti e che non esiste nessuna “invasione”, ma la paura evocata serve a diminuire la democrazia. Salvini e Minniti sono due facce della stessa medaglia: il primo alimenta la guerra tra poveri e il secondo la conduce.

In tutto questo i servi di regime come Motta fanno parte di quei figuranti della storia che lautamente retribuiti levigano e abbelliscono le indecenze di chi governa. Sempre dalla parte del potere, perché quando si striscia non si cade mai.

Precari, ricercatori, migranti, studenti, disoccupati, occupanti di casa dell’Area Urbana