‘Ndrangheta: chi è Pietro Siclari, l’imprenditore del comitato d’affari

Pietro Siclari

La DDA di Reggio Calabria oggi ha vinto una nuova, importante battaglia nella direzione di seguire il flusso del denaro della ‘ndrangheta. E’ tornata a sequestrare infatti l’impero dell’imprenditore Pietro Siclari (beni mobili e immobili per un valore di 142 milioni di euro), che era stato “bloccato” e dissequestrato dalla Corte d’appello di Reggio alla fine del 2016.

Siclari, attivo nei settori edilizio, immobiliare ed alberghiero, era stato arrestato nel novembre del 2010 sempre dalla Dia e condannato ad otto anni.

Tra i principali, nuovi, elementi di valutazione emergono i rapporti intercorsi nel tempo tra Siclari e gli esponenti di spicco della cosiddetta ‘ndrangheta della montagna (con particolare riferimento alle cosche Serraino ed Alvaro), i rapporti tra Siclari e la cosca Libri (come precisati dal collaboratore Giovanni Riggio), nonché il pieno inserimento dello stesso nell’ambito della componente riservata della ‘ndrangheta (come emerso dalle indagini condotte nell’ambito dei procedimenti “Mammasantissima” e “Fata Morgana”).

Pietro Siclari, nel tempo, ha fatto spesso e volentieri coppia con l’altro imprenditore Pasquale Rappoccio, due volti e nomi noti della cosiddetta Reggio bene, ufficialmente più o meno spregiudicati imprenditori, assurti alla ribalta delle cronache per i rapporti più che cordiali con le ‘ndrine più diverse con le quali non hanno avuto remora alcuna a fare affari e spartirsi profitti. Rapporti, frequentazioni e affari emersi nei numerosi atti di indagine.

Già nell’operazione Olimpia, Siclari figurava come membro a pieno titolo di quel “cosiddetto ‘comitato d’affari’ che dominava la gestione degli appalti pubblici nella città e nell’hinterland di Reggio Calabria ed al cui interno l’imprenditore rivestiva un ruolo di primo piano quale esponente di una lobby di politici, imprenditori e mafiosi in grado di condizionare le scelte sulle opere finanziarie e sulle aziende da selezionare”.

All’epoca, a Siclari si contestava di essersi intromesso, in qualità di rappresentante della famiglia Libri, nell’assegnazione dell’appalto per il prolungamento della pista dell’aeroporto di Reggio Calabria, elementi ritenuti però non sufficienti per l’adozione di una qualsiasi misura nei confronti del colletto bianco.

Ma se ai tempi Siclari riesce a dribblare i provvedimenti della magistratura, quanto emerso nelle operazioni degli anni 2000, a partire da Entourage, lo connota, sottolineava il giudice Tassone, come “soggetto socialmente pericoloso perchè fortemente indiziato di appartenere alla ndrangheta”. Ed è proprio in quell’indagine che emerge “con prepotenza” la figura di Siclari come imprenditore “astuto e senza scrupoli” che ha basato la propria fortuna sullo “sfruttamento di stretti vincoli con personaggi di spicco di diverse consorterie mafiose attive sia all’interno del territorio cittadino che nella provincia, e ne ha tratto consistenti vantaggi per il conseguimento dei più svariati interessi collegati all’esercizio della propria attività”.

Sarà infatti proprio l’indagine Entourage – che ha dimostrato l’esistenza di un’organizzazione che si è spartita undici appalti per l’esecuzione di lavori pubblici, tra il 2003 ed il 2007, dividendosi un totale di cinque milioni di euro di commesse della Provincia, del Comune ed altri enti di alcuni centri dell’hinterland – a svelare l’iperattività di Siclari, che pur di scovare e punire i responsabili di una rapina subita, non esita – né ha alcun problema – a scomodare noti affiliati della cosca Alvaro di Sinopoli e dei Libri di Reggio, chiedendo addirittura l’eliminazione del rapinatore. Ma l’istanza avrà esito negativo.

E al no dei clan della città, Siclari non esita a contattare i Barbaro di Platì. Richieste che l’imprenditore, con metodi degni di un boss, porta avanti ricordando ai diversi interlocutori da cui pretende la testa dell’uomo, i rapporti di lunga data che lo legano a storici capi delle ‘ndrine di città e provincia.