‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Massoneria e i rischi per la democrazia: Galullo intervista Di Bernardo

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di Roberto Galullo 

Alla fine del 2014, sull’onda di una serie di eventi che hanno chiamato in causa, più o meno propriamente, la massoneria italiana e sulla scia di una serie di indagini della magistratura sul ruolo della stessa in passate o più vicine vicende (dalla Procura di Reggio Calabria a Palermo, da Roma a Catanzaro) ho (senza tante speranze) contattato l’ex Gran Maestro del Goi (Grande Oriente d’Italia, dal ’90 al ‘93) e della Gran Loggia Regolare d’Italia (Glri, successivamente fino al 2002), Giuliano Di Bernardo. Visto il suo profilo mi incuriosiva conoscere le sue verità e le sue esperienze su alcune vicende che, nel recente passato, hanno attraversato, incrociato o lambito la massoneria. Senza passato è impossibile conoscere il presente.

E’ Di Bernardo, infatti, che, nel giro di pochi mesi, nel 2014 è stato prima chiamato dalla Procura di Reggio Calabria e poi da quella di Palermo, a rispondere alle domande dei magistrati su alcune delicatissime vicende storiche i cui contorni sono ancora nebulosi e senza la cui chiarezza è di fatto impossibile capire quanto sta accadendo oggi in Italia. Di Bernardo, ad esempio, ha attraversato il periodo delle stragi mafiose in Italia e la fase immediatamente precedente e successiva, viste da osservatori privilegiati.

Con mia sorpresa, a seguito di una serie di domande inviate alla sua attenzione (non certo esaustive e di fatto limitate dalla fallibilità di un giornalista lontano anni luce dalla massoneria, come sempre rigorosamente super partes nel momento in cui scrive) ho ricevuto le risposte definitive.

Il boss Mancuso

Collaboratori di giustizia (cito per tutti il calabro-milanese Antonino Belnome) e uomini di  ‘ndrangheta (cito tra tutti Pantaleone Mancuso) hanno detto o fatto riferimento al fatto che oltre la ‘ndrangheta c’è la massoneria. Come interpreta queste affermazioni? Cosa vogliono dire? Anche alla luce del fatto che già nell’indagine “Sistemi criminali” del ’98 dell’allora pm Roberto Scarpinato, risultava, da dichiarazioni di pentiti, che la massoneria calabrese era la più potente del Sud e tra le più potenti d’Italia.

Direi che ‘ndrangheta e massoneria si trovano a condividere una rappresentazione verticistica del potere, con modalità esoteriche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta o l’iniziazione alla massoneria segue un rituale che, oltre le specificità storiche e contingenti, ha molte analogie. L’affiliato alla ‘ndrangheta è perciò predisposto a essere massone. Questo spiega, al di sopra degli interessi materiali, l’enorme affluenza nelle logge calabresi. Con questo non voglio dire che essi siano affiliati della ‘ndrangheta, ma che esiste la possibilità teorica che lo siano.

Il maggior potere della massoneria calabrese, rispetto alle altre regioni d’Italia, mi sembra un dato acquisito che potrei confermare.

Recentemente la loggia Rocco Verduci di Gerace (Reggio Calabria) è stata dapprima “sospesa” per rischio di infiltrazioni della ‘ndrangheta e poi riammessa dallo stesso Goi nel mese di giugno 2016. Partendo da questo dato puramente di cronaca, a suo giudizio quanto, come e perché sono infiltrate le logge massoniche (indipendentemente dall’obbedienza o comunione alla quale appartengono), della Calabria, della Sicilia, della Campania e, in genere del Sud?

Delle vicende della loggia Rocco Verduci di Gerace so quello che hanno scritto i giornali. Non avendo una conoscenza diretta e personale non esprimo alcun giudizio.

Sull’infiltrazione nelle logge massoniche, non dovrebbe ormai esistere alcun dubbio, anche se, nel concreto, è molto difficile documentarne il “peso”.

Esiste una differenza  – da questo punto di vista – tra rischio di una permeabilità criminale al Nord, al Centro e al Sud?

Agli inizi degli anni ’90, tale permeabilità esisteva anche se sporadica e limitata. L’inchiesta del dott. Agostino Cordova, procuratore di Palmi, ha avuto inizio con la constatazione che, in molti reati avvenuti in Calabria, erano coinvolti massoni di diverse Obbedienze. A quel tempo, ero Gran Maestro del Goi. Nel 1992, ricevetti a Villa Medici del Vascello, sede nazionale del Goi, la richiesta formale e ufficiale, da parte della Procura di Palmi, di consegnare l’elenco dei massoni calabresi. Essendo impossibile non adempiere la richiesta del magistrato, autorizzai la consegna dell’elenco, sperando che tutto finisse lì.

Ma non fu così. Dopo breve tempo, ricevetti un’altra richiesta che riguardava però la consegna dell’elenco di tutti i massoni italiani del GOI, con la motivazione che si voleva verificare le relazioni dei massoni calabresi con i massoni di altre ragioni. Il dott. Cordova sospettava che la massoneria fosse il tramite per favorire attività vietate dalla legge in tutte le regioni italiane. Compresi allora che si stava mettendo sotto inchiesta il Goi e le altre Obbedienze massoniche.

Poiché la richiesta non era supportata da un mandato formale, mi rifiutai di consegnare gli elenchi. Come reazione, la Procura di Palmi suggellò il computer e vi mise un agente di guardia, in attesa di procurarsi il mandato per il sequestro. Si parlò dell’”imbavagliamento del computer”.

Con un mandato formale di sequestro, null’altro avrei potuto fare per impedirlo. La Procura acquisì gli elenchi e iniziò una farsa all’italiana che si concluse alcuni anni dopo con l’archiviazione dell’inchiesta per decorrenza dei tempi.

L’infiltrazione è continuata in quasi tutte le regioni d’Italia. Da quel che dicono i mezzi di comunicazione di massa, sembra che essa abbia raggiunto i vertici delle istituzioni dello Stato. La permeabilità oggi non è un rischio ma una realtà.

Giuliano Di Bernardo

In Calabria, un procedimento penale in corso, che corre parallelamente anche a Milano (cosiddetta indagine Breakfast) ipotizza una superloggia calabrese segreta, con forti addentellamenti e radici oltrefrontiera, in grado di condizionare la vita amministrativa, organi dello Stato, economia e finanza, in strettissimo legame con la potente cosca De Stefano. E’ uno scenario possibile a suo giudizio?

Da quanto ho detto in precedenza, lo scenario è possibile.

Può raccontare, di conseguenza, cosa accadde e quali conseguenze ebbe sul Goi e sulla sua personale vita massonica il viaggio nel Regno Unito a confronto con i vertici della massoneria, a partire dal Duca di Kent, massima autorità massonica, per segnalargli il rischio di ingerenze criminali legate a mafia e ‘ndrangheta? Un incontro, se non erro, che portò quest’ultimo a revocare il riconoscimento al Grande Oriente d’Italia?

L’inchiesta della Procura di Palmi aveva dato l’avvio a una serie di eventi che mi convinsero a ritenere conclusa la mia esperienza massonica nel Goi. Fu una decisione sofferta dopo 42 anni di appartenenza. Il dado era tratto. Chiesi un incontro con i vertici della massoneria inglese ed esposi la situazione così come l’avevo conosciuta. Chiesi loro cosa avrei dovuto fare. Mi risposero che erano già a conoscenza di quanto contenuto nel mio rapporto (alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra non mancano le fonti d’informazioni) e mi fecero intendere la possibile soluzione: dimettermi dal Goi, fondare una nuova Gran Loggia che avrebbe avuto il loro riconoscimento, dopo averlo ritirato al Goi.

Tutto si compì in otto mesi: le mie dimissioni formali dal Goi (15 aprile 1993), la fondazione della Gran Loggia Regolare d’Italia (16 aprile 1993), il ritiro del riconoscimento al Goi (8 agosto 1993), il riconoscimento della Gran Loggia Regolare d’Italia (8 dicembre 1993).

Ancora oggi la Gran Loggia Regolare d’Italia, di cui sono stato Fondatore e Gran Maestro fino al 2002, detiene il riconoscimento della Gran Loggia Unita d’Inghilterra.

Il Grande Oriente d’Italia, che l’aveva perso nel 1993, non l’ha più riavuto.

COSA NOSTRA

Veniamo all’indagine, che corre parallela a quella di Reggio Calabria, di Palermo, nella quale, nel processo sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra i pm sono tornati a rievocare il ruolo della massoneria deviata, della stessa P2, in quel vero o presunto disegno che voleva portare a un nuovo ordine politico, compresa l’eventuale secessione o frammentazione dell’Italia in macroregioni: cosa sa di quanto avvenne in quel periodo ad opera della massoneria deviata in quel progetto folle e allo stesso tempo ambizioso?

I magistrati che indagano sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra hanno deciso di riascoltarmi poiché ritengono che oggi in Italia si stia ripresentando la stessa situazione del ’92, che io ho vissuto in prima linea. Chiedendomi di spiegare ulteriormente quegli eventi, essi pensano, per analogia, di comprendere meglio ciò che sta accadendo ai nostri giorni.

Io condivido questa loro impostazione dell’indagine. Sulla base delle mie esperienze personali e delle conseguenze che traggo induttivamente dagli eventi, ritengo che oggi la situazione sia più grave di allora, poiché le deviazioni che in quel tempo esistevano non sono state corrette, sia in massoneria sia nelle istituzioni statali.

Per quanto riguarda il presunto progetto della P2 per creare un nuovo ordine politico in Italia, vorrei dire quel che penso.

Licio Gelli

Nella P2, contrariamente a quel che generalmente si pensa, non vi è stato il progetto di dare un nuovo assetto allo Stato italiano, semplicemente perché non rientrava nei suoi interessi fondamentali. Gelli, tuttavia, si era impegnato con il governo statunitense a fare tutto il possibile per impedire che in Italia si realizzasse il sorpasso dei comunisti. Per raggiungere questo scopo, esso aveva dato a Gelli aiuti di ogni tipo, che lo avevano trasformato in un uomo con un potere così grande che nessun altro aveva mai avuto prima. Si aspettavano da lui un progetto, da attuare in tempi brevi, che li facesse dormire con sogni tranquilli. Pressato dai vertici del governo statunitense, Gelli ha improvvisato quel progetto di cui ancora si parla ma sempre più a sproposito. Quando non si riesce a comprendere le ragioni che guidano il mondo in cui si vive, si scambiano di sovente le lucciole per lanterne: così Gelli appare come il Grande vecchio, che tutto vede e tutto comanda. Se si avesse la volontà e la pazienza di entrare dentro questi eventi per conoscerli nella loro realtà, si vedrebbe che essi poggiano sulla palude o sul nulla.

A quanto le risulta c’è il rischio concreto che si riproponga quella oscura stagione con la presenza, ancora una volta di ambienti deviati della massoneria?

Il rischio c’è ed è grande, ma non solo per l’intervento della massoneria deviata (da intendere però nel senso che ho già spiegato).

C’è il rischio concreto che la vita di pm e giudici, da Palermo a Caltanissetta, da Catania a Reggio Calabria (solo per citare alcune procure che stanno lavorando sulla stagione delle strage mafiose) sia legata alle decisioni prese da sistemi criminali nei quali le cosche e i clan di mafia sono una quota parte e il resto è composto da pezzi infedeli dello Stato e pezzi deviati della massoneria?

Il procuratore Cafiero de Raho

Il rischio che corrono i difensori della legalità dello Stato è grande, non soltanto per le decisioni prese da clan della mafia (il significato di questo termine esce sempre più dal contesto storico e tradizionale per diventare uno “stile di vita”, che ispira i balordi che stanno occupando i luoghi del potere delle nostre città), dalla massoneria deviata (nel senso da me specificato), da rappresentanti infedeli dello Stato. Ma anche per il manifestarsi di un fenomeno sociale nuovo, spesso sottovalutato ma gravido di tremende conseguenze.

Lo scenario “classico” della criminalità è stato messo in crisi da una dilagante “anarchia” che si manifesta in tutti i livelli della società italiana. Ne sono coinvolti non solo gli operatori del denaro ma anche i rappresentanti della cultura. Se ci chiediamo dove sta andando il nostro paese, la risposta non può che essere una e soltanto una: verso l’anarchia. Le regole e le leggi che governano la società italiana vengono sempre più disattese. Si sta scivolando, lentamente ma inarrestabilmente, verso lo stato sociale di guerra di tutti contro tutti, descritto dal filosofo Thomas Hobbes nel suo Leviatano.

E’ proprio questa dilagante anarchia che fa emergere e dà potere a un livello di criminalità “anonima” che sta devastando la nostra società. Essa sfugge a qualsiasi definizione poiché non ha né regole né un’organizzazione gerarchica del potere. E’ come una nebbia che sale verso l’alto e offusca tutto. Se lo Stato non interverrà per reprimere questa nascente anarchia, rischiamo di vivere in una società senza quei valori che hanno consentito la nascita e lo sviluppo delle civiltà millenarie. Paradossalmente, in quel tempo sempre più prossimo, le organizzazioni criminali che oggi ci preoccupano (mafia, ‘ndrangheta, camorra, massoneria deviata ecc.) potrebbero apparire come aspetti negativi di un sistema sociale tutto sommato vivibile. E forse ne avremo nostalgia.

Eppure non mancano, nel nostro Paese, autorevoli personalità che preconizzano l’avvento del tiranno. Se avessero letto Aristotele e analizzato il percorso storico dell’umanità, avrebbero compreso che il tiranno (leviatano) interviene nella società quando lo stato di anarchia è al massimo della sua potenza distruttiva, per riportare l’ordine con tutti i mezzi possibili.

Quanto è alto il rischio di inquinamento delle prove  e di delegittimazione di quanti (pm, giudici, associazioni, giornalisti) sono alla ricerca della verità senza guardare in faccia nessuno?

Coloro che ricercano la verità, anche mettendo a rischio la propria vita, sono stati da sempre considerati idealisti da non prendere in considerazione o persone pericolose da tenere sotto controllo o da eliminare. Nel tempo in cui viviamo, la seconda possibilità è quella più probabile. Se non vi fosse il loro impegno, la nebbia dell’anarchia sarebbe ancora più impenetrabile. Il loro impegno, tuttavia, dovrebbe essere sorretto dalle istituzioni statali per renderlo più sicuro ed efficace.

Non sarà che quel “Patto del Nazareno”, che secondo il mio ex direttore Ferruccio de Bortoli, puzza di massoneria stantia, è un atto (mi dica eventualmente Lei quale) di una lunga guerra tra obbedienze massoniche per assumere (o dividersi) quel (poco) potere rimasto oggi in Italia?

La massoneria non ha nulla a che fare con il Patto del Nazareno, che è semplicemente un accordo per far sopravvivere un sistema politico ormai in decomposizione. Come italiano non posso che sperare nel successo di colui che oggi guida il paese. Come conoscitore delle arcane cose, vedo le trappole in cui cercheranno di farlo cadere.

Una domanda finale: ma se la Massoneria è Fratellanza Universale, perché siete così divisi, parcellizzati e, spesso e volentieri, l’un contro l’altro armati?

La massoneria non è più oggi una Fratellanza Universale. Lo è stata quando in Inghilterra c’era solo la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, in Francia solo Le Grand Orient de France, in Italia solo Il Grande Oriente d’Italia. Oggi, in tutti i Paesi ove esiste la massoneria, sono numerose le Obbedienze massoniche. In Italia, si pensa che siano più di ottanta. Continuano a nascere come funghi in un’estate piovosa. In Romania, nel 1993, ho fondato la Gran Loggia Nazionale di Romania: dopo venti anni, le Obbedienze massoniche sono più di dieci, senza contare un numero imprecisato di Riti e Ordini.

Tutte queste massonerie si combattono senza esclusione di colpi (legali e non). Al riguardo, è stata coniata la frase, per intendere i massoni: “Fratelli coltelli”.

Ribadisco e continuo a ribadire: questa non è massoneria!!!