‘Ndrangheta e massoneria, 1993: ecco perchè Di Bernardo consegnò gli elenchi dei massoni a Cordova

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Il rapporto perverso tra ‘ndrangheta, poteri forti e massoneria deviata parte da molto lontano. Ormai i nostri lettori lo sanno che le inchieste di Cafiero De Raho (checchè ne dicano i giornalisti del Ministero dell’Interno e dei servizi segreti) sono figlie di quelle di Agostino Cordova, Salvatore Boemi e Luigi De Magistris.

E sono sicuramente figlie anche di quelle più vecchie sulla famigerata loggia P2. Cerchiamo di capire cosa rappresentava la P2: massoneria o altro?

Partiamo da un principio assoluto, allora. La P2 è stata una loggia regolare del Grande Oriente d’Italia. I Gran Maestri Salvini e Battelli hanno firmato i tesserini che Gelli rilasciava agli affiliati. Se il Grande Oriente d’Italia è massoneria, allora lo è anche la P2.

Commentatori, giornalisti, politici e classe dirigente distinguono, doverosamente, tra “massoneria” e “massoneria deviata”. La domanda che in questi giorni si pongono milioni di italiani è la seguente: esiste questa differenza e come si giustifica l’esistenza della distinzione per massoni che ancora oggi sono di rilevanza internazionale? Dobbiamo considerare massoni anche questi?

Le risposte non sono facili. Sulla distinzione tra “massoneria” e “massoneria deviata” esiste la più grande confusione. E’ importante, perciò, definirla. “Deviare”, in tutte le possibili accezioni, significa “allontanarsi da qualcosa (un fine, un principio, una norma)”. Riferita alla massoneria, è deviata quella massoneria che si allontana dal fine da essa dichiarato. Un esempio tipico di massoneria deviata è la loggia P2, poiché, pur essendo una loggia regolare del Grande Oriente d’Italia, ha perseguito fini che si sono allontanati (hanno deviato) dai fini del Goi. Da ciò segue che è lecito e logico parlare di “loggia deviata” se, e solo se, tale loggia appartiene a una Obbedienza massonica. Al di fuori dell’Obbedienza, non può esistere una loggia deviata. Parlare di una singola loggia come “loggia deviata” è semplicemente insensato.

Quanto ai massoni italiani che mantengono relazioni massoniche internazionali, è evidente che la loro missione è quella di rifondare, per quanto possibile, una massoneria originaria e autentica, al di sopra di tutte le deviazioni storiche ed esoteriche che sono state prodotte in tempi recenti.

Alla fine del 2014, sull’onda di una serie d’eventi che hanno chiamato in causa, più o meno propriamente, la massoneria italiana e sulla scia di una serie di indagini della magistratura sul ruolo della stessa in passate o più vicine vicende (dalla procura di Reggio Calabria a Palermo, da Roma a Catanzaro), il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo, nel giro di pochi mesi, è stato prima chiamato dalla procura di Reggio Calabria e poi da quella di Palermo a rispondere alle domande dei magistrati su alcune delicatissime vicende storiche i cui contorni sono ancora nebulosi e senza la cui chiarezza è di fatto impossibile capire quanto sta accadendo oggi in Italia.

Senza passato, è impossibile conoscere il presente. E allora, torniamo indietro nel tempo e pubblichiamo uno stralcio della lettera che il Gran Maestro Di Bernando scrisse ai fratelli nel 1993, nel pieno dell’inchiesta della procura di Palmi, con la quale giustificava la sua decisione di consegnare ad Agostino Cordova gli elenchi dei massoni del GOI.
LA LETTERA DI DI BERNARDO AI FRATELLI 
Di Bernardo (al centro)

“… Il nostro Paese sta attraversando un periodo di profonda crisi istituzionale e sociale che coinvolge tutto e tutti. Coinvolge anche la Massoneria. In una situazione del genere, non deve sorprendere che essa sia diventata oggetto di attacchi. Sarebbe sorprendente, viceversa, se non lo fosse stata.

Gli eventi che accadono nella nostra società hanno un comune denominatore: la gente è stanca della corruzione e degli egoismi personali. Vuole chiarezza ed onestà. Poiché la Magistratura sta operando in questa direzione, essa la plaude e la sostiene. Quel cambiamento radicale, che tutti noi abbiamo auspicato, si sta finalmente realizzando.

La gente vuole chiarezza ovunque e nei confronti di chiunque: la vuole anche nei riguardi della Massoneria, che è vista come centro del potere occulto.

Se vi è il sospetto che la Massoneria trami contro le Istituzioni dello Stato e che sia coinvolta in traffici illeciti e in tangentopoli, che si indaghi su di essa. Se non ha nulla da temere, allora accetti l’inchiesta come un male necessario, poiché alla fine la sua onestà prevarrà. Questo è l’atteggiamento che la gente comune, gli intellettuali, i rappresentanti dei partiti politici e delle Istituzioni dello Stato hanno assunto nei confronti della Massoneria.

E’ in tale contesto sociale che inizia l’inchiesta della Procura di Palmi, la quale ordina il sequestro degli elenchi dei massoni del Grande Oriente d’Italia. Il Gran Maestro ha risposto nella maniera che riteneva più saggia; egli ha scelto la via della ragione e non della polemica irrazionale. Proprio per questa sua scelta, Egli è stato accusato di non aver difeso con sufficiente fermezza il Grande Oriente d’Italia.

Coloro che lo hanno criticato con estrema durezza non hanno voluto conoscere ragioni: si sono barricati entro la loro certezza e sono andati all’attacco. Hanno chiesto le sue dimissioni ma non gli hanno mai detto che cosa egli avrebbe dovuto fare. E’ facile criticare ma è arduo proporre soluzioni alternative. Coloro che lo criticavano, tuttavia, volevano ben altro. Volevano che il Gran Maestro denunciasse alla Corte internazionale dell’Aja i magistrati della Procura di Palmi per aver messo in atto una persecuzione contro il Grande Oriente d’Italia. Volevano anche che Egli querelasse il Consiglio superiore della Magistratura e quindi il Capo dello Stato che ne è Presidente. Volevano queste e altre assurdità!

Se il Gran Maestro avesse accolto tali richieste, avrebbe messo a rischio l’esistenza della nostra Comunione. Egli ha, invece, preferito la via della saggezza, più difficile da percorrere, soprattutto quando gli animi sono, anche a ragione, esagitati. Sapeva che la sua linea di difesa non avrebbe incontrato il favore di molti suoi Fratelli, ma Egli ha continuato in quella direzione per difendere quei Fratelli che lo accusavano.

Il secondo Dovere di Anderson così recita: “Un muratore è un pacifico suddito dei Poteri Civili, ovunque egli risieda o lavori e non deve mai essere coinvolto in complotti e cospirazioni contro la pace e il benessere della Nazione”.

Questo Dovere, riferito all’inchiesta della Procura di Palmi, significa che, finché la sua inchiesta resta entro i limiti previsti dal nostro ordinamento giuridico, è legittima e opera nella tutela dello Stato italiano. Per quanto ne sa il Gran Maestro, essa non ha violato i requisiti della sua legittimità. Come possiamo, allora, dichiarare che detta inchiesta è una persecuzione che va denunciata agli Organismi internazionali di difesa dei diritti dell’Uomo? Inoltre, con quale autorità e con quale motivazione querelare il Consiglio Superiore della Magistratura?

Ma supponiamo, per ipotesi, che il Gran Maestro avesse fatto proprio ciò che i suoi oppositori interni gli avevano chiesto. Come costoro avrebbero reagito? Lo avrebbero plaudito? Ma nemmeno per sogno! Lo avrebbero accusato di essere stato irresponsabile nello scatenare la guerra contro la Magistratura e avrebbero ugualmente chiesto le sue dimissioni.

Non illudiamoci: qualsiasi cosa Egli avesse fatto sarebbe stato criticato e costretto alle dimissioni. Perché questo è il progetto che i suoi oppositori intendevano attuare”.