‘Ndrangheta e massoneria: il “Caso Calabria” e i falsi rapporti del SISDE

La procura di Locri
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Per capire meglio le dinamiche del rapporto tra ‘ndrangheta, massoneria e servizi segreti bisogna andare un tantino più indietro nel tempo rispetto alla famosa inchiesta del 1992 del procuratore di Palmi Agostino Cordova e spostarci di qualche chilometro, in direzione della procura di Locri. Siamo alla fine degli anni Ottanta. I giudici Carlo Macrì ed Ezio Arcadi hanno aperto un vasto fronte contro la politica massomafiosa e nel 1987 hanno scoperto, tra l’altro, che all’interno della Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania fa affari un “comitato” nel quale sguazzano i democristiani messi lì dal gran visir della DC Riccardo Misasi e l’astro nascente del socialismo calabrese, che all’epoca è ancora un piccolo Cinghiale, al secolo Tonino Gentile.

La massoneria neutralizza l’inchiesta della procura di Locri e ad Arcadi, che mirava al posto di procuratore, viene preferito Rocco Lombardo. Da lì nasce una inevitabile guerra. Arcadi e Macrì iniziano giustamente a sbraitare contro la “normalizzazione” del nuovo capo.

Qui lo Stato si è arreso, hanno denunciato a Ferragosto del 1988 i due sostituti procuratori Ezio Arcadi e Carlo Macrì. E da quel giorno Locri, come Palermo, è diventata un caso. Nell’isola si era trattato di tentare di dirimere la controversia tra Giovanni Falcone e il suo collega Meli, in Calabria il problema era nato proprio da Locri.

E’ vero che la trama sottile della normalizzazione ha avvolto e paralizzato le residue energie dell’ apparato che dovrebbe lottare contro la ‘ ndrangheta? E’ vero che, di trasferimento in trasferimento, si è smantellato l’ esile ma efficace gruppo di investigatori messo su in anni di lavoro da Arcadi e Macrì, e che i due giudici sono adesso rimasti soli come dei Don Chisciotte dalle armi spuntate?

Il problema, in realtà, è ancora più grande e si può tranquillamente parlare di “caso Calabria”, nato a ridosso del più noto ed enfatizzato caso Palermo. Le audizioni dei magistrati Mannino, Boemi e segnatamente quella del procuratore della Repubblica di Palmi Agostino Cordova hanno disegnato, davanti al comitato antimafia del CSM, uno scenario allarmante.

Ezio Arcadi

“E’ inutile restare a Locri per combattere la mafia alla maniera di Don Chisciotte. Meglio andarsene, se non s’ inverte la tendenza prevalente da un paio d’ anni”. Dottor Arcadi qual è la tendenza che si deve invertire?, chiede l’ intervistatore. E lui risponde così: “L’equazione per cui man mano che i mafiosi accrescono a tutti i livelli la loro iniziativa, decresce verticalmente l’ impegno e la capacità dello Stato…”.

Così comincia l’ intervista, pubblicata da L’ Espresso nell’ immediata vigilia di Ferragosto 1988, al sostituto procuratore di Locri, Ezio Arcadi, un magistrato da anni impegnato con pochi altri giudici della Locride  (tra i quali Macrì) e del Reggino contro una organizzazione criminale tra le più potenti e agguerrite d’ Italia. Un sfogo di impotenza il suo, ma anche una meditata denuncia contro la maledetta fretta di smontare tutto, anche quei pochi ingranaggi minimamente efficienti che si è riusciti a creare con sforzi immani nella malridotta macchina investigativa.

Parole gravi, che il presidente della Repubblica Cossiga (che si leverà la maschera quando Cordova attaccherà la sua cara massoneria deviata) ha letto con la stessa preoccupazione con cui poche settimane prima aveva letto quelle del procuratore di Marsala e che lo avevano spinto a chiedere il più completo approfondimento sulle vicende della giustizia a Palermo.

Cossiga e Minniti

Da qui la decisione del Quirinale di aprire anche un dossier-Calabria. Decisione immediata, allorquando, sentito il parere dei suoi consiglieri, il presidente ha fatto partire tre lettere ai soliti tre indirizzi, il Consiglio superiore della magistratura, il ministero dell’ Interno e il ministero di Grazia e Giustizia chiedendo ai rispettivi responsabili di voler gentilmente comunicare gli elementi di fatto a loro conoscenza in merito alla situazione denunciata, nonchè le iniziative che si riterrebbe di adottare.

Una nota di una pagina. In poche righe (tutto il testo della nota si esaurisce in una scarna paginetta) il capo dello Stato sottolineava la rilevanza delle dichiarazioni che Arcadi aveva rilasciato denunciando iniziative e fatti che se accertati, in se e nelle finalità che gli si attribuiscono, dovrebbero considerarsi di estrema gravità. E, considerata l’ analogia con gli episodi avvenuti in Sicilia, manifestava la sua intenzione di non lasciare zone d’ ombra in un capitolo così delicato. Le domande che si possono intuire dietro la fredda prosa della nota fatta recapitare al vicepresidente del Csm Mirabelli e ai ministri Gava e Vassalli sono semplici.

E’ vero che mentre le cosche spadroneggiano in Aspromonte l’ apparato repressivo sta subendo un progressivo e pilotato smantellamento? E’ vero che gli strumenti in mano a un pugno di investigatori volenterosi sono ridotti ormai ad armi spuntate e raccogliticce?

Sullo sfondo, un contrasto in senso alla procura di Locri che sembra ricalcare il braccio di ferro che ha visto contrapporsi i giudici del pool antimafia di Palermo al consigliere istruttore Meli. Al centro della polemica tra il procuratore capo Rocco Lombardo, da un lato, e i sostituti Ezio Arcadi e Carlo Macrì dall’ altro, la gestione dell’ ufficio e i metodi di lotta alla cosche. Una polemica talvolta esplicita, più spesso velata e incentrata sulle questioni di indirizzo e di carattere generale.

“Non è un fatto personale contro questo o quello” – ha detto Carlo Macrì in alcune dichiarazioni a Repubblica. “E’ uno scontro di culture e mentalità. Il giudice, in queste terre, non può essere come un pasdaran mandato allo sbaraglio con la baionetta: occorrono bagaglio tecnico, conoscenze, impegno morale. Se questo non c’ è la mafia ha già vinto. La normalizzazione è d’ altronde un dato di fatto, non è contingente ma effetto di scelte generali del governo e degli apparati dello stato. E allora perchè dovrei rimanere a Locri?”. Con queste motivazioni Macrì ha fatto domanda di trasferimento.

Pochi e male attrezzati per costituire un pool ma con una lunga esperienza di istruttorie contro la ‘ ndrangheta, Arcadi e Macrì, stante alle loro denunce, erano riusciti a mettere insieme un gruppo di volontari, come li chiama Arcadi, composto da magistrati, poliziotti, carabinieri, finanzieri il cui lavoro aveva dato buoni risultati nella lotta contro l’ Anonima sequestri.

Ma ecco che trasferimenti improvvisi, spostamenti, divieti agli investigatori di Reggio di indagare a Locri cominciano a minare la compattezza del gruppo. “Per farci la guerra – sostiene Arcadi nell’ intervista a L’ Espresso – è stato usato qualsiasi mezzo. Falsi rapporti, false lettere di raccomandazioni, falsi rapporti del Sisde, processi, procedimenti disciplinari, ispezioni ministeriali, citazioni per danni. Si è giunti persino all’ istanza di interdizione presentata da un avvocato per dire che un giudice era pazzo. L’ apparato mafioso ha lavorato alla nostra delegittimazione, a mettere su un giudice contro l’ altro…”.