‘Ndrangheta e politica, la DDA presenta il conto al senatore Caridi

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La DDA di Reggio Calabria non si è affatto scomposta dopo la notizia dell’annullamento con rinvio dell’arresto del senatore Antonio Caridi. In primo luogo perché il faccendiere reggino è ancora in galera a Rebibbia e poi perché bisognerà ridiscutere il Riesame ed evidentemente i magistrati reggini sanno il fatto loro.

C’è di più: nel corso dell’udienza preliminare di ieri del processo Gotha, la DDA di Reggio ha depositato altri due faldoni di prove integrative a carico dei 72 indagati, incluso lo stesso Caridi.
Ad annunciarlo a legali e indagati sono stati i 5 pm presenti – Giuseppe Lombardo, Stefano Musolino, Walter Ignazitto, Luca Miceli e Giulia Pantano – ieri in aula per rappresentare l’accusa. Fra le carte depositate ci sono acquisizioni nuovissime, condensate in informative depositate da poco e recentissimi interrogatori di collaboratori, ma anche elementi del passato, rintracciabili in sentenze come in più o meno vecchi fascicoli.

Ma vediamo adesso le motivazioni con le quali, il 10 ottobre 2016, è stata respinta la richiesta di scarcerazione per il senatore Antonio Caridi, arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Mammasantissima” dopo il voto favorevole del Senato ad agosto.

Il senatore Caridi

Per il Tdl, il senatore Caridi sin dal 2000 è riuscito ad ottenere per se l’appoggio elettorale dei clan De Stefano e Tegano di Reggio Calabria, Morabito di Africo e Iamonte di Melito Porto Salvo, raccogliendo il consenso elettorale e facendo politica piegandosi alle “esigenze della direzione strategica della ‘ndrangheta, incarnata da Paolo Romeo e da Giorgio De Stefano e con la quale interagisce anche Alberto Sarra e altri esponenti politici che, secondo il disegno di Paolo Romeo, si sono resi protagonisti della vita politica” a Reggio Calabria.

Il senatore Caridi sarebbe rimasto “sempre a disposizione” dei suoi amici, con la gestione  delle assunzioni nelle società miste del Comune di Reggio Calabria, quali la Multiservizi e Leonia, con le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia ritenuti anche dai giudici del Riesame pienamente attendibili.

Collaboratori come Antonino Fiume, Giovanni Fragapane, Roberto Moio, Consolato Villani e Salvatore Aiello, l’ex direttore operativo della Leonia.

Il gruppo guidato da Paolo Romeo avrebbe scelto di sostenere Giuseppe Scopelliti, indirizzando l’agire politico del Comune di Reggio Calabria attraverso fidati consiglieri. In tale “strategia”, Caridi per i giudici è diventato all’epoca assessore comunale all’Ambiente.

Per i giudici, Caridi avrebbe agito come un partecipe all’associazione mafiosa costruendosi una carriera politica forte non solo dell’appoggio di Paolo Romeo e del clan De Stefano di Archi, ma anche di altre consorterie criminali del reggino.

Queste invece, nel dettaglio, le accuse a Totò Caridi.

Paolo Romeo

CARIDI Antonio Stefano – che nel corso del tempo si è avvalso, per sé ed altri candidati, del sostegno elettorale delle cosche DE STEFANO/TEGANO, LIBRI/CARIDI, CRUCITTI, AUDINO, BORGHETTO/ZINDATO, NUCERA, MORABITO di Africo, IAMONTE, MAVIGLIA ed in ultimo i PELLE con  cui si è incontrato in occasione delle elezioni Regionali del 2010 ha operato direttamente in sinergia con ROMEO Paolo al fine di attuare il progetto politico sopra indicato di cui lui stesso era parte integrante, andando a ricoprire nel 2002 e 2007 l’incarico di assessore all’ambiente del Comune di Reggio Calabria, cosa quest’ultima, che ha permesso alla cosca DE STEFANO di controllare la società FATA MORGANA SpA. In particolare, CARIDI una volta acquisite le funzioni pubbliche a seguito di consultazioni elettorali viziate dalle pressanti ingerenze mafiose ha agevolato e rafforzato il predetto sistema criminale di tipo mafioso:

–    gestendo un enorme bacino di voti della ‘ndrangheta da orientare al fine di perfezionare, in proiezione, l’articolato programma criminoso descritto;

–    interferendo, mediante l’uso deviato del proprio ruolo pubblico, quale componente del Senato della Repubblica;

–    imponendo l’assunzione di persone anche riferibili alle indicate articolazioni della ‘ndrangheta nelle società a capitale misto pubblico privato;

–    favorendo le componenti imprenditoriali delle varie articolazioni territoriali della ‘ndrangheta al fine di garantirgli rilevanti vantaggi patrimoniali.

L’IMPEGNO DEI GRILLINI

“Grazie al preziosissimo lavoro di uomini come Federico Cafiero De Raho, Giuseppe Lombardo e degli uomini del Ros, guidati dal comandante Giuseppe Governale – affermava la parlamentare pentastellata reggina Federica Dieni – si è finalmente fatta luce sull’ultimo tassello mancante del puzzle. A guidare la ‘Ndrangheta c’erano uomini in giacca e cravatta, ammirati e temuti, abituati a frequentare le istituzioni. Paolo Romeo e Giorgio De Stefano erano i registi, ma potevano disporre anche di addentellati incuneati persino in organi di rango costituzionale. I magistrati hanno dimostrato quindi che il Comune di Reggio, specie nell’epoca Scopelliti, è stato infiltrato se non controllato da questa struttura, ‘la Santa’, che tirava le fila di criminalità ed istituzioni”.

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“Ci hanno spiegato – prosegue Dieni – che Alberto Sarra, che appariva uomo dello stesso Scopelliti, ma che in realtà probabilmente lo condizionava, è riuscito poi ad affiancare l’ex sindaco ai vertici regionali per poter fungere da ufficiale di collegamento nel governo della Calabria e che, nel contempo Antonio Caridi, un senatore della Repubblica, svolgeva addirittura un ruolo meno direttivo, quasi di braccio esecutivo, pur essendo anch’egli parte della struttura segreta, presentando a comando emendamenti e spostando voti. La ‘Ndrangheta era in mezzo a noi e ci governava alla luce del sole. Mentre si raccontava la favola che essa tramasse in isolati casali, tra facce scure e parlate declinate in un dialetto incomprensibile essa era nel nostro municipio, a Catanzaro e a Roma. Certo, molti di noi intuivano, si accorgevano dagli effetti che qualcosa di sbagliato stava accadendo, ma pochi erano riusciti a capire davvero. Non era la politica ad essere manovrata dai boss, comprando, attraverso la corruzione, piccoli o grandi favori. Erano i politici, i mafiosi”.

“Fin dagli anni Settanta – continua la pentastellata – attraverso Paolo Romeo, parte della politica è stata il vertice della mafia. E persino alcune bombe, ora apprendiamo, erano sistemi di controllo e di condizionamento, non minacce ma avvertimenti a sodali. Il pesce puzza dalla testa, dicevo, ma l’errore più grave che possiamo compiere, oggi è pensare che tagliata la testa la ‘Ndrangheta abbia smesso di far paura.

Perché la mafia è come un’Idra e, specie dove ci sono molti soldi, non ci sono mai a lungo vuoti di potere. Piuttosto il timore è quello di uno scontro per riempire questo vuoto. Ma, intanto – termina la parlamentare – ringraziamo i magistrati….”.

Pensate se a Cosenza ci fosse una parlamentare come la Dieni… Ma purtroppo, abbiamo quel vecchio catorcio di Nicola Morra, ammatassato con tutta la paranza.