‘Ndrangheta, l’importanza del processo Aemilia (di Sabrina Natali)

“Agende Rosse” è un movimento antimafia che si ispira alla famosa agenda rossa del giudice Borsellino, assassinato in una strage di mafia. L’agenda che conteneva gli appunti del magistrato sulla mafia e che, il giorno del suo omicidio, scomparve. Questo movimento ha messo in rete un sito dedicato al processo Aemilia nel quale sono contenute tutte le informazioni più importanti del procedimento, approfondimenti, interventi, nomi, cognomi, imputazioni e rassegna stampa. Tra i protagonisti di “Agende Rosse” c’è senz’altro Sabrina Natali, modenese, che segue ormai da anni il dibattimento del processo Aemilia contro l’infiltrazione della ’ndrangheta tra Modena e Reggio e ha subito anche alcune intimidazioni.

Questo che pubblichiamo è un suo intervento dell’aprile 2017.

Aprile 2017 – INTERVENTO DI SABRINA NATALI

L’IMPORTANZA DEL PROCESSO AEMILIA

Perché è tanto importante questo processo? Questo processo sancisce, speriamo una volta per tutte il fatto che in Emilia Romagna non si manifestano esclusivamente tipici episodi di criminalità organizzata, ma che è ormai evidente che la mafia si è fatta sistema. Gli elementi ci sono tutti: contatti con la massoneria e con la Corte di Cassazione, troviamo professionisti, mass media, forze dell’ordine, politici, amministratori comunali e poi una chiesa incapace di fronte agli eventi e in taluni casi negazionista, imprenditori e naturalmente ci sono anche i mafiosi. Quindi un circuito vero e proprio, un sistema.

Questa vicenda si può affrontare sotto due aspetti.

Quello dal punto di vista storico/cronologico, per cui tutto iniziò nel 1982 quando Dragone, capobastone della locale di Cutro arrivò in soggiorno obbligato a Quattro Castella, nel reggiano, dove venne accolto da una trentina di cutresi pronti a riverirlo. A Dragone, dopo una guerra di mafia, subentrò Nicolino Grande Aracri, il suo braccio destro. Questo processo gira intorno proprio a questa nome: i Grande Aracri.

Il boss Nicolino Grande Aracri

Quattro sono le operazioni che li hanno riguardati:

SCACCO MATTO nel dicembre del 2000  – GRANDE DRAGO nel 2002 – EDILPIOVRA nel 2003 – PANDORA nel 2005.

Poi accade che nel 2011, 9 carabinieri di Fiorenzuola D’Adda nel piacentino raccolgono due elementi da cui tutto è scaturito: la denuncia di un imprenditore in merito all’incendio della propria BMW, avvenuto nel 2009 e un esposto anonimo. Basandosi sull’operazione GRANDE DRAGO i carabinieri iniziano le loro indagini. Attraverso servizi di osservazione e attraverso le intercettazioni telefoniche. 9 carabinieri sotto copertura, coadiuvati in seguito dai colleghi di Modena, iniziano le indagini nel piacentino, nel reggiano, nel parmense e nel modenese di quella che diventerà infine l’inchiesta Aemilia.

Un’inchiesta scaturita in grandi numeri di cui si è ampiamente parlato: 240 imputati, 160 gli arresti di cui 117, 500 milioni di beni sequestrati, 78 parti offese, 32 parti civile, 54 imputati per associazione di stampo mafioso.

Contemporaneamente scattano le operazioni Kyterion e Pesci rispettivamente in Calabria e Lombardia.

Scopriamo così che in Emilia Romagna si è creata una organizzazione autonoma pronta però a recepire la richiesta di denaro occasionale da parte di Nicolino Grande Aracri. Abbiamo una organizzazione di tipo verticistico, quindi con un proprio direttorio rappresentato dalle figure di Diletto Alfonso di Brescello, Sarcone Nicolino che agiva nella zona di Reggio Emilia, Lamanna Francesco zona di Mantova e Cremona, Villirillo Antonio sostituito poi da Gualtieri Antonio nella zona di Parma e Piacenza e Bolognino Michele nella zona di Modena. Scendendo abbiamo gli organizzatori, i partecipi e i concorrenti esterni (professionisti, forze dell’ordine, mass media e politici).

Arriviamo alle sentenze del rito abbreviato il 22 aprile 2016 (due giorni dopo lo scioglimento del comune di Brescello per mafia): 58 condanne, 17 patteggiamenti e 12 assoluzioni: Diletto Alfonso, di Brescello, condannato a 14 anni,  attualmente sotto processo insieme ad altre 4 persone per minacce di stampo mafioso nei confronti di Catia Silva. Nicolino Sarcone 15 anni. La commercialista Tattini Roberta a cui piaceva la bella vita e non disdegnava di fare affari con il boss, 8 anni.

Domenico Mesiano

Mesiano Domenico, poliziotto e autista del questore condannato a 8 anni. Considerato molto potente in questura, passava informazioni segrete ai suoi contatti, inserendosi nella banca dati per leggere le informazioni sui sospettati favorendo pratiche e istanze. Era stato lui, nel pieno delle primarie PD a Reggio Emilia a telefonare agli esponenti della comunità albanese per sconsigliarli dall’intervenire nella campagna a favore di Corradini che correva contro Luca Vecchi.

Gerrini Giulio (2 anni e 4 mesi), tecnico comunale, collegamento fra la famiglia Bianchini, imprenditori molto conosciuti, e il comune di Finale Emilia che per questo ha rischiato lo scioglimento per mafia. Fu a causa di questo contatto che la ‘ndrangheta entrò nella ricostruzione post-sisma. Gibertini Marco, il giornalista al servizio della ‘ndrangheta 9 anni.

Arriviamo al 4 novembre 2016 con le sentenze del rito abbreviato del processo Kyterion: 25 condanne e 3 assoluzioni – Ne cito alcune: Giovanni Abramo (genero di Nicolino Grande Aracri), 6 anni. Ancora Alfonso Diletto 6 anni. I fratelli di Nicolino: Antonio Grande Aracri 12 anni, Ernesto Grande Aracri 24 anni e infine Nicolino Grande Aracri 30 anni.

Il 28 aprile 2017 inizierà per 60 imputati il secondo grado per chi ha scelto l’abbreviato, durerà almeno tre mesi, con 50 udienze fissate a Bologna.

Mi soffermo solo un attimo sulla figura degli  imprenditori di cui si parla anche nel processo. Solo per sintesi li ho suddivisi in 3 tipologie:

  1. l’imprenditore che si ritrova con un debito nei confronti di un altro imprenditore che a sua volta cede il suo credito al mafioso. E quindi questo imprenditore si ritrova improvvisamente alla porta il criminale che viene a battere cassa

  2. l’imprenditore che per disperazione arriva a chiedere un prestito a una pseudo finanziaria o comunque appoggiandosi a una figura non proprio cristallina, magari consigliato da persone non esattamente in buona fede, e si ritrova invischiato in una rete dove si ritroverà a volte ad essere complice involontario o meno e quindi ricattabile entrando in un circolo vizioso attraverso il quale l’unico modo per uscirne sarà non solo la denuncia ma anche la auto-denuncia

  3. quello che va a cercare il mafioso o l’imprenditore a sua volta vicino al mafioso e che non si scompone più di tanto, perché domande non se ne fa, e si fa gli affari suoi, arrivando in alcuni casi a dimostrare persino meno scrupoli dello stesso mafioso, come nel caso di Augusto Bianchini che non si fa remore di mischiare al cemento, l’amianto per esempio nelle casette che saranno le scuole provvisorie dei bambini. Lo stesso Bolognino Michele arriva ad affermare “ma così ammazzi i bambini”. Questo da quanto si evince leggendo le carte del processo.

E’ poi c’è l’altro aspetto.
La notte fra il 28 e il 29 gennaio 2015 l’Emilia si è scoperta improvvisamente terra di mafia, anzi no, perché il dietro-front di una parte delle istituzioni è arrivato ben presto non dimentichiamolo. Che non si osi parlar male di una terra di onesti lavoratori che può vantare un sano e forte tessuto sociale. E lasciamo stare se a parlare di Emilia come terra di mafia è il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. La “presa di coscienza” che sembrava finalmente arrivata (sembrava la volta buona) si è andata subito attenuando dimostrando ancora una volta che è più conveniente nascondere lo sporco sotto al tappeto che dare una bella ripulita. Vuoi mai che venga meno il buon nome del partito, vuoi mai che ne risenta l’economia emiliano-romagnola. Meglio smorzare i toni. Tanto ormai è tutto risolto: c’è il processo Aemilia!

Franco Roberti

Eh sì, perché si ha la sensazione che alcuni esponenti politici stiano tornando a quel meccanismo di sottovalutazione e negazione del fenomeno di cui è stato ampiamente abusato da decenni. Anche attaccandosi al falso pensiero che questo processo sia la cura per tutti i mali. Questo processo ha messo a nudo solo una piccola parte di quello che è realmente la presenza mafiosa nella nostra regione.

Leggendo il dossier del 1998 di Ciconte sulle presenze mafiose in Emilia Romagna si ritrova la stessa sottovalutazione e gli stessi intrecci. Questo quasi venti anni fa. Se poi si pensa che tutto ha avuto origine dal 1958 con il soggiorno obbligato, di cosa stiamo parlando? Questa sottovalutazione, questo negazionismo è frutto dell’incapacità voluta o meno di voler vedere e ne consegue l’impossibilità di rimediare. E questi sono segnali di grande rassicurazione nei confronti delle cosche che sono ben attente nel recepire.

Ma c’è una cosa che mi lascia pensare. E’ innegabile che questo clan, ha avuto ampio spazio di manovra. Ma chi ha concesso loro questo spazio?

Nell’inchiesta, oltre all’ala militare, troviamo professionisti, forze di polizia, giornalisti, tecnici comunali. Cosa manca ancora? Io trovo una particolarità: nonostante sono emersi nomi di politici coinvolti o quantomeno distratti e smemorati o che hanno instaurato relazioni tutt’altro che limpide, gli stessi ne sono usciti, per lo meno per il momento puliti, con assoluzioni o prescrizioni.
Io non sono un magistrato, un avvocato o un giudice, e non ho bisogno di attendere una sentenza penale.Nel 1989 Paolo Borsellino spiegò agli studenti di un istituto professionale il fulcro del problema, il motivo per cui, a parer mio, nel 2016 siamo ancora qui a parlare delle mafie. Si continua a colpire l’ala militare della criminalità organizzata, ma si continua a ignorare,volutamente, la responsabilità politica di coloro che si sono affiancati a questi criminali.
Attraverso intercettazioni sono emerse vicinanze di alcune figure politiche rispetto ad alcuni uomini appartenenti alla cosca. Ma, siccome non è stato giuridicamente possibile riconoscere la loro colpevolezza allora va tutto bene. E no! Perché esistono le responsabilità politiche, quelle di cui parlava Borsellino.

Che cito riassumendo: “Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica“. Le parole di Borsellino, sono state ancora una volta ignorate.

Giuseppe Pagliani

E allora abbiamo Paolo Bernini ex assessore ai servizi per l’infanzia di Parma: essendo stata derubricata l’accusa di voto di scambio politico mafioso a corruzione elettorale è tutto caduto in prescrizione. Ci ha pensato l’inchiesta Easy Money a condannarlo  per tentata concussione e corruzione aggravata. E abbiamo Pagliani Giuseppe, consigliere di Forza Italia presso il comune di Reggio Emilia, assolto, un altro caso di responsabilità politica e morale totalmente ignorata: le intercettazioni che riguardano Pagliani sono eclatanti. Chiarissima per esempio la sua telefonata nel cercare e trovare l’appoggio della cosca nel recuperare le firme sufficienti per presentare la lista di Forza Italia a Campegine nel 2012.
Anche se non è stato possibile arrivare alla condanna penale, esistono tutti gli elementi per una condanna di tipo politico. Invece, al suo ritorno in consiglio comunale, è stato accolto calorosamente…

Questo per quello che riguarda il processo Aemilia.

1 – (continua)