‘Ndrangheta, Mafia, Massoneria: così fanno affari gli “Invisibili”

Paolo Romeo
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In Calabria, e non solo, c’è una fitta rete di “Invisibili” a stretto contatto con le criminalità organizzate che si assicurano lucrosi affari e guadagni milionari. E’ questo il quadro che emerge dalle indagini condotte dalla Procura di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero De Raho.

I pm titolari delle indagini, Giuseppe Lombardo e Stefano Musolino, sono stati sentiti nei mesi scorsi di fronte alla Commissione parlamentare antimafia ed hanno descritto uno spaccato in cui Stato ed antistato sono a strettissimo contatto, confondendosi e mescolandosi l’un l’altro.

L’esistenza di questo nefasto grumo di poteri viene supportato dalle dichiarazioni di diversi pentiti, calabresi e siciliani, che stanno consentendo all’ufficio di Procura di Reggio Calabria di fare luce sugli interessi delle organizzazioni criminali e proprio su quella rete di invisibili che ne permette la protezione e la “scalata” sociale.

Proprio i collaboratori di giustizia hanno raccontato l’esistenza di un ulteriore livello criminale, a cui possono accedere soltanto i vertici della ‘Ndrangheta reggina, che si è sviluppato intessendo rapporti con settori della politica, della finanza e, soprattutto, della massoneria. “Gallace Vincenzo, Ruga Andrea, Guardavalle e Monasterace – ha detto il pm Giuseppe Lombardo di fronte alla Commissione – ci hanno fatto capire che la ’ndrangheta che conta davvero (ecco l’intraneità a quel sistema criminale) sta lì, dentro un ambito massonico, è lì che si interfacciano una serie di soggetti e lì non si è più nemici dello Stato (lo dice in questi termini, cerco di riportarvi fedelmente le sue parole), ma lì lo Stato deve essere necessariamente amico, perché altrimenti il sistema criminale si inceppa e non si arriva a perseguire gli obiettivi prefissati”. Dunque una componente riservata in grado di entrare in contatto direttamente con il mondo della politica e dell’economia. Una divisione tra “’Ndrangheta dell’appartenenza” e “’Ndrangheta della sostanza” di cui hanno parlato dal 2010 pentiti come Roberto Moio, Consolato Villani e Antonino Lo Giudice, le cui dichiarazioni sono sotto la lente d’ingrandimento della magistratura.

Giuseppe Lombardo

Cosa nostra e la “componente riservata”
Ad essere inserita in questa sorta di élite criminale non vi sarebbero solo soggetti appartenenti alla ‘Ndrangheta ma anche a Cosa nostra. Elementi in questo senso sono emersi dall’inchiesta “Mammasantissima”, così anche la mafia siciliana ha creato una struttura simile a quella calabrese per entrare in contatto diretto con quelli che il pm Giuseppe Lombardo chiama gli “ambienti strategici” della società. Il pm reggino ha così riferito che questa struttura ha collegamenti “con gli apparati istituzionali, con la pubblica amministrazione, con i professionisti, con le imprese che contano, con il sistema bancario, finanziario e con tutto quello che ne deriva, anche – permettetemi di sottolineare, perché è un tassello indispensabile – con il sistema informativo. Con sistema informativo mi riferisco non al sistema mediatico, ma al sistema che fornisce informazioni non di seconda mano, ma di primissima mano, soprattutto quelle che riguardano l’attività investigativa”.

La Procura di Reggio ha ripreso in mano vecchi atti di indagine, dando anche un’ulteriore chiave di lettura su certi fatti che hanno caratterizzato la storia del Paese.
Così sono stati ripresi in mano ben 52 procedimenti e tra questi anche l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto del 1991 da killer reggini su mandanto di Cosa nostra siciliana, ma anche l’uccisione di alcuni carabinieri, sempre nei primi anni Novanta.
L’intenzione, ha spiegato sempre Lombardo, è quella di “dare ulteriori risposte su fatti di particolare gravità consumatisi in Calabria molti anni fa”.
Dalle inchieste è così emersa l’esistenza di una struttura sovraordinata alle tradizionali mafie già dal 1996.

Tra le dichiarazioni raccolte dai pm reggini vi sono quelle di Antonino Fiume, pentito dell’ala destefaniana, che, parlando della Lombardia e delle frizioni che si erano create nella gestione del traffico di stupefacente, ha spiegato come fosse stata trovata un’intesa tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta e che in Italia “il sistema delle mafie è una cosa sola”.
E’ da questo spunto che i pm della Dda reggina hanno ascoltato diversi pentiti siciliani i quali hanno riferito dell’esistenza di una doppia compartimentazione ed un livello riservato composto da Riina, Bagarella, Messina Denaro i fratelli Graviano e il defunto Antonino Gioè, morto in circostanze misteriose in carcere nell’estate del 1992.

Giorgio De Stefano

Boss mafiosi che avrebbero mantenuto stretti contatti con i pari grado calabresi, passando dai De Stefano ai Piromalli fino ai Nirta Pelle, anche detti Nirta La Maggiore.
Il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l’uomo che schiaccio il pulsante del telecomando il giorno della strage di Capaci, ha fornito importantissimi elementi: “Io avevo un ruolo di grande peso all’interno di cosa nostra, però, se voi mi chiedete episodi specifici che collegano ’ndrangheta e cosa nostra, in questo momento non ne ricordo. Io ricordo soltanto una cosa: che già ai tempi di mio padre quando si parlava di ’ndrangheta non si parlava di ’ndrangheta, si parlava di De Stefano e sostanzialmente si diceva che esistevano rapporti di altissimo profilo tra Stefano Bontade e i fratelli De Stefano”.

Anche Gaspare Spatuzza, il pentito che ha contribuito a riscrivere parte della storia sulla strage di via d’Amelio, ha fornito ulteriori spunti in questo senso, raccontando dei rapporti tra i Graviano ed i Nirta, soggetti da cui Cosa nostra acquistava armi pesanti.
A confermare l’esistenza non solo dell’asse tra Sicilia e Calabria, ma anche della struttura segreta, vi sono anche collaboratori di giustizia più vicini all’ala corleonese di Leoluca Bagarella.
Tra questi vi è, ad esempio, Antonino Calvaruso (autista di Bagarella) che ai pm ha fatto proprio i nomi dei membri di questa struttura segreta all’interno di Cosa nostra: “Guardi che, se lei va a chiedere a cento collaboratori di giustizia che non erano all’interno del nucleo ristretto di cui si avvalevano questi soggetti – e ci fa i nomi: Riina, Bagarella, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e Antonino Gioè, che muore suicida nel carcere di Rebibbia nell’estate del 1993 – le diranno che i rapporti non ci sono, perché non è questo un rapporto che deve essere conosciuto dal livello medio-basso. Le dico invece io, che di Bagarella ero autista, che questo rapporto esiste e il tramite (perché il tramite è sempre ben individuato, non è casuale) con la componente riservata della ’ndrangheta e quindi tra le due componenti riservate per quanto riguarda noi sono i Graviano”.

Lombardo, in Commissione, ha spiegato il motivo per cui si è deciso di ascoltare proprio i pentiti più vicini a Bagarella: “Avevamo delle indagini svolte in parte in Calabria, ma soprattutto in Sicilia nell’ambito dell’indagine Sistemi Criminali della seconda metà degli anni ’90 su Palermo, che ci spiegavano come una serie di progetti politici di matrice separatista avesse interessato soggetti che sapevamo essere parti della componente riservata, tra cui Paolo Romeo, e soggetti di vertice di cosa nostra”.
Altri soggetti ascoltati dai magistrati calabresi sono poi stati l’ex imprenditore Tullio Cannella, che ha parlato dei rapporti politici intessuti fra la mafia siciliana e quella calabrese in particolare nell’ambito del disegno separatista che si voleva promuovere soprattutto negli anni ‘Novanta, e Gioacchino Pennino. Quest’ultimo, ex Dc, ha ricostruito i suoi viaggi d’infanzia al fianco dello zio che ogni quindici giorni andava in Calabria per partecipare a riunioni segrete di un enorme comitato d’affari, in cui si incontravano ‘Ndrangheta, Cosa nostra, pezzi delle istituzioni, pezzi delle professioni ed appartenenti infedeli dei servizi di sicurezza. Sempre Pennino ha poi ricordato come fu Stefano Bontade a spiegargli che la rete di invisibili in Calabria era operativa da tempo e che in Sicilia, invece, era in fase di formazione nei primi anni Novanta.

‘Ndrangheta e penetrazione economica
A spiegare, invece come l’organizzazione criminale calabrese sia capace di penetrare la vita politica ed economica del Paese è stato il pm Stefano Musolino, partendo proprio dalle indagini più recenti: “Si tratta evidentemente di situazioni nelle quali la ‘Ndrangheta tenta sempre di entrare, lo fa con le modalità che le sono tipiche, che non sono l’esercizio dell’intimidazione aggressiva tipica della mafia siciliana, ma con quella che abbiamo definito nei nostri provvedimenti e ribadito nei provvedimenti dei giudici che ce l’hanno accolta, come una sorta di intimidazione dolce, in cui la ‘Ndrangheta viene riconosciuta come parte integrante del sistema di potere dominante con il quale scendere a patti per poter portare avanti una serie di situazioni”.

Paolo Romeo

“Va detto anche – ha aggiunto – che per fortuna abbiamo trovato all’interno della pubblica amministrazione non soltanto una serie piuttosto numerosa di pubblici amministratori infedeli, ma anche qualche pubblico amministratore che si è preso la briga di provare a mettere dei paletti a questo strapotere dominante in particolare di Paolo Romeo che, come vi ha già detto il procuratore, è stato capace di costruire una rete relazionale che, a partire dal Parlamento italiano, è giunta fino al comune di Reggio Calabria e ai funzionari del comune di Reggio Calabria con un controllo anche attraverso la gestione di queste relazioni e di una serie di relazioni legate ai controlli di varie società anche a partecipazione pubblica che operano sul territorio, attraverso una serie di assunzioni, circostanza che trova il suo gemello anche nell’operazione Mammasantissima, ed è in grado di condizionare significativamente le competizioni elettorali”.
Il quadro che emerge dalle audizioni dei magistrati è chiaro ed è ancora più inquietante se si accosta anche ad indagini e processi, del passato e del presente (Dell’Utri, Contrada, trattativa Stato-mafia, Matacena, tanto per citarne alcuni). Non vi sono solo “teoremi giornalistici” o favole, ma atti e prove giudiziarie. Cosa nostra e ‘Ndrangheta si ritrovano e stringono alleanze con i medesimi soggetti in un’unica struttura, un’unico Sistema criminale integrato che ha condizionato, e condiziona pesantemente, il nostro Paese.