‘Ndrangheta, processo “Black Monkey”: 26 anni al boss Femia

Nicola Rocco Femia
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Ha tenuto in primo grado l’accusa di associazione mafiosa contestata dalla Procura di Bologna nel processo ‘Black Monkey’. Il tribunale ha condannato tutti e 23 gli imputati, infliggendo la pena più alta, 26 anni e 10 mesi, a Nicola “Rocco” Femia, il boss di Gioiosa Ionica, ritenuto il vertice di un gruppo legato alla ‘Ndrangheta che faceva profitti con il gioco illegale. Le pene hanno in alcuni casi superato le richieste del Pm della Dda Francesco Caleca che per Femia, appunto, aveva chiesto 24 anni e 6 mesi.

Dopo due anni e mezzo di udienze, il tribunale ha anche disposto risarcimenti alle parti civili, il più alto da un milione alla Regione Emilia-Romagna.

Risarcimenti anche per il giornalista Giovanni Tizian e per l’Ordine dei giornalisti: in un’intercettazione tra Femia e un altro imputato si parlava di uccidere il cronista, autore di articoli sgraditi all’organizzazione.

“Tizian? O la smette o gli sparo in bocca”. Eccole le due alternative fornite per telefono dal faccendiere Guido Torello al presunto boss della ’Ndrangheta Nicola Femia, che col suo uomo si lamentava delle ‘attenzioni’ rivoltegli dal giornalista Giovanni Tizian attraverso un paio di articoli scritti sulla Gazzetta di Modena.

Secondo la Dda di Bologna, che ha coordinato le indagini, il cuore pulsante del sodalizio criminale si trovava a Ravenna. Da dove lo stesso ‘Rocco’ Femia, per gli inquirenti referente diretto della ’Ndrangheta reggina, oltre a gestire un ampio giri di estorsioni e sequestri di persona, manovrava anche i fili di una ragnatela nazionale e internazionale di vendita e noleggio di slot illegali, affiancata da una rete di giochi a pagamento, irregolari anche questi, che sul web si appoggiava a siti inglesi e romeni.

I proventi, sempre secondo la Dda, venivano in seguito riciclati con l’acquisto di case, auto e quote bancarie, attraverso società fittizie create ad hoc e con la complicità di imprenditori del settore e prestanome. Le indagini sono partite grazie alla denuncia di un immigrato residente a Bologna, che dopo esser stato pestato per una questione di debiti ha avuto il coraggio di raccontare tutto alle forze dell’ordine. Da qui i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche – tra le quali è spuntata anche quella che ha portato alla scorta per Tizian – e nel giro di pochi mesi è stato scoperchiato un calderone di illegalità che coinvolgeva tutto il Nord Italia.

Alla lettura del dispositivo era presente anche don Luigi Ciotti, presidente di Libera, pure parte civile.

L’operazione con custodie cautelari scattò nel 2013.