‘Ndrangheta stragista, parla Franco Pino: i summit con la mafia, Paolo Romeo e il Cinghiale

Franco Pino

“Ero il volto della ‘ndrangheta reggina nel cosentino”. Franco Pino, collaboratore di giustizia, si descrive così al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che stamani lo ha interrogato nell’ambito del processo “‘Ndrangheta stragista”.

Alla sbarra ci sono Giuseppe Graviano, boss del mandamento palermitano di Brancaccio e Rocco Filippone, di 77 anni, di Melicucco, indicato dagli inquirenti come esponente di spicco della potente cosca Piromalli di Gioia Tauro. Entrambi sono accusati di essere i mandanti degli agguati in cui morirono i carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo e dei tentati omicidi dei carabinieri Vincenzo Pasqua, Silvio Ricciardo, Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, eseguiti da due giovanissimi killer della cosca di ‘ndrangheta dei Lo Giudice, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani.

Atti da inserire, secondo la Dda reggina, nella strategia stragista messa in atto da Cosa nostra tra il 1993 ed il 1994 con gli attentati a Firenze, Roma e Milano. E proprio il “pentito” Pino avrebbe stretto legami con la cosca Piromalli ma anche con i clan De Stefano e Tegano egemoni a Reggio Calabria. Franco Pino, storico boss bruzio, scalò la gerarchia della ‘ndrangheta fino a raggiungere il grado di “diritto e medaglione”, conferito dal padrino Umberto Bellocco, storico volto mafioso della Piana di Gioia Tauro. Rispondendo alle domande del procuratore Lombardo Pino ha affermato di aver conosciuto esponenti di spicco delle cosche di Archi come Franco Benestare e Paolo Iannò, ma anche l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e attualmente imputato nell’ambito del processo “Gotha” in quanto accusato di essere uno dei capi della cupola mafiosa che operava a Reggio Calabria e sull’intera regione.“Ho conosciuto Paolo Romeo– ha affermato Pino- tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta poiché era amico dell’onorevole Tursi Prato. Io ho fatto da garante per Tursi Prato turante le elezioni. Tursi Prato aveva fatto vincere l’appalto per la ristorazione, dell’ospedale di Cosenza, all’imprenditore Montesano solo che quest’ultimo non voleva pagare la mazzetta. C’era un accordo. Tursi Prato gli faceva vincere l’appalto e lui doveva però pagare una percentuale sui pranzi; inoltre, avevano dato a me la possibilità di poter far assumere una decina di persone. Le assunzioni ci sono state ma, all’inzio Montesano non voleva rispettare l’accordo. Ci siamo incontrati e poi la questione si è risolta. Per tale vicenda mi sono arrivati circa 400 milioni. Romeo mi disse che se avevo bisogno di qualsiasi cosa, bastava che glielo facessi sapere. Io però non gli ho mai chiesto niente”.Pino ha raccontato poi di un altro episodio in cui avrebbe incontrato l’onorevole Romeo: “Eravamo nello studio dell’avvocato Caruso e ricordo che c’erano Paolo Romeo, c’era Tursi Prato, e l’onorevole Gentile. C’era uno dei fratelli Gentile (Tonino alias il Cinghiale, ndr) che doveva entrare nel Psdi. Si è pensato che si volevano fare le scarpe a Tursi Prato se si faceva entrare questo Gentile”. Il procuratore Lombardo vuole capire meglio il ruolo svolto da Romeo ed in particolare il legame con il cosentino. Pino ribadisce: “Romeo era la persona al di sopra di Tursi Prato. Era la persona che lo portava. Aveva aiutato Tursi Prato nelle campagne elettorali e portava affari, come quello che ho detto prima dell’ospedale”.

Il narrato del “pentito” Franco Pino si sposta poi, al periodo successivo alla strage di Via D’Amelio. “Venni convocato dai Mancuso- ha affermato in aula- al villaggio Sajonara. Era un villaggio turistico, c’erano Luigi Mancuso, Santo Carelli, Giuseppe Farao, c’erano anche Nino Pesce, c’era anche un calabrese che abitava a Milano e mi fu presentato un certo Franco Coco Trovato e c’era anche Giuseppe De Stefano. C’era anche un tale Papalia. Era Luigi Mancuso che faceva le presentazioni. Fummo convocati al Sajonara poiché era arrivato un messaggio dai siciliani di Totò Riina e quelli vicini a lui. I siciliani- ha continuato il collaboratore di giustizia, avevano chiesto ai calabresi di partecipare con loro ad un’offensiva contro lo Stato. Volevano compiere attentati e avevano chiesto alla ‘ndrangheta di partecipare perché conveniva partecipare a tutti. Si diceva che stavano per cambiare le leggi e che le cose si sarebbero fatte più brutte per tutti, non solo per i siciliano. Io non ero d’accordo e neanche Mancuso. Mancuso non aveva mai condiviso l’idea di fare la guerra contro lo Stato, le Istituzioni. Mancuso, che era vicino ai Piromalli e ai Pesce, se avesse aderito anche per nome loro, avrei dovuto aderire anche io. Ma Mancuso non voleva schierarsi per questa proposta”.