Oliver Twist e il gelato dei poveri a Cosenza (di Laura De Franco)

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di Laura De Franco

Se anziché il bis del pranzo avesse chiesto un gelato, la vita gli sarebbe andata meglio.

Non avrebbe avuto una esistenza di fatiche infittite in trame complicate e difficili. Non avrebbe vissuto quelle avventure che a raccontarle ti viene il magone.

Il richiamo è immediato e spontaneo al poveretto che con occhi pietosi chiede: ancora, dammene ancora. Il ragazzino e chi conosce la storia lo sa, ha lo stomaco vuoto, è insistente e verrà punito. Sarebbe stato differente se solo fosse vissuto qui…

Se lui, Oliver Twist, fosse stato cosentino, la sua sorte si sarebbe tinta di colori vivaci e arricchita di dolci sapori. Il giovane Oliver sarebbe stato uno tra i poveri che in questi giorni hanno goduto della benevolenza dell’amministrazione comunale.

Lo sfortunato Oliver, a Cosenza, avrebbe avuto il suo bel gelato. Al cioccolato magari, che fuor di dubbio è il non plus ultra. Sì, ché in città, non si sa perché, non si sa come ma più che andare avanti si torna indietro. Si torna, per capirci, alla carezza caritatevole ottocentesca. All’idea dei benefattori ipocriti, che Charles Dickens ha descritto con minuzia nei suoi famosi romanzi.

Quelle storie struggenti che per animare lo spirito del Natale, leggiamo ancora oggi, seduti davanti al camino o che vediamo in dvd. Nella nostra città, infatti, l’assessore con delega al contrasto alle povertà, al disagio, alla miseria umana e materiale, al pregiudizio razziale e religioso, alla discriminazione sociale; ambasciatore degli invisibili e degli ultimi, come forte gesto “simbolico” offre un gelato ai poveri della città e lo fa in bella mostra su corso Mazzini.

C’è da chiedersi quei poveri chi siano? Poveri che, in ogni caso, ci hanno dovuto mettere la faccia. Scelti o baciati dalla fortuna non fa differenza. Tanto la scena è così triste che… Così triste che ricorda gli “orfanelli” messi in fila dalle suore e portati a fare una passeggiata e poi verso sera, ributtati nell’istituto.

I prediletti dalle donne ricche, usati per fare sfoggio della loro bontà borghese o aristocratica, certamente falsa. Così, dopo aver letto questa pagina, le lacrime scendono. Scendono i goccioloni, mentre la commozione vera leva le gambe e se ne scappa dalla nostra città, lasciando il posto ad un pianto nervoso. Amarezza per il pudore mancato.

Intanto si fa notizia. La notizia c’è e si dà. Strategia comunicativa? Certo, lo fanno anche altrove. A Roma ad esempio. Ma qui siamo nella nostra piccola città e di differenza ce n’è. Bene, chi non ha presente l’eclatante gesto, sempre simbolico, del Papa? Quello con tanto di barboni ripuliti e invitati a gradire un po’ d’arte nei musei vaticani?

Ecco, clerici semper docet, però quella cosa lì l’ abbiamo accettata perché, sorvolando sull’aspetto propagandistico, abbiamo avvertito il tentativo del messaggio “rivoluzionario”. Abbiamo capito la finalità dell’esperimento.

Ma a Cosenza che diamine! E’ tutt’altro discorso. Non c’è bisogno di metacomunicazione, possiamo essere più semplici, usare strategie dirette, umili. Il nostro neoamministratore Fedele Bisceglia conosce benissimo la fame della città, lui che è stato maestro di concretezza. Lui che un tempo è stato tiratore scelto di calci nel didietro agli stolti, ora non non può scegliere la più misera delle forme di pubblicità.

Insomma, non è che il mondo all’improvviso cambia, perché è cambiata la nostra individualità. Gli ultimi da sempre hanno bisogno di protezione, di riguardo sincero, di aiuto che non leda la loro dignità. Non è che possiamo dimenticarcelo per pura strategia o per reclame…