Oliverio e Orsomarso, politica e Casinò

Che Oliverio fosse una persona dalla doppia morale è cosa risaputa. Un esperto senza rivali (al pari di Occhiuto) del “predicare bene e razzolare male”, avvezzo com’è ad indossare i panni della retorica e dell’ipocrisia. Della falsità ha fatto la sua bandiera e se fossi un lombrosiano direi che l’arcigno sguardo, sostenuto da un perenne ghigno, ne è la conferma. Insomma si vede dalla faccia che è un meschino. Un bugiardo. Il servo sciocco di potenti lobby politiche/economiche che lo comandano a bacchetta, in cambio di una libera e clientelare gestione di una parte del denaro pubblico. Oltre ai privilegi di cui gode il presidente della Regione: incarichi a parenti, amanti e amici degli amici.

Tutto ciò che in questi anni è successo nel palazzo della regione – corruzione, inciuci, clientelismo, ruberie, sperperi, regalie – è frutto del suo lassismo, e della mentalità che lo contraddistingue: l’uso privato della cosa pubblica. Alimentando la concezione, sedimentata da anni, di chi nella pubblica amministrazione lavora, del: “se così fan tutti” perché non dovrei farlo anche io?

Che tradotto significa: se tutti i dirigenti, i funzionari, gli impiegati che lavorano nella pubblica amministrazione, si fanno i fatti loro, perché dovrei essere solo io quello che lavora onestamente per i cittadini?

Direbbe San Francesco di Paola di lui: caro fratello Palla Palla, non sei certo un buon esempio da seguire. E se Oliverio non è certo un buon esempio di politico, non può esserlo neanche chi da sempre si nasconde dietro il politichese e i sottintesi, tipici di chi ha i “carbuni bagnati”.

Ed è il caso di Fausto Orsomarso. Che dal pulpito che si è auto costruito dispensa lezioni di etica politica a Oliverio e Guccione, dopo un botta e risposta tra i due in merito al coinvolgimento in un abuso d’ufficio di Palla Palla, per le note vicende di Calabria Verde. Guccione rimprovera Palla Palla di usare due pesi e due misure. Dopo l’avviso di garanzia per “Rimborsopoli” ha preteso un passo indietro da chi come Guccione era coinvolto. Ed ora che “il coinvolto” è lui tira fuori la “responsabilità”. Non sta bene, dice giustamente Guccione. Che vorrebbe aprire una discussione dal valore politico su questo argomento.

Ma ecco che interviene Orsomarso, il filosofo de noantri, che reclama il primato della politica sui futili discorsi di natura giudiziaria. E da novello Voltaire si lancia in una lezione di diritto romano e civiltà giuridica dicendo ai due: l’uomo (che ricordiamo essere un animale sociale) deve essere giudicato dal suo operato e non dagli avvisi di garanzia, o dai processi in corso.

Bellissima espressione di sano e vero garantismo, se a pronunciarla non fosse stato quell’esegeta di Orsomarso. Ara cusentina diremo che con queta espressione, quell’ ermeneuta di Orsomarso, si ietta avanti per non cadere indietro. Come a dire: visto l’aria che tira è meglio non “commentare” i guai giudiziari degli altri che non si sa mai cosa può succedere domani mattina. Meglio restare sulla “politica”.

Evidentemente quel chiosatore di Orsomarso sa che a Cosenza è meglio, soprattutto di questi tempi, non farsi gabbu. Che come si sa coglia.

Del resto lo sanno tutti che la Giustizia dalle nostre parte assomiglia molto ad un Casinò. Dove le probabilità di avere una Giustizia giusta sono affidate alla sorte. Dipende da cosa hai in mano: un full, una scala, un poker. Oppure dipende da come si allineeranno i cilindri della slot. O dal rosso e nero della roulette. E chi è abituato a giocare sa che difficilmente si vince ed è facile, dentro un Casinò, ritrovarsi con le pezze al culo. Perciò Orsomarso ha deciso di tenersi lontano dai discorsi della giustizia per non finire, come gli accaniti giocatori di poker, con le pezze al culo. Ovviamente, metaforicamente parlando.