Omicidio Antonio Taranto, chi è Domenico Mignolo

Domenico Mignolo
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Antonio Taranto era un ragazzo di 26 anni. E’ stato ucciso nel cuore della notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo del 2015, pochi minuti prima delle 4, nel quartiere di via Popilia, al secondo lotto.

Un solo colpo di pistola esploso mentre il ragazzo stava salendo le scale di un condominio che non era quello dove abitava. L’assassino, dunque, ha deciso di sparargli alle spalle e il proiettile che lo ha colpito a morte gli ha perforato un polmone. Il tempo di scendere qualche gradino e Antonio Taranto si è accasciato a terra, in fin di vita. I soccorsi sono scattati subito, allertati dalla telefonata di una famiglia che abita in quello stesso condominio. Quando è arrivata l’ambulanza, Antonio respirava ancora ma è morto nel corso del tragitto verso l’ospedale.

Antonio Taranto
Antonio Taranto

La domanda è una sola: perché?

La polizia, all’epoca dei fatti, aveva accertato subito che Antonio Taranto era reduce da una serata in discoteca, in uno dei locali maggiormente alla moda e di tendenza dell’area urbana, iClub a Quattromiglia di Rende. E gli inquirenti sono stati in grado di poter dire ai primi cronisti che cercavano notizie sull’omicidio che in quella discoteca era nata una discussione, una lite. Fatto sta che, dopo la lite, Antonio è tornato nel quartiere e probabilmente aveva un appuntamento per cercare una mediazione con il suo rivale. Per “apparare”, come si dice in gergo. Ma la situazione, a quanto pare, è precipitata.

Ben presto le indagini si sono concentrate su tre persone, delle quali solo una in effetti era accusata di omicidio. Gli altri due, Leonardo Bevilacqua e sua moglie, erano accusati solo di false dichiarazioni alla polizia giudiziaria e di conseguenza di favoreggiamento.

I sospetti della polizia si erano centrati subito su Domenico Mignolo, 29 anni, in casa del quale sarebbe stato trovato un bossolo dello stesso calibro della pistola dalla quale è partito il colpo che ha ucciso Antonio Taranto. Gli inquirenti dicevano, senza nascondere nulla, di essere pressoché certi che la lite in discoteca era avvenuta tra Domenico Mignolo e Antonio Taranto. Ma successivamente, esami di routine come, per esempio, quello dello “stub”, avevano dato esito negativo e Mignolo, per quanto fosse seriamente impelagato nella vicenda, non era stato “beccato”.

CHI E’ DOMENICO MIGNOLO

Il nome di Domenico Mignolo sale alla ribalta delle notizie di cronaca nera, come affiliato al clan Rango-Zingari, nell’ottobre del 2014, quando viene arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Cosenza per tentata estorsione ai danni del sindaco e del vicesindaco del Comune di Marano Marchesato.

Le indagini avevano permesso di accertare che gli atti intimidatori erano stati compiuti per costringere i due esponenti dell’amministrazione ad assumere al Comune o in un centro commerciale gestito dal vicesindaco cinque persone legate per parentela o vicinanza ad esponenti contigui al clan Rango-Zingari. L’operazione si chiamava in codice “The end of game”.

Nella conferenza stampa svoltasi all’epoca dei fatti, i carabinieri non avevano avuto dubbi nell’individuare in Mignolo la mente e quindi il mandante dell’intimidazione. Qualche mese più tardi, con le dichiarazioni di Adolfo Foggetti, si era appurato che, in effetti, Maurizio Rango aveva investito dell’operazione di intimidazione il Mignolo. Ma i carabinieri, dovendo inquadrare il grado di criminalità di Mignolo, affermavano che era “già noto agli inquirenti e ritenuto vicino alle cosche della ‘ndrangheta del Cosentino”.

Le intimidazioni, avvenute nel maggio del 2014, erano consistite nell’incendio delle autovetture del sindaco, Eduardo Vivacqua, e di un assessore e nel tentativo di incendiare anche l’auto del vicesindaco, Pino Belmonte, direttore del centro c0mmerciale “Metropolis” di Rende. La pronta reazione dei familiari di quest’ultimo aveva evitato che l’auto venisse distrutta.

I carabinieri avevano lavorato esaminando i tabulati telefonici degli indagati e anche i biglietti con minacce lasciati sui luoghi delle intimidazioni, ricavando importanti tracce biologiche che hanno portato agli arresti. Nei biglietti, sempre uguali, si pretendevano 5 posti di lavoro al Comune o al “Metropolis”.

“I voti sono stati dati – si leggeva nel biglietto fatto recapitare agli amministratori di Marano Marchesato, insieme con alcuni proiettili e fiori viola -. Se entro fine mese non escono 5 posti di lavoro al Comune o al Metropolis, ogni singolo voto diventerà un colpo di pistola direttamente sulla vostra pelle. Per il sindaco, Pino Belmonte e Domenico Carbone. Distinti saluti”.

Il processo si è celebrato in tempi relativamente brevi anche perché Mignolo aveva chiesto di patteggiare la pena. Il 16 marzo 2015 il Tribunale di Cosenza lo ha condannato a un anno e 8 mesi. Mignolo era ai domiciliari da circa 6 mesi. Dopo la sentenza, il Tribunale ha disposto per lui solo l’obbligo di firma.

Dunque, fino al 16 marzo (l’omicidio è avvenuto il 29 marzo), Mignolo era agli arresti domiciliari per questa vicenda delle intimidazioni e delle estorsioni. I carabinieri e i pentiti ci dicono che fa parte del clan Rango-Zingari. E’ del tutto evidente che mettersi in competizione con lui è estremamente pericoloso.

E’ probabile che, dopo la lite in discoteca, Antonio Taranto ha provato a chiamare una persona che potesse mediare con Domenico Mignolo. Ma evidentemente neanche un intervento esterno è riuscito a dirimere la questione.

E’ davvero difficile pensare che Taranto sia stato preso per sbaglio da qualcuno che sparava nel mucchio e per giunta da un balcone. Quando tutti hanno visto le tracce di sangue dentro il portone del secondo lotto di via Popilia. Quel portone che si è rivelato fatale per un ragazzo di 26 anni.