Omicidio Bergamini, la droga non c’entra

A beneficio di quanti ancora agitano motivazioni che non stanno più né in cielo e né in terra con riferimento all’omicidio Bergamini, pubblichiamo l’articolo scritto da Francesco Ceniti nel 2012 sulla Gazzetta dello Sport. L’articolo riportava i particolari del lavoro del RIS dei carabinieri, che escludeva ogni possibile movente legato alla droga. Lo riproponiamo anche a beneficio del procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, affinché non metta più in mezzo questioni (tra l’altro assurde) riguardanti Michele Padovano e quella stramaledetta Maserati. 

di FRANCESCO CENITI

Uno dopo l’altro sembrano sgretolarsi i misteri e le leggende che per 22 anni hanno reso «impossibile» l’accertamento della verità sulla morte di Donato Bergamini, centrocampista del Cosenza, avvenuta il 18 novembre 1989.

A febbraio il Ris con una accurata perizia, eseguita sugli oggetti indossati dal giocatore al momento del decesso e sui reperti istologici perfettamente conservati dopo l’autopsia chiesta e ottenuta dalla famiglia visto l’immobilismo degli inquirenti dell’epoca, hanno spazzato via la tesi del suicidio.

LA DROGA NON C’ENTRA

Le carte arrivate nelle mani di Franco Giacomantonio, il procuratore capo di Castrovillari che a luglio 2011 ha riaperto il caso, non hanno margini d’interpretazione: è stato un omicidio e la ferita sul bacino (per 22 anni indicata come la «prova» del suicidio: nel racconto della testimone oculare, l’ex fidanzata Isabella Internò, Bergamini si era tuffato sotto un camion, poi trascinato sotto le ruote per circa 60 metri senza però finire maciullato e con vestiti e orologio praticamente intatti) inferta quando il calciatore era già cadavere.

Ma il Ris ha escluso anche un altro aspetto importante, specie per gli sviluppi delle indagini entrate in una fase cruciale: la Maserati di Bergamini, sequestrata ed esaminata da cima a fondo, non aveva nessun doppio fondo o manomissione.

La novità dovrebbe portare gli inquirenti ad abbandonare una delle piste più calde sul movente dell’assassinio, quello legato al traffico di droga con Bergamini in qualche modo corriere (inconsapevole?) della ‘ndrangheta. La macchina non aveva le caratteristiche. Cade una teoria diventata realtà anche per i media che davano per acclarata l’esistenza del doppio fondo.

Non è la prima volta, in questa assurda storia, che la «verità» è ribaltata in modo clamoroso: solo nei mesi scorsi, ad esempio, si era «scoperto» vivo e vegeto l’autista del camion coinvolto nell’incidente, dato morto per anni.

CACCIA AI COLPEVOLI

Isabella Internò con il cugino Pippo Dino Internò

Ma torniamo al movente dell’omicidio perché è su questo che si sono concentrate le indagini del nucleo investigativo dei carabinieri iniziate a fine dicembre. Molti passi in avanti sono stati fatti e i tasselli del complicato puzzle sembrano ora ricomporsi.

Cerchiamo di capire i possibili sbocchi.

Con la messa in soffitta del delitto maturato in ambienti criminali (niente coinvolgimento della ‘ndrangheta nella gestione dell’omicidio), il cerchio si stringe intorno alle persone che frequentavano il giocatore: il movente sarebbe allora da ricercare in ambito personale, magari a seguito di un litigio dopo un chiarimento per una vicenda privata non andato nella direzione sperata.

Non ci sono conferme dirette, ma proprio su questa pista si sarebbero rivolte le attenzioni degli investigatori che avrebbero cercato di ricostruire le ultime ore di vita del calciatore, soprattutto su un passaggio. Chi e quante erano le persone che lo avrebbero atteso fuori dal cinema dove si trovava in ritiro con il resto della squadra. Quelle persone sono la chiave del mistero: sono loro che lo hanno condotto verso una morte violenta.

C’è un altro aspetto fondamentale: è da capire come sarà inquadrata la posizione dell’ex fidanzata che ha sempre ripetuto la tesi del suicidio, anche a dicembre 2011 quando è stata riascoltata come persona informata sui fatti. Quella testimonianza, però, è in netto contrasto rispetto a quanto sostenuto dai Ris.