Omicidio Bergamini e poteri forti. Beha: “Chi tocca i fili muore: i giornalisti non sono liberi”

Oliviero Beha alla presentazione della nuova edizione del programma da lui condotto, ''Brontolo. Sul filo della memoria e dell'identità'', in una foto d'archivio del 23 settembre 2011. ANSA/ Mario De Renzis
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Nel 2013 è apparso in rete un web dossier sul caso Bergamini curato dal sito Fantagazzetta e in particolare dal giornalista cosentino Alfredo De Vuono. Tante le interviste e i contributi sulla vicenda dell’omicidio del calciatore del Cosenza, sul quale la Procura della Repubblica di Castrovillari sta facendo luce. De Vuono e i suoi collaboratori hanno ascoltato Donata Bergamini, l’ex allenatore del Cosenza Gigi Simoni, uno tra i fondatori degli Ultrà Cosenza, Sergio Crocco, il presidente dell’Associazione Verità per Denis, Nunzio Garofalo e il direttore responsabile di Cosenza Sport Gabriele Carchidi. Un contributo scritto è arrivato anche dal direttore di Cosenza Channel Piero Bria.

Tra le interviste c’era anche quella realizzata al giornalista Oliviero Beha (scomparso nello scorso mese di maggio), che era stato sferzante nei confronti dei suoi colleghi “lottizzati” e servili nei confronti dei “poteri forti”. Beha si era occupato a lungo e con la consueta professionalità dell’omicidio di Denis Bergamini nella sua “Radio Zorro” insieme a papà Domizio. Una grande pagina di vero giornalismo.

“Se più stampa – aveva affermato Oliviero Beha -, se più colleghi si fossero occupati del caso Bergamini, dimostrazione lampante del ponte di intreccio tra il calcio e il malaffare, forse non saremmo qui, a distanza di tanto tempo, a parlarne e a cercare la verità. Io sono quello che ha tirato fuori lo scandalo di Italia-Camerun ai Mondiali di Spagna del 1982, la storia di una partita comprata con l’intervento di esperti di “scommesse” e camorristi. E già all’epoca mi misero a tacere: persi il posto a “Repubblica”, non mi fecero più apparire in Rai… La questione è semplice: se uno tocca determinati fili, muore… La stampa italiana non è stata mai liberaQuando è venuta fuori questa tragedia di un palese omicidio fatto passare per suicidio, ne ho scritto immediatamente su “Rinascita”, che era un periodico politico e non ho impiegato molto a capire che era una “storiaccia”. La spiegazione è semplice: io leggo le cose sportive italiane, e quindi anche l’omicidio Bergamini, come un’esemplificazione del costume e degli intrecci del Paese”.

“Lo sport – aveva continuato Beha – esce male da questa vicenda. E’ una questione di vasi comunicanti e in questo senso sport e società sono più che mai collegati. Allo sport si attribuisce una funzione di ricreazione, lo si vede come un “diversivo” da tutto quello che non va, insomma distrae. Se anche lo sport rappresenta negatività, allora c’è qualcosa che “salta” in tutto il circuito. Ecco perché la stampa “preserva” lo sport, o meglio:non vogliono uno sport pulito in un Paese che non è pulito, tutto qui… Ma non bisogna dirlo!”.

Infine, un “pronostico” su quello che avverrà. “Se dietro questo omicidio, c’è una storia banale, nonostante tutto la verità verrà fuori. Ci chiederemo come mai è stata nascosta per tutti questi anni e allora capiremo che le indagini non fatte e l’indifferenza della stampa avranno rappresentato un concorso di colpe grave quasi quanto l’omicidio di Denis Bergamini. Se in realtà dietro quest’omicidio c’è una storia banale (mi lasci passare il termine, anche se non ci può mai essere una storia banale dietro una morte), credo che sapremo la verità e allora in questo senso Domizio, il papà di Denis avrà avuto torto… Ma se l’omicidio di Denis Bergamini rimanda ad altri poteri e ad intrecci perversi, non verrà fuori niente”. Non resta che aspettare. Purtroppo senza il grande Oliviero Beha.