Omicidio Portoraro, le indagini portano agli zingari e alla lotta per gli appalti

La Piana di Sibari, dal punto di vista dell’egemonia criminale, è stata contesa da due gruppi ben delineati, entrambi con sede nel Cassanese e che erano quelli di Leonardo Portoraro, ucciso ieri in un agguato a Villapiana, e quello di Celestino Abbruzzese meglio conosciuto come clan degli zingari.

Il clan Portoraro nasce sul finire degli anni ’80 e basa il proprio agire criminale su quelle “regole” non scritte che governano la ‘ndrangheta tradizionale, mentre il clan degli zingari sfugge a qualsiasi “regola criminale”, perché ha un codice abbastanza personalizzato. Ciò è dovuto al fatto che i “rom” dal 2000 stanno tentando la scalata al potere, un tempo, quindi, relativamente breve, se si considera, invece, la presenza ultratrentennale del gruppo antagonista.

La “logica” dei rom era ed è quella di raggiungere il potere nella Sibaritide in tempi brevi, ma per fare ciò, sanno bene che devono dar vita ad una stagione di sangue, anche colpendo chi, tradizionalmente, non sarebbe stato mai toccato: per esempio il giovane Carmine Pepe, che a soli 17 anni è stato falciato dal fuoco di killer spietati. L’azione criminale dei “rom” è efferata, ricca di agguati portati a segno o falliti, che si consuma in poco tempo, perché nella loro logica il tempo sta dalla parte del gruppo storico.

Ma, inevitabilmente, questa sete di potere li ha indotti a commettere degli errori, e sono stati questi errori a consentire agli inquirenti di poter raccogliere nel tempo tutti quegli elementi che hanno portato, di fatto, alla decapitazione dell’organizzazione. Infatti tra l’operazione “Lauro” del 24 giugno 2003 e “Lauro bis” di qualche anno dopo, il gruppo degli zingari è stato decapitato. Ma la loro forza, oggi come in altre circostanza, è stata quella di riorganizzarsi e di rimettersi in piedi, fino al punto di “eliminare” il clan rivale.

Lo sterminio dei Portoraro sembrava necessario già per la conquista dei lavori pubblici in corso nella parte settentrionale della Calabria (estate 1999, faida della Sibaritide). Francesco Abbruzzese alias “Dentuzzu” è infatti imputato degli omicidi di Atene Giovanni Battista, Romeo Giuseppe, Forastefano Antonio (costoro, oltre che ai Portoraro, erano legati anche al gruppo emergente dei Bruni “Bella Bella” di Cosenza) e di concorso nel tentato omicidio di Esposito Antonello, verso il quale provava un motivo di risentimento in più dato che s’era legato alla moglie.

Nicola Acri – detto “occhi di ghiaccio” e celebre perché sparava con due pistole – e Cosimo Scaglione inteso “Alfonso” spararono all’Esposito a colpi di 38 e mitraglietta Skorpio e quello si salvò lo stesso, finendo in carrozzella. Abbruzzese e Acri furono entrambi condannati all’ergastolo in primo e in secondo grado (sentenza di appello del 13 giugno 2013).

I giudici, però, non li hanno condannati per l’omicidio di Giuseppe Cristaldi (boss dei Portoraro), e del suo autista Biagio Nucerito, ammazzati a mitragliate il 6 gennaio 1999 e la Cassazione ha recentemente annullato la condanna all’ergastolo del 2014.

Un direttore dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria lo ha accusato “Dentuzzu” di aver riscosso tangenti del 3 per cento dalle imprese appaltatrici a cui avrebbe anche imposto le sue ditte per i subappalti e i fornitori dei conglomerati cementizi e bituminosi. Queste ditte praticavano palesemente prezzi superiori a quelli della concorrenza. Nella suddivisione dei lavori tra le cosche, ad Abbruzzese sarebbe andato il tratto Cassano allo Jonio-Piana di Sibari.

Oggi è molto probabile che i successori di “Dentuzzu” si stiano preparando alla grande massa di lavori pubblici che arriverà nella Sibaritide grazie al 3° Megalotto della statale 106 e l’eliminazione di Portoraro potrebbe essere “figlia” di questo nuovo scontro per gli appalti per il quale gli zingari – come sempre – sono entrati in conflitto con i Forastefano-Portoraro-Faillace. Leonardo Portoraro, tornato libero da qualche anno, probabilmente si stava riorganizzando per dare filo da torcere agli zingari. Da qui la decisione di “farlo fuori”.