Omicidio Taranto, resta ancora da capire il movente

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Su richiesta della procura della Repubblica di Cosenza, Domenico Mignolo, 28enne cosentino, contiguo alla potente cosca di ‘ndrangheta “Rango-Zingari”, è stato imputato di omicidio efferato avvenuto lo scorso 26 marzo (domenica delle Palme), a danno di Antonio Taranto, 26enne cosentino; sparando un colpo dal balcone della propria abitazione.

E’ quanto dichiarato questa mattina nel corso della conferenza stampa nel comando provinciale dei carabinieri di Cosenza. Un’attività investigativa svolta con i tradizionali strumenti: ispezioni sul luogo del delitto, acquisizioni delle testimonianze, attività intercettive…

Elementi decisivi che hanno portato alla cattura di Domenico Mignolo, già imputato di associazione mafiosa cautelare ed estorsione mafiosa in esecuzione.

L’arresto è avvenuto grazie, anche, alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, rese in un momento successivo quando già – a detta degli investigatori – il piano probatorio era chiaro.

All’origine di tutto una lite scoppiata all’interno di una discoteca di Rende, la notte prima dell’omicidio, ma il movente preciso resta ancora da chiarire. Così come hanno dichiarato i vertice della procura della Repubblica di Cosenza, il procuratore capo Dario Granieri e il procuratore aggiunto, Marisa Manzini.

Emerge una forte acredine del Mignolo nei confronti dei suoi sodali, presumibilmente per il fatto che non venisse retribuito. Ma ciò che interessa è che c’era la volontà di uccidere. Ha sparato e non ha tentato di nascondere il suo gesto, vantandosene in altri sede, come è emerso dalle intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori.

Dall’omicidio Messinetti erano partite una serie di indagini condotte dal reparto operativo dei carabinieri di Cosenza, coordinate dalla procura di Cosenza e proseguite in stretta sinergia con quella di Catanzaro.

Antonio-Taranto

Probabilmente il bersaglio era un altro – ha evidenziato Antonio Bruno Tridicola discussione violenta in discoteca l’aveva avuta con un altro soggetto, ma emergeva la rabbia nei confronti dell’intero gruppo e anche con Taranto c’erano forti dissapori. E dopo la lite, secondo le intercettazioni dei parenti, la furia del Mignolo non si placava a voler dire non finisce qui”.

Le testimonianze dei parenti, dunque, sono risultate molto importanti per gli investigatori, poi ulteriore conferma i due bossoli di revolver calibro 38/357 magnum ritrovati nell’abitazione del Mignolo, dalla quale ha sparato.

E’ possibile – hanno concluso gli investigatori – che vi sia stato un inceppamento dell’arma, che non è stata ritrovata; ma il lavoro è stato completato anche sotto il profilo tecnico. Inizialmente erano sorti problemi in quanto la vittima presentava un foro d’uscita incompatibile con la traiettoria del balcone. In realtà il consulente ha effettuato una ricostruzione dettagliata: la traiettoria ingresso-uscita era invertita perché la vittima aveva provato ad abbassarsi.

Restano comunque tanti punti interrogativi, la stessa Manzini ha spiegato che almeno al momento non è possibile dichiarare che Taranto sia stato ucciso per ‘errore’ e che le indagini sono ancora in corso.

Infatti si prosegue con gli esami, che speriamo ci facciano capire fin in fondo la dinamica precisa dell’omicidio, il perché ad esempio il cadavere di Taranto sia stato ritrovato tra il piano rialzato e il primo piano dove abita Leonardo Bevilacqua (iscritto inizialmente anche lui nel registro degli indagati) e non per strada; le tracce di sangue rinvenute nell’appartamento di quest’ultimo; la segnalazione anonima che può indurre a pensare che vi erano altri testimoni e altri quesiti irrisolti.

Tante cose sulle quali ci auguriamo si faccia definitivamente luce per capire una volta per tutte cosa è accaduto veramente all’alba quella domenica delle palme quando Antonio Taranto perse la vita.

V.M.