“Operazione Apocalisse”, cadono le aggravanti mafiose

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Lo abbiamo sostenuto sin dal primo momento che l’operazione “antimafia” denominata “Apocalisse”, era ed è tutto tranne che una operazione antimafia. Perché manca il presupposto principale cioè: i mafiosi.

Mi spiego: a leggere qualche atto, a parlare con qualche avvocato, a vedere le persone coinvolte, il quadro o il caso, a nostro modesto avviso, che non siamo Sherlock Holmes ma che conosciamo come le nostre sacchette questa città, da subito si è presentato come la più classica combriccola di guagliuni “impegnata” negli intramontabili giri di fumo, o di piollo se preferite, che da secoli si svolgono nella nostra città.

Combriccole come ce ne sono tante a Cosenza. Ripetiamo: quello delle droghe leggere a Cosenza, e non solo, rimane un “bisiniss” di primo ordine, tant’è la gente che ne fa uso. Se volessi cantarmela, io che sono un consumatore di sole droghe leggere, potrei indicarvi centinaia di queste comitive. Ma voglio rassicurare tutti che non me la canterò mai.  Giusto per dire che in tantissimi a Cosenza maneggiano piollo.

Lo so che qui, purtroppo, è ancora un reato. Ed è giusto perseguire chi infrange la legge, ma il problema va anche ricondotto sui giusti binari. Non fosse altro per non “confondere” le vittime con i carnefici. Infatti il problema rimane legato all’assurdo proibizionismo che vige solo in Italia.

Perché evidentemente c’è qualcuno che oltre alla mafia ci lucra. Faccendieri di ogni sorta che in accordo col potere politico, si adoperano affinché, in termini legislativi nulla cambi. Perché è con la droga che molti di loro fanno affari, anche lo stato. E gli conviene tenerla illegale.

Basta guardare l’enorme “bisiniss” che c’è dietro le famigerate comunità di recupero per “tossicodipendenti”, per dirne una. La quasi totalità gestita dal clero, che acchiappa centinaia di milioni di euro per “recuperare” anche chi si fa le canne. Con risultati francamente deludenti. Oltre il 70% dei “ricoverati”, una volta fuori, ritorna a far uso di droghe pesanti. Questa è la verità.

Nel 2015, sentire ancora di gente arrestata perché si fa gli spinelli e cede qualche grammata agli amici, mi pare assurdo. Mentre nel resto del mondo succede esattamente il contrario, vedi gli Stati Uniti d’America, che non solo hanno legalizzato le droghe leggere, ma ne hanno fatto una occasione di guadagno per migliaia di produttori, che usciti dall’illegalità, sono diventati tra i primi contribuenti di molti stati americani.

Di mafioso in questa operazione non c’è niente, se non un cognome pesante come quello di Marco Perna, sul quale è facile scaricare di tutto.

Perché, a dispetto delle accuse, di sostanza in questa operazione non ne è stata trovata. E mi pare che nulla hanno a che vedere, o almeno dovrà essere ampiamente provato, con il famoso ritrovamento della quintalata di fumo, avvenuta nel mese di gennaio di questo anno in quel di Serra Spiga.

Per capirci: mafioso è colui il quale si adopera a far entrare in Italia quintali di fumo, non chi smazza qualche etto tra gli amici. Infatti, oggi, i giornali di regime, nel riportare le determinazioni del Gip, che conferma i 19 decreti di fermo, e ai quali ne aggiunge altri 4, dimenticano di dire però che l’aggravante dell’articolo 7 (aggravante mafiosa) non è stata confermata. Non è stata ritenuta sussistente. Inoltre molti degli indagati sono ai domiciliari. Una misura che non si concede certo a mafiosi incalliti.

Era chiaro da subito, almeno per noi, che in questa operazione la mafia non c’entra. Basta leggere un po’ di intercettazioni tra gli indagati per capire quello che noi sosteniamo: mi puarti 5 grammi – ma cedi na 50 – cum’è su piollu – e via dicendo. Il classico giro tra guagliuni di piollo. Niente di più.

Se poi qualcuno degli investigatori crede che il fumo si compra dalle Orsoline, beh, questa è un’altra questione. E’ ovvio che, in tutto questo, ci sta qualche interlocuzione con taluni malandrini. Sono loro che detengono il monopolio. Ed è con loro che bisogna parlare per l’acquisto. Che non significa essere organici a qualche cosca.

Inoltre, a leggere la fedina penale di quello che è ritenuto il capo della banda, Marco Perna, al di là del cognome, non risulta niente a suo carico, se non procedimenti datati, e finiti con sonore assoluzioni. Che valgono anche per lui. Se la legge è uguale per tutti.

All’accusa rimane, oggi, in mano solo l’articolo 74 (associazione finalizzata allo spaccio). Accusa anche questa che quanto prima sarà smontata. Perché non c’è nulla che possa assimilare gli indagati in una vera e propria associazione di spaccio, visto il via vai di acquirenti e consumatori, che entrano ed escono dal “giro” alla velocità della luce, e che spesso sono le stesse persone.

Non esiste un “nucleo” organico e costante. Sempre che non si voglia forzare la mano sul cognome pesante. Noi non abbiamo nessun interesse particolare a difendere questi indagati.

Come la pensiamo sul malaffare, la corruzione e la malavita, lo abbiamo scritto centinaia di volte: la mafia è una montagna di merda. E mai ci siamo tirati indietro nella denuncia. Ma questa storia ci pare una evidente forzatura della DDA di Catanzaro che arranca nelle inchieste più complicate e difficili.

Non solo per la presenza in molte inchieste di noti criminali assassini, ma anche per la presenza di molti politici collusi con la vera malavita della nostra città. E allora si getta un po’ di fumo (ed è il caso di dirlo) negli occhi del cittadino, facendo passare per mafia quello che mafia non è.

Così il cittadino sta più tranquillo, rispetto alle aspettative che si sono create in queste ultimi mesi, e le altre inoperosità delle procura passano in “cavalleria”. Questa è la ragione perché diamo oggi a Marco Perna, e agli altri, quello che è di Marco Perna. Com’è nostro costume.

GdD