Per (De)Grazia ricevuta (di Francesco Cirillo)

Advertising

A 21 anni da quel 13 dicembre del 1995 cosa resta del ricordo di Natale De Grazia, eroe sconosciuto della nostra terra. Non un convegno, né una trasmissione televisiva, nessuna prima pagina. L’ultimo atto riguardo a De Grazia risale al 2013 quando l’on. Gaetano Pecorella, presidente della “Commissione  parlamentare d’inchiesta sui rifiuti” nelle conclusioni della relazione approvata dalla sua commissione sulla morte del capitano Natale De Grazia parlarono chiaramente di “cause tossiche”.

E’ scritto nella relazione che De Grazia, come scrissero nell’autopsia fatta il giorno dopo il suo misterioso decesso, non morì per “cause naturali” ma per avvelenamento, insomma De Grazia venne assassinato. Ricordiamo che il capitano De Grazia morì dopo aver mangiato in un ristorante nei pressi di Nocera Inferiore il 13 dicembre del 1995, all’età di 39 anni , lasciando la moglie e due figli piccoli.

 ultimo giorno della nave Rigel
ultimo giorno della nave Rigel

De Grazia era diretto a La Spezia per interrogare alcuni testimoni, nell’ambito dell’inchiesta del Procuratore Francesco Neri di Reggio Calabria  sulle navi dei veleni.  La pista che De Grazia seguiva era quella partita dall’affondamento della nave Rigel, davanti capo Spartivento, ed investigava in generale tutte le navi sparite nei mari della Calabria dagli anni 80 in poi.

De Grazia quel giorno non doveva andare a La Spezia ma a Crotone, per interrogare ed investigare sullo smantellamento della nave Rosso spiaggiata nel 1990 davanti la foce del fiume Oliva nei pressi di Campora San Giovanni. Poi nella notte il cambiamento di destinazione.

Un altro militare andò a Crotone e lui scelse per La Spezia. Poi la morte improvvisa. A La Spezia sarebbe dovuto andare il maresciallo Scimone che faceva parte della squadra di De Grazia. Scimone in un’audizione davanti all’on. Pecorella rivela cose interessanti che alla luce di quanto scoperto oggi sono inquietanti. De Grazia quella mattina del 12 dicembre del 1995 doveva  recarsi a Crotone per interrogare il signor Cannavale, colui che smantellò sulla spiaggia di Formiciche, a Campora San Giovanni,  la Motonave Rosso. manifestazione_comitato_civico

Ricordiamo, a proposito della Motonave  Rosso, che il Pm Fiordalisi, allora titolare dell’inchiesta aperta dopo lo spiaggiamento,  dopo solo quattro mesi dallo spiaggiamento della motonave,  avvenuto il 14 dicembre del 1990, e dopo una frettolosa archiviazione dell’indagine aperta, diede ordine di smantellare la nave, pressato dalla società Messina che prima aveva chiamato una ditta olandese,  specializzata in recuperi di materiale radioattivi, la Smith- Tack e poi, dopo averla  liquidata con un assegno di 800 milioni di vecchie lire, chiama questa ditta da Crotone.

Il maresciallo Scimone, invece, sarebbe dovuto andare a La Spezia presso la dogana per ritirare dei documenti sugli imbarchi su alcune navi sospette. La sera prima si decide di fare l’inverso. Il capitano De Grazia la notte muore. Il suo corpo viene portato all’obitorio di Nocera Inferiore. E da qui la sera successiva a Reggio Calabria. Il maresciallo Scimone apprende la notizia della morte del suo collega di indagine a Crotone. Lui stesso dice che continuò il lavoro che stava facendo. Poi se ne ritorna a Reggio e guarda caso intercetta, sull’autostrada, il carro funebre proveniente da Nocera con il corpo di De Grazia. Si mette quindi a seguirlo fino all’obitorio di Reggio Calabria dove assiste all’autopsia. qw1

Il Presidente Pecorella chiede se quella era la prima autopsia sul corpo di De Grazia. E lui prima fa capire di si, poi chiarisce che mentre stavano per cominciare a spogliare il corpo, si è sentito male ed è uscito fuori. Quando si è ripreso è rientrato e il corpo era già aperto. Quindi non può dire se sul corpo di De Grazia ci fossero cuciture di una precedente autopsia.

Ma il colpo di scena  arriva quando dice che a fare l’autopsia fu il dott. Aldo Barbaro e non la dott. ssa Simona Del Vecchio. Si è sempre detto che sul cadavere siano state fatte due autopsie, entrambe dalla stessa dottoressa Del Vecchio. Ora  spunta il nome di un altro medico!

Ma parlando dell’attività di De Grazia, il maresciallo Scimone ne traccia un quadro davvero esaltante. De Grazia era una persona che davvero credeva nel lavoro che faceva. Era un segugio ed aveva in mano elementi importanti per tracciare un quadro completo sul traffico delle navi. Scimone è certo della presenza di navi affondate attorno alle coste calabresi.

Ci sono prove certe di due navi sulle quali ha lavorato  prima da solo e poi con De Grazia. Parla della Nave RIGEL affondata il 21 settembre del  1987 a 20 miglia da Capo Spartivento con un carico di 3000 tonnellate di rifiuti vari, e parla della nave Korabi che ha disperso il proprio carico nella fossa davanti Badolato nel 1995.

Sulla Korabi, Scimone fa una descrizione precisa su tutta l’inchiesta fatta. Scimone racconta che la nave da Durazzo era diretta a Palermo dove doveva scaricare granulato di ferro. Qui nel porto di Palermo le autorità portuali  fanno un’ispezione e scoprono un alto livello di radioattività per cui non autorizzano la nave a scaricare.

La nave esce dal porto di Palermo e  si dirige verso Messina, impiegando tre giorni. Giunta di fronte la costa di Pentimele si ferma. Questa volta è la Guardia di Finanza a salire sulla nave e verificare che il livello di radioattività è ritornato normale. Due sono le cose: o il carico radioattivo è stato eliminato in mare, si pensa davanti Badolato, o qualche strumentazione a Palermo non ha funzionato. Nell’ispezione sulla nave la Guardia di Finanza scopre un fuoribordo non registrato e a seguito di un piccola inchiesta di De Grazia si scopre che è stato rubato per cui il capitano della nave viene arrestato. korabi

Ecco perchè dopo la morte del capitano De Grazia si mettono in moto una serie di depistaggi e carte false per far risultare una morte naturale. Non ci voleva la fata turchina per capire che molte cose non quadravano nell’intera vicenda, e bastavano pochi mesi d’indagine seria per trovare il bandolo della matassa. Ed invece ecco che tutto si mette a concorrere per buttare ogni cosa nell’oblio e nel non far capire niente, sicuramente agevolati dai servizi segreti e da altri manipolatori occulti, che si sono messi all’opera per sconvolgere le due autopsie, sminuire il suo lavoro d’indagine, smantellare il pool del procuratore Neri che indagava sulle navi dei veleni, confondere le acque e mettere tutto a tacere.

Bastava approfondire l’autopsia, come più volte richiesto dalla moglie del capitano, per capire che le cose non andavano nel verso giusto. E difatti a proposito dell’autopsia è scritto nella relazione fatta dalla Commissione  che “ una prima autopsia, venne ripetuta dallo stesso medico legale, il quale  parlò genericamente di “insufficienza cardiaca acuta”.

Ma a distanza di tanti anni una nuova perizia, affidata dalla Commissione a Giovanni Arcudi, 67 anni, titolare della cattedra di Medicina legale all’Universita’ romana di Tor Vergata e docente alla Scuola ufficiali dei carabinieri, impone – secondo la relazione – di valutare le risultanze dell’inchiesta precedentemente svolta in una chiave nuova e non poco allarmante”.

“Non e’ compito di questa Commissione – ammettono i relatori, tra cui il Pd Alessando Bratti – pronunciare sentenze ne’ sciogliere nodi di competenza dell’autorita’ giudiziaria, tuttavia non si puo’ non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese”. Perche’ la consulenza del professor Arcudi, “scientificamente inattaccabile”, arriva a una “conclusione inequivoca: escluse le altre cause, per l’assenza di elementi di riconoscimento, la morte e’ conseguenza di una ‘causa tossica’”, sebbene sia impossibile ormai accertare quale e dare corpo, dunque, al sospetto che il capitano possa essere stato avvelenato. Non può che essere stato così. nave_veleni

De Grazia era l’unico incorruttibile. Era l’unico che credeva in quel che faceva. Era l’unico che aveva capito cosa ci fosse dietro tutta la vicenda delle navi dei veleni, sottovalutando un solo aspetto. Quello che potesse essere eliminato. Lo disse a sua moglie, Anna Vespia, qualche giorno prima di partire per il suo ultimo viaggio. Alla moglie preoccupata per il suo stato d’animo e nervosismo rispose stai tranquilla uccidono i giudici non uno come me“. Ed invece era proprio uno come lui che dava fastidio, perché era l’unico, il solo, che non solo aveva capito tutto l’affare che c’era dietro l’affondamento delle navi, ma anche individuato le piste da seguire, interrogando le persone giuste.

De Grazia – ricorda la Commissione  – “stava conducendo indagini su tutte le vicende più oscure riguardanti il traffico illecito di rifiuti pericolosi ed aveva costituito un gruppo di lavoro assai efficiente”, che operava “in profondità sul riciclo illegale dei rifiuti”. E proprio il progressivo smembramento di questo gruppo, “subito prima e subito dopo il decesso” del capitano, se si unisce “alla causa della morte, identificata in un evento tossico, getta una luce inquietante sull’intera vicenda”.

Ciò che risulta – proseguono i relatori – è che il capitano De Grazia ha ingerito gli stessi cibi di chi lo accompagnava nel viaggio (i carabinieri , Maresciallo Nicolò Moschitta ed il carabiniere scelto Rosario Francaviglia, ndr) salvo una fetta di torta; queste almeno sono state le dichiarazioni dei testimoni. Se così , appare difficile ricondurre la tossicita’ ad una causa naturale, anche se non lo si può escludere in forma assoluta“.

La settimana prima di Natale, una conferenza stampa in cui dovevano essere presentati i risultati della nuova perizia allegata alla relazione era stata annullata in extremis, anche perché non era stata avvertita la vedova di De Grazia, Anna Vespia, ma questo era bastato a riaccendere le polemiche. La Commissione ha messo la parola fine ad un lavoro lungo e meticoloso, con un testo che – ha spiegato il presidente Pecorella – sarà “trasmesso ai presidenti delle due Camere e alle autorità interessate”.

I rapporti scritti da Natale De Grazia,  alle procure di Reggio Calabria e Paola, giacciono fra venti enormi faldoni, chiusi in un ufficio del terzo piano del Tribunale di Paola.  Ebbi modo di consultarli e fotocopiarne quasi mille documenti, a seguito di una denuncia per diffamazione che la società Messina, proprietaria della Motonave Rosso, mi aveva intentato a causa di miei articoli. Denuncia che venne archiviata e che comunque mi dette la possibilità di poter consultare per un mese di seguito tutti quei faldoni.

Quei venti faldoni rappresentano l’inchiesta del sostituto procuratore Francesco Greco, ora trasferito nel tribunale di Lagonegro, aperta nel 2005. Un’inchiesta che aveva dato speranza nel poter dipanare la matassa volutamente ingarbugliata, ma che bastava farla ripartire da zero per capirne tutto lo svolgimento. Come aveva fatto De Grazia. Ed invece improvvisamente ecco che lo stesso Pm Greco, nel gennaio 2009, ne chiede l’archiviazione. Confermata a maggio dello stesso anno dal giudice Carpino.

Francesco Cirillo