Piazza Fera/Bilotti: storia di un appalto (mafioso)

Siamo agli sgoccioli della fine della consiliatura Perugini (inizio 2011).

Il Comune di Cosenza ha attraversato un quinquennio che passerà alla storia cittadina come l’amministrazione di pietra. 5 anni di totale immobilismo amministrativo, eccezion fatta per gli intrallazzi del quarto piano gestito dal cardinale Franco Ambrogio con al servizio un Carlo Pecoraro nel pieno delle sue funzioni amministrative.

L’unica cosa che funzionava senza intoppi, e liscia come l’olio, a quei tempi in Comune, erano i soliti affidamenti diretti a ditte amiche e a quelle degli amici degli amici. Anni d’oro quelli per Nicola, Madame Fifì, il Cardinale, Pecoraro. Incassano a dire basta. E tutto sotto il naso di un Perugini che una bella figura da sindaco, con i cittadini, non l’ha fatta. Un Perugini succube e totalmente asservito ai voleri del cardinale Ambrogio. Tant’è che il duo del crimine, Madame Fifì e Nicola, capito che la gente non l’avrebbe mai più votato come sindaco, talmente tanta era la delusione per la sua mancata azione amministrativa, decisero di puntare su altro.

A quei tempi si faceva largo tra le nuove schiere di picciotti cosentini, Mario, la vera mente della famiglia Occhiuto. Mario per via del suo lavoro era uso intrallazzare un po’ con tutti, e con tutti aveva debiti. Dove metteva mano lui, qualunque cosa fosse, alla fine falliva. Il tipo ideale da presentare come sindaco. Anche perché se così non fosse stato, sarebbe stato impossibile per tutti i suoi creditori avere la benché minima speranza di recuperare qualcosa. A questo aggiungi il suo essere figo, il non essere mai stato dentro storie politiche, di essere un architetto di successo, nonostante l’enorme mole di debiti (circa 20 milioni di euro), di essere sponsorizzato anche dalla chiesa, e il gioco è fatto: la perfetta faccia pulita da presentare alla gente. Che dopo l’amministrazione Perugini, va detto, avrebbero votato pure Topolino.

Un sacco di gente rovinata dall’architetto più indebitato del pianeta, capisce che l’unico modo per ripigliarsi è sponsorizzarlo, e i vecchi padrini politici vedono in lui, per via dei suoi debiti, un soggetto ricattabile, quindi propenso a stare al suo posto. Ma non avevano fatto i conti con la superbia e l’arroganza di Mario nonché con la sua voglia di arrivare ai vertici della cupola.

L’ascesa di Mario

A promuoverlo nelle segrete stanze, i Cinghiali e Madame Fifì che con Mario strinsero un patto: spartirsi in maniera equa tutti gli appalti che da lì a poco sarebbero arrivati alla città di Cosenza. A garantire l’arrivo del denaro a Cosenza compa’ Pinuzzu Gentile assessore di Scopelliti, e il Cinghiale al governo (si paventava la sua nomina a sottosegretario). Madame Fifì e Nicola invece garantirono, in cambio della continuazione dei loro intrallazzi al Comune, un bel pacchetto di voti giusto per stare tranquillo allo scoglio del ballottaggio.

Gli affari in arrivo in città sono tanti: piazza Fera (rivisto e “corretto” da Occhiuto) il ponte di Calatrava, il Planetario, chilometri di marciapiedi, e su tutto la metro e l’ospedale. 600 milioni di euro di investimenti. E poi l’Ovovia, il Museo, la cultura, gli affidamenti diretti, le luminarie. Un mare di soldi dove la stazione unica appaltante sarebbe stata il Comune di Cosenza, allineata e in “sintonia” con l’intera filiera istituzionale: Regione e stato. Una congiuntura politica istituzionale perfetta. Un enorme sguabbu assicuratu per tutti, sia per i prestanomi dei Cinghiali che per quelli Occhiuto e Madame Fifì.

Gli accordi prevedono anche la gestione dell’ufficio tecnico un po’ ciascuno. Ad iniziare è Domenico Cucunato nominato da Occhiuto come dirigente esterno ai lavori pubblici altrimenti detto il “firma tutto”. Coadiuvato da un Carminuzzo Potestio, all’epoca, in splendida forma nominato da Occhiuto capogabinetto.

Arrivano le elezioni e come deciso Occhiuto diventa sindaco, è il 29 maggio del 2011. E la macchina ruba soldi pubblici si mette subito in moto.

Ma per restare tranquilli e non avere problemi di sorta servono le adeguate coperture. E il clan Occhiuto/Cinghiale/Madame Fifì, appena insediatosi a palazzo dei Bruzi, non ha problemi a trovare i giusti referenti: il procuratore capo Granieri e tutti gli accoliti, il questore, il prefetto, il comandante dei carabinieri e diversi avvocatoni borderline che facevano da tramite tra malandrini e politici. E via alle regalie con i soldi dei caggi. Spettacoli lautamente pagati al Rendano all’amante del colonnello, bustarelle al questore, privilegi al prefetto, e soprattutto un giro di affidamenti diretti senza capo e né coda al Tribunale di Cosenza.

Cambio di tende negli uffici dei giudici che diventano “somme urgenze”, reti anti piccioni spacciate per emergenza sanitaria (lavoro pagato e mai effettuato), tinteggiatura uffici e cambi di lampadine dati come lavori necessari ed occorrenti. Lavori affidati a ditte amiche, dei giudici in questa fattispecie, come direbbero loro. E poi anche Granieri ha problemi di debiti, come Mario. Qualcuno a lui caro soffre di ludopatia e spende e spande cifre importanti al gioco delle carte. E i debiti di gioco, si sa, sono debiti d’onore, e vanno saldati. Il tutto condito con il solito silenzio della stampa compiacente ripagata con pubblicità fittizia e pubblicità “istituzionale” strapagata.

La cricca è completa. Può partire l’operazione saccheggio

All’inizio della prima consiliatura il clan appena costituitosi, va d’amore e d’accordo. E’ tutto un fiorire di complimenti l’un l’altro e di serate passate all’insegna della sciampagna e dell’ allegria. Assaporano il controllo totale della città. Sono i padroni, nessuno può fermarli. Non hanno nemici capaci di contrastarli. Tutti si prostrano al loro potere. E i pochi sinceri oppositori non hanno vita facile.

Il primo anno di consiliatura è descritto dai protagonisti come il più bello ma allo stesso tempo anche il più faticoso. Cucunato si mise subito al lavoro, cercando di smaltire la fila di creditori che stazionavano davanti la porta del suo ufficio. Firmava a più non posso. Affidamenti diretti per tutti gli amici, i loro ovviamente. Milioni di euro prelevati dalle casse pubbliche e donati ai creditori di Occhiuto. Per lavori mai eseguiti. Gli amici passavano direttamente all’incasso, mai sia il contrario. Mentre Potestio al primo piano riceveva amici e amici degli amici. E poi c’è da istruire la madre di tutti gli appalti: piazza Fera/Bilotti.

Tutti erano felici e contenti, ma è una felicità destinata a durare ancora per poco.

Il potere è come una droga, una volta che lo hai assaggiato non puoi farne più a meno. E deve essere questo quello che è scattato nella testa bacata di Occhiuto che, rincretinito dall’orgia di potere, decise che avrebbe potuto fare anche da solo. E non spartirsi il bottino più con nessuno. Ma serviva un pretesto un motivo per rompere con gli alleati. E gira, vota e riminia il pretesto presto arriva. Occhiuto ha l’occasione di estromettere pretendenti alla torta pesanti, esosi ed invadenti come i Cinghiali che non si accontentano mai. Mentre con Madame Fifì l’accordo per il momento regge.

Siamo al 2012.

1 – Continua

GdD