Pino Faraca, tutta la storia di un cosentino in maglia bianca (di Mario Silvano)

di Mario SILVANO

Poteva essere il Bahamontes italiano. E non solo per una vaga rassomiglianza fisica con lo scalatore iberico, nei tratti del volto e in quei capelli neri come la liquirizia della sua terra.
Ma anche perchè Giuseppe Faraca in salita andava forte.
Lo aveva dimostrato sin da dilettante, ma è soprattutto per quella maglia bianca conquistata al Giro d’Italia del 1981 che è rimasto nella memoria di tanti.
Una delle più belle rivelazioni di quella lontana edizione della Corsa Rosa, con un futuro assicurato da protagonista nelle corse a tappe: poteva essere l’inizio di un bel sogno e quella maglia bianca avrebbe potuto- un giorno- cambiare colore.
Talvolta, nella vita, i sogni muoiono all’alba e per Faraca, purtroppo, il sogno di una brillante carriera ciclistica è durato lo spazio di un mattino. Un tempo breve, dunque, ma più che sufficiente per fargli conquistare un posto nella storia del ciclismo e, cosa che più conta, nel cuore degli appassionati.

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… E’ l’occasione di una chiacchierata con un campione che dal ciclismo ha ricevuto meno di quanto abbia dato. I più giovani potrebbero chiedere: perché proprio Faraca e non Roberto Sgambelluri o Michele Coppolillo, solo per citare due corridori calabresi di epoca più recente?
Perchè Pino Faraca, cosentino, ha una bella storia da raccontare .
Perchè siamo quasi coetanei e quel giorno di luglio lo aspettavo sulla Bocchetta per applaudirlo.
Perchè ha fatto un esordio col botto nel ciclismo che conta, dopo una carriera di tutto rispetto tra i dilettanti, con poco meno di cento vittorie all’attivo.
E che vittorie: tra le tante, il Giro della Campania a tappe e soprattutto, quella Bologna- Raticosa -la prestigiosa cronoscalata che aveva visto trionfare campioni quali Bartali, Massignan, Baronchelli- percorsa a tempo di record: un primato che è rimasto imbattuto per tanti anni, a dimostrazione del valore assoluto della prestazione.

Passa al professionismo con la Hoonved- Bottecchia di Dino Zandegù: Mario Beccia è il capitano, ma Pino non è il tipo da sovvertire le gerarchie. 
“Non ho trovato particolari difficoltà nel passaggio al professionismo” ricorda. “E’ pur vero che quello era un ciclismo molto controllato, con ruoli ben definiti, e non era facile mettersi in luce. Un neoprofessionista, infatti, veniva tenuto d’occhio dai clan che contavano. Ma quando arrivavano le salite, saltavano le strategie: se andavi forte, non c’era verso che potessero controllarti”.

faraE Faraca in salita andava forte. Nella quarta tappa, quella che arriva a Recanati, è con il gruppo dei migliori. Guidone Bontempi, che indossa la maglia bianca, arriva in ritardo e il ragazzo di Cosenza conquista il simbolo del primato nella categoria dei giovani. 
“Quando sono partito per l’avventura del Giro”, confessa Pino a distanza di tanti anni “ neppure sapevo cosa fosse la maglia bianca!” La indossa solo due giorni per poi cederla , nella tappa di Rodi Garganico, al suo compagno di squadra Aliverti.

Ma è un interregno che dura pochi giorni perché, nella tappa di Cascia, Giuseppe la riconquista 
“ Era la tappa del Terminillo, nella quale lo squadrone della Bianchi Piaggio lanciò il suo attacco. Io cercai di resistere al ritmo impresso da Prim, Contini e Baronchelli, poi fui costretto a cedere. Restai con Saronni, che era maglia rosa, e arrivai con un minuto di ritardo dal Tista, che si aggiudicò il successo.”
La terrà fino in fondo, quella maglia, e all’Arena di Verona, nel giorno del trionfo di Battaglin, c’è gloria anche per il ragazzo calabrese.

faracaE ‘ stata una delle più belle sorprese del Giro, insieme a Moreno Argentin e Benedetto Patellaro (“era mio compagno di squadra da dilettante”, ricorda) e i critici sono concordi: Faraca è il miglior giovane scalatore italiano. Con un po’ più di coraggio e meno sfortuna (la caduta nella tappa di Borno, ad esempio) poteva anche fare meglio, ma l’undicesimo posto finale in classifica generale è un risultato che deve essere visto in modo positivo. Arriva davanti a Beccia, il suo capitano, e Dino Zandegù è giustamente orgoglioso.

Poi, quando la carriera sembra proiettata verso traguardi ancora più prestigiosi, tutto si spezza al Giro dell’Appennino, in una domenica assolata di fine luglio. 
Non ne parla volentieri, Pino, e lo si comprende. 
“Di quel Giro dell’Appennino non ricordo praticamente nulla, è come se l’avessi cancellato dalla memoria. Ricordo solo mia madre, quando mi risvegliai dal coma”.
Un sonno durato una settimana a causa di un trauma cranico: una caduta al rifornimento di Gavi che fa temere il peggio.
Svaniscono anche i sogni di una maglia azzurra: Alfredo Martini, uno che di ciclismo se ne intende, aveva annotato il nome di Pino sul suo taccuino e c’era anche lui, quel giorno, ad aspettarlo sulla Bocchetta.
Perché Faraca andava forte, in salita, ma quel giorno non riuscì a dimostrarlo.
Non è facile recuperare, dopo una simile esperienza, ma Pino ci prova, con coraggio e determinazione: si presenta alla partenza del Giro dell’82, ma stavolta non avrà fortuna, così come l’anno successivo.
“Quando mi stavo riprendendo ho avuto altri incidenti, altre disavventure, che non mi hanno consentito di ritornare ai livelli dell’81.”

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La carriera ciclistica dello scalatore cosentino si chiude nell’86 , ma se ne apre un’altra per Giuseppe Faraca: questa sì duratura e ricca di soddisfazioni e riconoscimenti. 
“Sin da piccolo ho sempre avuto la passione per il disegno: è un dono di natura che ho sempre posseduto. Mi sono diplomato al Liceo Artistico e già dipingevo quando facevo il corridore”.
Carriera prestigiosa, quella del Maestro Faraca, artista di fama: ha uno studio e una galleria d’arte nel centro storico di Cosenza e le sue tele sono ben conosciute dagli intenditori
Sono figure stilizzate gli splendidi nudi femminili, e ci sono i colori della sua terra in tanti soggetti.
E c’è il mondo nel ciclismo, rappresentato con richiami al Futurismo. Quei corridori raffigurati in fuga, in volata, in salita o in discesa regalano emozioni, come quel quadro sul Giro d’Italia, che ogni appassionato vorrebbe avere in casa.

Gli chiedo come mai la sua regione abbia dato così pochi corridori al professionismo. 
“Ci sono molti cicloamatori in Calabria, ma il ciclismo non decolla E’ storia vecchia: servono molti soldi, le trasferte costano. Io stesso, da dilettante, ho corso in una squadra del Nord, la Passerini. La mancanza di industrie locali e di sponsor che si gettino in quest’impresa non favorisce certamente lo sviluppo del ciclismo a un certo livello”.

Ma un’ ultima cosa gliela voglio chiedere, ora che abbiamo rotto il ghiaccio. 
Scusa Pino, ma tu che musica sentivi, in quei primi anni 80? 

“Quando correvo” dice “ascoltavo soprattutto musica italiana: Tozzi, Baglioni e, in genere, i cantautori che andavano per la maggiore in quel periodo”.
Avevo visto giusto: in quella primavera dell’81, quando scendeva dalla bici, era proprio un ragazzo come me, Pino Faraca.
Poi, in quei mille mattini freschi di bicicletta (lo ricordi, Baglioni?) stringeva i fermapiedi e partiva per un’altra tappa, e lo aspettavano il Furcia e le Tre Cime di Lavaredo.

Che non lo spaventavano – sia chiaro- perché Giuseppe Faraca andava forte, in salita.