Ponte di Celico, i piloni del viadotto vicini ad un’area a rischio frane

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Il viadotto di Celico sul Torrente Cannavino è finalmente diventato argomento di interesse nazionale. Dopo anni di inutili richieste, la rinnovata campagna di sensibilizzazione pubblica sul problema ha prodotto come risultato la possibilità per chiunque di leggere le relazioni tecniche del 2012 e del 2016, entrambe eseguite da un esperto del Politecnico di Bari.

La conclusione della relazione tecnica del 2016 è che il viadotto è sicuro.

In particolare, nel comunicato stampa si legge che «Anas ribadisce che dagli esiti delle verifiche tecniche condotte, si è dimostrato che […] <gli avvallamenti della pavimentazione stradale erano riconducibili ad effetti indotti dalla viscosità del calcestruzzo e che l’opera risulta conforme non solo alla normativa vigente all’epoca della costruzione, ma anche alla recente normativa del 14/1/2008 per la parte applicabile (che prende a riferimento sollecitazioni più gravose rispetto a quelle della precedente normativa).»

Tuttavia, nella relazione tecnica si sottolinea la necessità di un monitoraggio continuo nel tempo, almeno semestrale, per verificare futuri comportamenti anomali della struttura. Inoltre, vengono proposti alcuni interventi. In particolare, si suggerisce (1) di ridurre «lo spessore della pavimentazione stradale dove è possibile» per risagomarne il dislivello, (2) la «sostituzione dei giunti esistenti» in modo tale da «in parte attutire il passaggio dei carichi», e (3) «sostituzione dei guardrail esistenti» e della «rete di protezione».

ponte-cannavino-celico-03Come si vede, si tratta di interventi minimali, volti a «ridurre le variazioni brusche di pendenza» e, quindi, a migliorare la sicurezza di chi guida, ma non la sicurezza del viadotto. Infatti, nulla si dice riguardo a possibili interventi più strutturali sull’infrastruttura, sebbene – nella stessa relazione – si affermi pure che:

«Dalle considerazioni svolte si deduce che gli effetti che hanno prodotto le anomalie riscontrate nelle livellette sono dovute solo in parte ai fenomeni deformativi riscontrati. Essi sono da addebitare ad almeno due concause: – Errori in fase di costruzione; – Deformazioni viscose accentuate essendo la struttura molto sensibile alle deformazioni lente che si sviluppano nel tempo. Infine la presenza di giunti trasversali “datati” peggiora la situazione di esercizio del’opera».

Come dire, le variazioni di pendenza riscontrate sono dovute a “cedimenti nel tempo” e a generale vetustà dell’opera. Tuttavia – si legge – concorrono “almeno” altre due cause, ovvero “errori di progettazione” (quali, ?!) e “deformazioni lente” (quali, ?!). Nella relazione tecnica si parla più volte di “errori progettuali” ma sempre in maniera generica. Di che errori si tratta e quanto gravi sono a giudizio dell’esperto? Si tratta di errori in grado di compromettere la stabilità dell’opera?

ponte-cannavino-celico-04Nella relazione tecnica, l’esperto parla a più riprese di “anomalie”. Per esempio, si legge che «nella sezione 34 nel periodo 2007-2012 si è riscontrato un cedimento di 12 cm e nei quattro anni successivi 2012-2016 si è misurato invece un innalzamento di 6 cm. […] nelle sezz. 16-17-18 si è riscontrato nel primo periodo un innalzamento delle sezioni praticamente simile agli abbassamenti del secondo periodo. Anche questo è un risultato anomalo» Circostanze che lo stesso autore definisce “anomale”. Come, dunque, interpretare tali anomalie?

Forse, per trovare le risposte, piuttosto che guardare al viadotto, occorrerebbe guardare ai luoghi circostanti. Si scoprirebbe così che i piloni del viadotto lambiscono un’area già censita come “frana complessa” a “pericolosità elevata” (P3). Questo significa che il movimento franoso deriva dalla combinazione spaziale e temporale di due o più tipi di movimento (crollo, ribaltamento, scivolamento, espansione, colamento).

Questo tipo di frane hanno tra i più comuni «fattori predisponenti o innescanti»,  il dissesto idrogeologico, la mancata canalizzazione delle acque, il disboscamento che mette a rischio la tenuta dei versanti, l’attività sismica o, perfino, l’attività antropica (tra cui la cementificazione dei suoli e il sovraccarico dei versanti). Tutti elementi che andrebbero studiati in dettaglio, ma che stranamente non sono citati in alcun modo nella relazione tecnica.

Tratto da Hey!Now

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