Ponte di Celico, ricordare per prevenire. La tragedia del 1972

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Ancora in questi giorni il Ponte di Celico è ritornato prepotentemente alla ribalta per la sua pericolosità. A tutti è venuto quasi istintivo pensarci dopo aver visto il crollo del cavalcavia nel Lecchese. E sono stati proprio i nostri lettori, spontaneamente a “ripostare” su FB a qualche mese di distanza questa testimonianza.

La storia di questo viadotto è vecchia e per certi versi anche drammatica.

Pochi hanno ricordato quanto è accaduto proprio sul Ponte di Celico nel lontano 1972. Bene ha fatto Leonardo Granata a rievocare ormai qualche mese fa sul suo profilo FB la tragedia che si consumò allora, quando il viadotto crollò portandosi appresso due operai.

Non pubblichiamo questo articolo per alimentare allarmi ma solo perché una delle molle che ci spinge a fare questo mestiere è un concetto-base: una città senza memoria è una città senza futuro. E certe cose non si possono dimenticare.

Questo articolo è stato scritto da Oloferne Carpino per L’Unità e fa venire ancora adesso i brividi. Carpino sarebbe poi passato alla Rai, dove ha lavorato per tanti anni, nella sede regionale. 

Oloferne Carpino
Oloferne Carpino

Cosenza, 29 agosto 1972

di OLOFERNE CARPINO 

Due operai sono morti sfracellandosi al suolo dopo un volo di 120 metri  di altezza nel tragico crollo del viadotto “Cannavino”, una delle opere più imponenti della costruenda superstrada che, attraverso l’altipiano silano, congiunge Cosenza con San Giovanni in Fiore e Crotone.

La sciagura è avvenuta poco dopo mezzogiorno alla periferia del comune di Celico, a circa dodici chilometri da Cosenza.

Le vittime sono gli operai Vittorio Bevilacqua, di 33 anni e Angelo Gabriele, di 50 anni. Un terzo operaio, Francesco Scarpelli, di 35 anni, che al momento del crollo si trovava insieme agli altri due, è riuscito a salvarsi aggrappandosi ad una grata di ferro.

I lavori del viadotto sono stati affidati alla impresa Genghini di Roma, che però ha subappaltato la costruzione ad una impresa specializzata: la “Mandelli” di Milano. Erano diversi mesi che squadre di operai lavoravano intensamente alla costruzione del “Cannavino”, lungo 400 metri, che “vola” tra una collina e l’altra, sostenuto da cinque colossali piloni in cemento armato che raggiungono l’altezza massima di 129 metri.

Proprio in questi giorni l’opera, che era stata iniziata da entrambi i lati delle colline, poste una di fronte all’altra, stava per essere ultimata e le due parti stavano per essere congiunte al centro.

tragedyQuesta mattina una squadra di cinque operai e un assistente stava operando il congiungimento quando all’improvviso, verso le 12 e un quarto, si è verificata la tragedia.

Il terreno dove iniziava una delle parti del viadotto ad un tratto ha ceduto sprofondando letteralmente sotto il peso di centinaia di tonnellate di cemento. Il contraccolpo del movimento franoso è stato tremendo: una intera metà del viadotto si è dapprima sollevata in aria (uno dei cinque piloni ha fatto da bilanciere) e poi è crollata a pezzi sulla sottostante strada statale 107 Silana-Crotonese e sul greto dell’omonimo torrente.

Insieme a centinaia di tonnellate di detriti purtroppo sono piombati al suolo anche gli operai Vittorio Bevilacqua e Angelo Gabriele, deceduti sul colpo, mentre l’altro operaio che si trovava insieme ai due sventurati si è salvato.

Altri due operai che formavano la squadra e l’assistente, al momento del crollo si trovavano sull’altra metà del viadotto che è rimasto illeso. Sono così scampati ad una morte orrenda ma sono stati testimoni muti e impotenti della terrificante sciagura. Per fortuna, durante gli attimi del crollo nella sottostante strada statale non transitava alcuna auto, altrimenti il bilancio della tragedia sarebbe stato ben più pesante.

Subito dopo il crollo, i tecnici e i dirigenti delle imprese appaltatrici si sono resi irreperibili. Ciò è una conferma che esistono responsabilità gravi e ben precise a carico di progettisti e costruttori. Anche un profano, infatti, recandosi sul luogo del crollo, intuisce immediatamente che è stata una autentica follia costruire un viadotto di quella mole su di un terreno franoso.

Sono stati fatti i rilievi geologici sul terreno prima di iniziare i lavori? Chi li ha fatti? Che esito hanno dato? Se, come supponiamo, i rilievi geologici sono stati fatti e hanno confermato la franosità del terreno, chi ha dato ugualmente il via ai lavori?

Bisogna dare subito una risposta a questi interrogativi inquietanti che tutta l’opinione pubblica già si pone. E’ augurabile che l’inchiesta promossa dalla procura della Repubblica di Cosenza faccia piena luce sugli aspetti (e sono troppi) poco chiari di questa sconcertante vicenda in modo da risalire, facendo nomi e cognomi, ai responsabili della sciagura che poteva benissimo essere evitata costruendo il viadotto o più a monte o più a valle.

L’amministrazione di Celico, intanto, sensibile alla tragedia che ha colpito due famiglie di operai, ha proclamato per domani una giornata di lutto cittadino e organizzato un servizio di assistenza per i familiari delle vittime.