Poteri forti story: i rapporti tra il clan Muto e i pezzi deviati dello stato a Cosenza

Oreste Nicastro (terzo da sinistra)

Si potrebbero scrivere decine di libri sull’omicidio di Giovanni Losardo, segretario capo della procura di Paola e impegnato in politica con il Pci a Cetraro, avvenuto ormai 36 anni fa.

Si potrebbero trovare centinaia di prove sulle cause che ne hanno determinato la morte. Quello che è certo, purtroppo, è che qualcuno ha voluto nascondere tutto.

I poteri forti, che nella nostra realtà determinano ogni attività e scandiscono i tempi e la gestione della giustizia, hanno sentenziato che per la morte di Losardo non ci potevano essere colpevoli. Troppo complicato spiegare perchè don Giannino non poteva più rimanere in vita. E ancora più complicato spiegare chi ne ha determinato le dinamiche per l’eliminazione.

Giannino Losardo
Giannino Losardo

Quando di mezzo ci sono pezzi deviati dello stato non è mai semplice arrivare alla verità. Eppure, mai come in questo caso, si sarebbero stati mille appigli per riuscire a fare giustizia.

Nei mesi scorsi, riprendendo il libro “Come nasce una mafia” di Luigi Michele Perri, abbiamo raccontato il caso-limite del boss Muto che dà vita a uno show mentre lo interrogano, con il procuratore capo di Paola, Luigi Balsano, completamente inerme e incapace di contenerlo.

Muto afferma che i magistrati di Paola si fanno le Lamborghini e le ville e fanno anche traffici di droga. E Balsano sta zitto… Delle due l’una: o è vero oppure siamo davanti ad un magistrato che non ha gli attributi. In più, gli avvocati Martorelli e Alecci, che lo stavano interrogando, sono costretti ad abbandonare l’ufficio.

Il “rapporto Scippa” riferisce quindi delle considerazioni al riguardo del procuratore Rinella:

“… E’ stato giustamente scritto che l’abbandono della difesa nel corso di un atto istruttorio costituisce pur sempre manifestazione di estrema gravità e va, quindi, preso in considerazione dal magistrato o per trovarne una causa di giustificazione o per adottare i provvedimenti necessari di censura. Balsano invece non si limitò a dare atto di questo allontanamento senza spiegarlo e senza adottare le necessarie iniziative conseguenziali. Fece di più. Nella sua memoria, ha ammesso di aver sentito i riferimenti all’acquisto di una “Lamborghini”, macchina che egli sapeva posseduta dal suo sostituto (Luigi Belvedere, ndr) e sulla quale, probabilmente, aveva ascoltato anche qualche chiacchiera o allusione. Balsano ha detto che il riferimento era paradossale: non si ha difficoltà a crederlo ma perciò il riferimento era fortemente oltraggioso ed era comunque sintomo dell’arroganza e dell’intransigenza della persona che stava interrogando. Appaiono poi assurde le giustificazioni che alla pronuncia delle frasi da parte del Muto dà la corte: che, cioè, si trattò di un’accesa polemica dell’imputato con i patroni di parte civile che, a suo dire, avevano ingiustamente aggravato la sua posizione processuale. Strano, però, che il Muto polemizzi con i difensori di parte civile, ma dica che “è la procura della Repubblica di Paola che fa i traffici di droga”…”.

LA DOTTORESSA GIANNELLI E IL RAPPORTO SCIPPA

A questo punto, Luigi Michele Perri reinserisce nel discorso le dichiarazioni della dottoressa Giannelli, pretore di Cetraro dal 1979 al 1983, che aveva osato sequestrare un’attività del clan Muto e per questo aveva anche incassato i complimenti di Losardo ma, di contro, i rimproveri del pavido Balsano.

Che cosa ha affermato la dottoressa Giannelli? Il “rapporto Scippa” così ne riassume le dichiarazioni. Chiamando esplicitamente in causa anche l’atteggiamento della categoria degli avvocati paolani e cosentini.

“Durante l’espletamento del suo incarico – si legge nel rapporto Scippa – tutte le volte che erano in corso processi di un certo rilievo in materia di speculazione edilizia o di criminalità economica, ha avuto varie difficoltà concretizzatesi sovente in astensioni dalle udienze degli avvocati dei fori di Paola e Cosenza. In particolare, già dal 1979, durante la celebrazione di un processo per il reato di intermediazione illecita nel rapporto di lavoro a carico di tale Pettenati, vi fu un’astensione degli avvocati dall’udienza con motivi pretestuosi relativi alla mancanza di personale nella pretura. Successivamente, mentre era fissata la celebrazione di un procedimento penale a carico di Sandro Nicastro, fratello dell’attuale procuratore della Repubblica di Cosenza (Oreste, ndr), fu programmata una lunga astensione da parte degli avvocati di Paola e Cosenza, durata circa dieci mesi, motivata dal suo comportamento giudicato “non gentile” nei confronti dei difensori e dalla sua presunta non residenza a Cetraro. Il processo a carico del Nicastro si riferiva alla costruzione abusiva di un albergo (che funzionava anche da ristorante e night ed era il quartier generale della malavita cosentina e tirrenica, ndr), “La Perla”, su zona demaniale in ordine al quale vi era stato un sequestro nel 1980″.

“Subito dopo il sequestro, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno dello stesso anno – si legge ancora nel rapporto dei carabinieri -, la dottoressa Giannelli era stata convocata dal procuratore della Repubblica di Paola, il quale le aveva chiesto se si poteva in quella fase arrivare a un dissequestro e, alla sua risposta che il caso era troppo eclatante e il dissequestro andava contro la sua politica giudiziaria in materia di abusivismi edilizi, il dottor Balsano le aveva aggiunto che lei sarebbe stata costretta ad andarsene come il pretore del film “In nome della legge”, se non avesse ascoltato i consigli più saggi del procuratore”. 

IN NOME DELLA LEGGE

“In nome della legge” è un film del 1949 diretto da Pietro Germi e girato a Sciacca, in Sicilia, tratto dal romanzo “Piccola Pretura” del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo.

Una scena del film
Una scena del film

Un giovane magistrato di Palermo viene inviato come pretore in un paesino siciliano e, per amore della giustizia e della legalità, si trova costretto a combattere contro varie ingiustizie sociali. Il suo zelo lo porterà a scontrarsi contro un notabile, il barone Lo Vasto e contro la mafia, rappresentata dal massaro Turi Passalacqua e dai suoi uomini. Tutto ciò contornato da una realtà omertosa e fortemente diffidente che non fa che ostacolare il suo lavoro. Solo contro tutti, appoggiato unicamente dal maresciallo della locale stazione carabinieri e dal giovane amico Paolino (la cui barbara uccisione lo convincerà a rinunciare alle dimissioni appena presentate), condurrà fino alla fine la sua battaglia che consiste non solo nell’applicare la legge ma anche nell’insegnarne il valore.

Ma, ahinoi, il procuratore Balsano citava il film non certo per spronare la dottoressa Giannelli a fare il suo dovere ma per convincerla a farsi i fatti suoi…