Premio Losardo: a Cetraro se la cantano e se la suonano (di Francesco Cirillo)

Advertising

Premio Losardo: a Cetraro se la cantano e se la suonano

di Francesco Cirillo

Ormai è cosa nota e risaputa, è da anni che il Premio Losardo viene consegnato a personaggi della politica e del giornalismo che nulla hanno a che fare con la società e con il reale.

Giornalisti che sono solo mezzecalzette al servizio del potere, magistrati spesso compromessi con i poteri forti (ad eccezione di Cafiero De Raho) o che vogliono entrare in politica, politici che mai si sono visti impegnati contro la mafia se non a parole. Un Premio fine a se stesso con nessun rapporto con il territorio. La conferma viene anche quest’anno, e il giorno per la parata di questi imbecilli è arrivato. La pagliacciata è prevista proprio per oggi.

Conosciamo tutti la storia di Losardo (il 37° anniversario ricorre con precisione giorno 21 ma si è preferito anticipare e non posticipare per avere la presenza di tutti i papponi invitati) e ci inchiniamo al suo valore e coraggio nella Cetraro degli anni ’80 quando il boss Muto faceva quello che voleva ed era circondato da connivenze di ogni genere che arrivavano fino al Tribunale di Paola.

Basta sfogliare il famoso rapporto Granero (l’ispezione del 1991 al Tribunale di Paola) per rendersene conto e vedere fra gli interventi di oggi quello del Procuratore Capo di Tempo Pausania Domenico Fiordalisi, fa rabbrividire.

Nel rapporto Granero ben 24 pagine sono dedicate a questo integerrimo magistrato che quando sostò a Paola ne fece di tutti i colori fino a chiedere un prestito di 20 milioni ad un perito balistico che era stato indagato da egli stesso. Un fatto gravissimo che gli costò l’allontanamento dal Tribunale di Paola per incompatibilità ambientale prima del solito proscioglimento di prassi dettato dal famoso motto “cane non mangia cane”.

Ma nel rapporto ben altre sono le inadempienze fatte da questo magistrato. Dall’aver ostacolato un’indagine sull’assenteismo nell’USL di Amantea dove lavorava sua moglie, all’aver concesso ad un esercente di Cetraro di ottenere un locale costruito abusivamente e gestito a pizzeria sequestrato dal tribunale stesso, a scontri gravissimi con l’Arma dei carabinieri. Tutto scritto nel rapporto.

Un curriculum che alla fine, pur di allontanarlo da Cosenza e Paola, gli “costò”  una promozione a Procuratore a Tempio di Pausania (promoveatur ut amoveatur dicevano i saggi latini) dove fece la parte dell’ambientalista. Lui che di ambiente nella costa tirrenica se ne occupò fin dal 1990 quando permise alla Jolly Rosso spiaggiata a Campora San Giovanni di essere smantellata. Lui che permise che venisse svuotata senza il minimo controllo, lui che non fece alcuna indagine sul carico di quella nave e che archiviò tutto dopo soli tre mesi. Un campione di ambientalismo da meritarsi davvero un premio.

La Jolly Rosso, per chi non lo sapesse, era una “nave dei veleni” che lavorava per conto dei servizi segreti dello stato italiano e che trasportava in Libano e in chissà quanti altri posti veleni tossici di ogni genere scaricandoli in mare o seppellendoli sottoterra.

Quando spiaggiò per errore a Campora San Giovanni tutti sapevano di questa nave, tranne lui, Fiordalisi, che era titolare dell’inchiesta. La pistola fumante che avrebbe potuto fermare il traffico dei rifiuti tossici venne immediatamente fatta smantellare e sparire. Il valoroso Capitano De Grazia, a distanza di decenni, indagava su quella nave, e per questo venne ucciso.

Ma di questo non si parlerà a Cetraro. Così come non si parlerà della nave Cunsky affondata a poche miglia dal porto e dalla sala dove si terrà la manifestazione del premio. Un’altra nave dei veleni volutamente affondata prima dalla ‘ndrangheta e poi dalle istituzioni. Ma Fiordalisi non ha solo affossato la motonave Rosso.

Viene conosciuto per un’altra grande inchiesta. Una perla a lui offerta dai Ros. Il processo No global, costato allo stato un miliardo di vecchie lire e costruito dal valoroso magistrato, solo per rifarsi una verginità su semplici attivisti del movimento No global del sud. Una vetrina che lo fece andare sulle tv di tutta Italia e che riempì pagine di giornali e riviste, alimentate da amici giornalisti a lui vicini e che oggi si siederanno vicino a lui al Premio Losardo, come Arcangelo Badolati.

Una montagna di carte che non dimostravano nulla, rifiutate dai magistrati di Genova e Napoli, ma che a lui servivano per ritornare nella sede di Paola come Procuratore vincitore. Una montagna di carta che costò il carcere a 13 attivisti e un lungo processo con oltre 60 udienze nel tribunale di Cosenza dove lui diede il meglio di sé per idiozia e stupidità e che portò alla piena assoluzione di tutti gli imputati. Assoluzione che seguì i 13 imputati fino alla Cassazione e in seguito anche al risarcimento per tutti.

Giannino Losardo

Ecco, questo è il personaggio che già qualche anno fa durante un altro Premio Losardo, nel libro “Non vivere in silenzio” edito dallo stesso Premio, fra le altre banalità ebbe a scrivere a proposito del delitto Losardo che “chi è coinvolto in quel delitto potrebbe “parlare” ancora”. Forse sono in tanti a sapere”. Ecco, bravo Fiordalisi. Lei è proprio uno di quei tanti che potrebbero sapere, in quanto in quegli anni era in buona compagnia in quel tribunale di Paola dove Losardo lavorava e dava fastidio per la sua coerenza, il suo coraggio  e soprattutto per i suoi ideali di comunista vero.

Oggi al Premio Losardo dovrebbero essere invitati semplici cittadini, associazioni, comitati di base che davvero lottano ancora contro le mafie, le politiche istituzionali e i loro sgherri. Invece di invitare questi sepolcri imbiancati, andrebbero invitati quei pochi sindaci che sul Tirreno con azioni dirette combattono le mafie come il sindaco di Santa Maria del Cedro Ugo Vetere, che in piena solitudine istituzionale lotta contro l’impossessamento abusivo di 40 mila metri quadri di demanio.

O come il sindaco di Tortora Pasquale Lamboglia, che anche lui in piena solitudine lotta contro l’avvenuta riapertura dell’impianto di San Sago fonte di inquinamento di tutto il Tirreno cosentino, o quegli ambientalisti che quotidianamente denunciano gli abusivismi, i rifiuti interrati nei terreni come quelli della Marlane, le bonifiche non fatte come quella del fiume Olivo, che ovunque producono tumori e vittime, o quei comitati che da anni chiedono verità sulla morte di De Grazia. Solo così, al posto di passerelle e inutili parate, si onorerebbe davvero il sacrificio di Giannino Losardo.