Prete indagato per molestie: la scena muta dei centri antiviolenza

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Nel caso del misterioso prete-insegnante indagato per molestie a un ragazzino che in queste ore sta scuotendo la comunità cosentina, un ruolo chiave lo hanno avuto i “centri antiviolenza” sparsi nella Città e hinterland di Cosenza: adeguarsi al silenzio omertoso di chiesa, procura e inquirenti nel tenere nascosto finanche il nome del sacerdote pedofilo, contro le loro stesse finalità statutarie.

“… Il silenzio che deve accompagnare questi momenti è sempre a tutela del minore, della sua famiglia e – udite, udite – del sacerdote”, dichiara mons. Nolè a riflettori accesi, dopo ore di silenzio… e di preparazione del comunicato, in perfetto “stile Nunnari”.

Ma torniamo ai “centri antiviolenza”. Solo a Cosenza ne esistono diversi, il più conosciuto dei quali è quello che porta il nome di “Roberta Lanzino”. Centri all’avanguardia contro la violenza di genere, ma solo nell’incamerare succulenti contributi statali che puntualmente vengono spesi in manifesti, volantini, sit-in, riunioni, flash mob di poco rilievo, manifestazioni… ma che sono privi, nei fatti, della cosiddetta “cultura dell’emergenza”, nel difendere le vittime di violenze.

Delle tre finalità principali, descritte a larghe lettere sui siti istituzionali di queste associazioni: – Attuare la lotta contro la violenza sessuale e contro ogni altra forma di violenza; – Essere punto di riferimento per tutte le donne, in particolare, per quelle in temporanea difficoltà; – Promuovere una cultura della non violenza e del rispetto dei generi. … sapete cosa si fa realmente? Dopo la denuncia, nel mentre che le forze dell’ordine fanno le dovute indagini, tu donna, insieme al tuo naso sanguinante, le braccia livide, gli occhi pesti, telefoni, dietro consiglio, ad un centro antiviolenza, che in perfetto stile femminismo anni ’70, ti dirà che devi fare un percorso, essere determinata, prendere appuntamento con la psicologa… la ginecologa… che saranno disponibili … quando?

Nel frattempo, non sai dove andare, come sopravvivere, gli avvocati costano, nessuno ha considerato il tuo S.O.S un’emergenza. Poi il loro “protocollo” suggerisce di farti allontanare dai luoghi della violenza, così ti spediscono in una qualunque struttura di accoglienza, dove ti danno da mangiare, da bere, da vestire… e nel frattempo nessuno si preoccupa della tua morte interiore.

Eh si, perchè se il tuo caso non riesce a fare abbastanza “audience” e non riesce a far lucrare qualcuno, rimani lì, dimenticata da tutto e tutti e, come si dice a Cosenza: “…ti salùtu ped’i fìcu!” .

Non è escluso, anzi è molto probabile che avvenga, che le varie “parti” si mettano pure d’accordo a tua insaputa ed a tuo danno. Ed allora il percorso che va da “vittima bisognosa di cure, assistenza legale, psicologica e quant’altro” a “ccùru culu ruttu e senza ciràsi”, è davvero breve. Ma non siamo pessimisti!

Se il caso di violenza riesce a superare i test di: – “Share” molto alto – Abbastanza lucroso – Protetto da qualcuno che conta … puoi sempre contare sull’apporto di questi centri, abbastanza “allazzàti” con gli ambienti massonici della Città.

Può succedere, come è già successo nel 2006 nel caso Padre Fedele che, associazioni di genere, avendo subdorato soldi facili e un buon apporto d’immagine, visto il nome eccellente coinvolto; aiutate dal fattivo sostegno di un pm, tale Claudio Curreli, consenziente e ben disposto a colpire colui che in diverse inchieste gli mise i bastoni fra le ruote, si improvvisarono novelle e spregiudicate “007 – MISSION A CAZZ’BLE”.

A turno, armati di telecamere, microfoni e attrezzature digitali, scandagliano a fondo villette cittadine, strutture di accoglienza, luoghi frequentati da extracomunitari… col fine di raccogliere quante più prove e testimonianze contro il “mostro” di turno.

Ci raccontano di ragazze e donne dell’est, trascinate da avvocatesse senza scrupoli, appartenenti a suddetti Centri, a forza dal pm con la promessa di facili permessi di soggiorno e/o congrui risarcimenti. Disposte ad avvalorare pure la menzogna, pur di catapultare il “presunto mostro” nell’oblio.

Molte si ribellarono, altre caddero nella trappola, poi smentite clamorosamente.

Tutti ci aspettavamo che, anche in quest’ultimo caso di violenza cittadina, le intrepide femministe del Centro Lanzino, come nel caso precedentemente esposto, sarebbero balzate in prima linea nella denuncia del mostro, nel difendere e proteggere la vittima, nel costituirsi parte civile, proponendo magari una loro avvocatessa per la difesa (a pagamento!)…

Invece rimangono “mute”, adeguandosi agli standard dettati da chiesa e procura. Eccheccàzzo! Proprio ora gli si doveva rompere la calcolatrice? Fatto sta che sta “scena muta” ne qualifica coerenza e utilità!

Ad maiora… semper!

Martina Martini