Profughi: solidarietà o solo business? – prima parte

Riace è un approdo per molti migranti che stremati giungono sulle nostre coste dopo mesi di viaggio. Un viaggio lungo migliaia e migliaia di chilometri attraverso l’inferno, tra sete, fame e mercanti di schiavi.

Esseri umani completamente alla mercé di altri esseri umani senza scrupoli. Così come avveniva un tempo nella tratta dei neri dall’Africa all’America. In molti non ce la fanno, e i loro corpi giacciono o in fondo al mare oppure sulla sabbia del deserto a decomporsi al sole. Morti che non avranno mai una sepoltura dignitosa.

Uomini, donne e bambini i cui nomi non saranno ricordati da nessuno. Retorica delle parate a parte. Vite che non avranno mai una vita. Eppure, come si sa, la speranza è l’ultima a morire: di fronte a morte certa l’unica cosa da fare è rischiare. Tutti faremmo così, se non avessimo alternative. E in molti pur di sfuggire a guerre e torture si avventurano in un viaggio il cui esito non è mai scontato. Tutto può succedere.

L’unica cosa certa è la partenza, mai l’arrivo. E chi ce la fa ad approdare sulle coste italiche, dopo una più o meno lunga permanenza a Lampedusa, viene smistato nei vari centri Sprar sparsi in Italia.

nave ararat2

E qui inizia l’ascesa del sindaco di Riace Mimmo Lucano, che dal 1999 si adopera per accogliere migranti nel piccolo centro dell’alta Locride. Una intuizione che prende spunto dall’arrivo nel 1997, a una decina di chilometri di distanza, sulla spiaggia di Santa Caterina dello Jonio, della prima carretta del mare, “l’Ararat”.

Una bagnarola galleggiante arenatasi in mare calabro con a bordo quasi mille curdi. Sono gli anni più violenti della repressione turca nei confronti della minoranza curda. Un massacro continuo che costrinse migliaia di profughi a tendare il destino. Fu il più grosso sbarco mai avvenuto nel sud Italia.

Così Badolato balzò agli onori delle cronache per la sua solidarietà, dopo essere stato per tanti anni “un paese in vendita”, a causa della mancanza di abitanti. Venne aperto un piccolo ristorantino curdo, “L’Ararat” appunto e si fecero manifestazioni nei comuni della zona che mescolavano cultura e cucina curda con quella calabrese.

Il gesto spontaneo di accoglienza di Badolato è stato il primo e per lungo tempo anche l’unico in Italia. Un’esperienza che, come sappiamo, terminò dopo un po’ di tempo a causa della mancata “integrazione” dei profughi a una realtà come quella di Badolato. Dove non esistevano e non esistono condizioni economiche e lavorative tali da poter permettere eventuali permanenze stabili di profughi e migranti. Del resto, se i badolatesi hanno abbondonato il paese un motivo ci sarà.

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Da allora Mimmo Lucano si adopera e scopre che esistono programmi specifici ministeriali che prevedono l’erogazione di denaro a fronte di un progetto di integrazione e accoglienza dei profughi. E nasce così nel 1999 il primo progetto oggi Sprar (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e i Rifugiati) al sud. Guidato dall’ associazione “Città Futura”, di cui il sindaco Lucano è l’ispiratore.

Inizia così il mito di Riace. Un paese che ospita. Dove la solidarietà è di casa. A condizione, giustamente, che qualcuno paghi. E da paesino spopolato in via d’estinzione, con l’arrivo dei profughi, il borgo si ripopola. All’oggi quanti sono i profughi che sono transitati a Riace è difficile quantificarli. Gli stessi operatori del settore non lo sanno.

Girano cifre che parlano di poco meno di 8.000. L’accoglienza diventa un’occasione economica importante per il piccolo paesino. Dall’occupato nell’ associazione all’unico bar o tabacchino del paese, dove i profughi spendono il loro “pocket money” (tre euro al giorno riconosciuti dalla stato ai profughi).

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Le riottosità versu i nivuri viene subito meno. La loro presenza, anzi, dà la possibilità di sviluppare altri progetti, quali borse lavoro, corsi professionali ed altro. Così Riace si dota di laboratori per la tessitura e organizza, affidandola a qualche profugo, la raccolta differenziata porta a porta con gli asinelli.

La disponibilità del sindaco e della popolazione ad accogliere fa si che Riace diventi sempre più un punto di riferimento per i progetti Sprar, al punto che nascono altre associazioni. Tanto bisogno c’è di accogliere. All’oggi sono presenti ed operanti oltre a “Città Futura” altre associazioni: “A sud di Lampedusa”, “Il Girasole”, “Real Riace” e “Riace Accoglie”. E quella che era un’economia inesistente trova nuova linfa

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In molti del posto trovano la possibilità di avere un reddito. Che non è cosa da poco a Riace. In totale tutte le associazione gestiscono qualcosa come 350/ 400 profughi in continuo “mutamento”. Perché a Riace non esistono solo i progetti Sprar, ma anche la prefettura in emergenza (perenne) “affida” direttamente profughi da gestire alle cooperative di Riace. Tanto accogliente è il paese.

Ma in che cosa consiste il lavoro del sindaco Lucano e delle associazioni che devono coordinare questi progetti? Sindaco, ricordiamolo, il cui nome è apparso al quarantesimo posto della classifica di “Fortune” dei 50 leader più influenti del mondo. Un “premio” per il suo impegno nel campo dell’immigrazione.

Il Comune di Riace, infatti, ha dato ospitalità, da quando Lucano é sindaco, a quasi ottomila immigrati che, tra l’altro, hanno avviato anche una serie di attività artigianali ed imprenditoriali che hanno determinato la rivitalizzazione del centro della provincia di Reggio Calabria. Non c’è che dire, il sindaco Lucano è stato in gamba a capire quale direzione di sviluppo dare alla sua comunità. Uscendo anche fuori dal solito retorico discorso del turismo che da noi non arriva mai. Il sindaco Lucano ha compreso meglio di altri l’enorme potenziale di questo fenomeno: i migranti sono una risorsa. Bisogna però capire se umana o solo economica.

1 – (continua)

GdD