Quell’Escobar che s’annida in ognuno di noi (di Claudio Dionesalvi)

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di Claudio Dionasalvi

C’è un Escobar in ogni Cappuccetto Rosso, Rapunzel, Mago di Oz. I miti negativi entrano sempre di soppiatto nelle nostre coscienze. Quando non le blandiscono, vi s’intrufolano camuffandosi da eroi. C’è una vena mafiosa in moltissime fiabe. E non risiede nel comportamento dei cattivi. Nella lotta contro il male, spesso sono proprio i buoni a garantire ai deboli, in cambio della sottomissione perpetua, quella protezione coatta che permette a ogni apparato criminale di radicarsi. Maghi, fate, principi e avventurieri aiutano i protagonisti a salvarsi, per ottenere poi da loro prestazioni sentimentali e sessuali, gratitudine funzionale e soprattutto la gloria in virtù del proprio risolutivo intervento contro il perfido antagonista.

Ma se in ogni fiaba è presente un connotato mafioso, vale pure il contrario? Esiste cioè un principio fiabesco nelle mafie? La vicenda di Pablo Escobar, ricostruita in modo magistrale da Giuseppe Palumbo e Guido Piccoli, sembra porre questa domanda. Talmente spudorata è l’arroganza del personaggio, il suo essere incarnazione di un neoliberismo traboccante, da infondere il dubbio che i difensori della legalità non siano migliori del mostro, e che egli stesso sia una loro emanazione, un Lucifero terreno e intelligente, votato al populismo.

Quanti Escobar esistono in Italia? Di boss e gangster è satura la letteratura mafiologica. Ma figure come la sua, appaiono rare. Rabbia liquida, odio empatico, l’irrefrenabile sete di potere collide coi guardiani dell’ingiustizia planetaria. Tra Pablo e la CIA non c’è alcun imbarazzo: d’istinto si è portati a tifare per il re del narcotraffico. Anche perché la sua potenza è simile a quella della cocaina: illusoria, declinante. A letto, come nel pieno di uno scontro fisico, la polvere bianca esalta la volontà di forza fino a sublimarla nel suo esatto opposto: l’impotenza. Annichilendoci abbracciati alla nostra forsennata ricerca del piacere, ci sentiamo tutti pulp, siamo tutti Pablo Escobar.