Raccomandati e parassiti: da “Sviluppo Italia” ai “precari dell’Asp”

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In Calabria si va avanti da una vita a forza di elenchi. Di raccomandati… Figli, fratelli, sorelle, nipoti, cugini, parenti, amici, clienti, cognati, fidanzate/i, amanti, mogli, mariti dei potenti di questa maledetta regione. 

Oggi ci sono 133 raccomandati dai “big” della politica cosentina (che definiamo per convenzione “precari” ma che tutto sono tranne che precari…) che prima sono stati inseriti in un elenco funzionale alla loro assunzione a termine all’Asp di Cosenza e poi sono stati clamorosamente “mollati” dopo che la notizia è stata fatta circolare sui media con tanto di nomi e cognomi.

Oggi questi raccomandati pietiscono uno stipendio o un altro posto di lavoro. E loro, le merde, fanno finta di non conoscerli…

La vicenda, con le dovute proporzioni, ci ricorda quella di Sviluppo Italia, anzi Sviluppo Calabria. Un altro incredibile carrozzone di clientes et parentes del potere politico sputtanato nel 2007, citato addirittura da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. Eppure, quei raccomandati riuscirono a trovare un rifugio, almeno per qualche tempo, con un’operazione tanto assurda quanto spregiudicata. Prima di rimanere, com’era sacrosanto, disoccupati “di lusso”, tanto sono sempre parenti o affini dei “boss”. 

Ma ecco cosa scriveva Stella sul “Corsera” (prima pagina) il 4 agosto 2007.

Gian Antonio Stella
Gian Antonio Stella

«Sviluppo Parenti»: tanto varrebbe chiamarla così, la società Sviluppo Italia. Almeno in Calabria. Tra i dipendenti di quella che doveva essere una specie di nuova Iri «ma più moderna, agile ed efficiente» per rilanciare il Sud attirando investimenti esteri, figurano infatti decine di figli, cognati, sorelle, cugini e parenti vari di politici, sindacalisti, giudici. Assunti senza concorso, per chiamata diretta. E decisi a sostenere bellicosamente d’essere stati assunti per brillanti meriti professionali.
Che la società, al di là della pomposità manageriale della «mission» dichiarata («L’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa è impegnata nella ripresa di competitività del Paese, in particolare del Mezzogiorno») sia diventata un carrozzone non è una novità. Lo sostiene il Sole 24 Ore che ne ha chiesto la chiusura perché «sbaraccare sarebbe un segnale di svolta più forte di qualunque riforma annunciata». E lo ha ammesso perfino l’amministratore delegato Domenico Arcuri: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce»…. 

Dentro un quadro come questo, che ha spinto i vertici a giurare su una svolta netta con una riduzione del personale degli «staff» dal 63 al 20 per cento, un taglio di 601 dipendenti e una radicale ristrutturazione delle strutture periferiche, la Calabria merita una messa a fuoco. Se la Sicilia ha due sedi a Palermo e Catania, la Puglia una più due «incubatori» e la Campania ancora una più due «incubatori», l’assai meno popolata Calabria ne ha cinque. Quattro sedi a Cosenza, Crotone, Reggio e Vibo Valentia più un «incubatore» a Catanzaro.

Come mai? Tutto «merito», dicono affettuosi gli amici e critici gli avversari, di quello che è stato il patriarca calabrese della società: Francesco Samengo. La cui biografia merita qualche riga perché rappresenta plasticamente le contraddizioni della macchina pubblica. Venti anni fa venne infatti passato allo spiedo dagli ispettori mandati dall’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi a capire come diavolo avesse fatto la «Carical» (Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania), a lungo feudo della Democrazia cristiana e pilastro d’una politica spendacciona e clientelare, a inabissarsi in una voragine di mille miliardi di debiti. Saltò fuori di tutto…

Altri, in Paesi seri, sarebbero stati spazzati via. Samengo no. E dopo qualche anno di apnea, grazie all’appoggio dell’Udc («io non ne so niente di niente», giurò Giulio Tremonti) si ritrovò nel 2002 promosso ai vertici nazionali di Sviluppo Italia da quello stesso Stato che da lui avanzava i soldi della Carical. Bene.

Ricostruito il quadro, il giornale La Provincia Cosentina ha sparato nei giorni scorsi a tutta pagina un’inchiesta di Gabriele Carchidi. Con un elenco di 34 «assunzioni clientelari riconducibili ai politici di destra e sinistra, uomini di legge e dirigenti». Figli, nipoti, cognati, cugini…

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Ed ecco Nerina Pujia, figlia del potente ex parlamentare della Dc Carmelo. Carlo Caligiuri, figlio dell’ex consigliere regionale diessino Enzo. Cecilia Rhodio, figlia dell’ex presidente regionale democristiano Guido. Paola Santelli, sorella dell’ex sottosegretario alla Giustizia e oggi deputata azzurra Jole. Marco Aloise, candidato sindaco per An a Paola nel 2003. Luigi Camo, figlio dell’ex senatore ulivista Geppino, oggi presidente della Sorical. Giovanna Campanaro, nipote dell’ex deputata democristiana e oggi «loierista» Annamaria Nucci (ora assessore comunale a Cosenza) e dell’ex assessore regionale Giampaolo Chiappetta.
E poi ancora Andrea Costabile, nipote dell’ex assessore regionale e attuale senatore Udc Gino Trematerra. Ed Emilio De Bartolo, assessore comunale diessino di Rende, figlio dell’ex assessore ed ex preside della Facoltà di Economia all’Unical Giuseppe. E Giada Fedele, moglie del casiniano vicepresidente del Consiglio regionale Roberto Occhiuto. E Sandro Mazzuca, assunto con la moglie Fausta D’Ambrosio per la felicità dello zio acquisito Pino Gentile, consigliere regionale azzurro. E Antonio Mingrone, nipote dell’ex deputato forzista G. Battista Caligiuri. E Giovanna Perfetti, figlia dell’ex consigliere regionale buttiglioniano Pasqualino. E via così. Qualcuno, seccato, s’è precipitato a precisare. Paola Santelli assicura che l’assunzione è precedente all’elezione della sorella Jole in Parlamento. Il senatore mussiano Nuccio Iovene che suo fratello Daniele lavorava da anni «alla Società per l’imprenditoria giovanile» assorbita da Sviluppo Italia. Altri hanno fatto spallucce. Macché scandalo, così fan tutti…
Gian Antonio Stella
04 agosto 2007

Il rampollo di Samengo caporedattore della Rai calabrese
Il rampollo di Samengo caporedattore della Rai calabrese

Bene, dopo l’inevitabile liquidazione di Sviluppo Calabria (e ci mancava pure!), questa massa di raccomandati e parassiti riuscì a farsi assumere ancora alla Fondazione Field e alla Fincalabra tra il 2009 e il 2010. Una incredibile dimostrazione di forza, stoppata però dagli scandali a ripetizione e principalmente dal fatto che di soldi da dare a questo caravanserraglio non ce ne sono più.

In compenso, Samengo è riuscito addirittura a piazzare il figlioletto Alfonso (giornalista raccomandato a doppia mandata) a caporedattore della Rai calabrese! Tanto, che ci vuole a coordinare il lavoro di una banda di parassiti che lavorano dieci minuti al giorno quando va bene?

Ma loro, i politici, non perdono mai l’aplomb e sono sempre pronti a propinarci altri elenchi. Di raccomandati… Finché morte non li separi!!!