Referendum: nell’aria c’è la vittoria del NO ma nelle urne potrebbe vincere il Si

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Non sempre ciò che si percepisce corrisponde poi al dato reale. Come non sempre i sondaggi o gli umori sociali corrispondono o si trasformano in voti nell’urna. Non è sufficiente dire “si sente nell’aria” per essere sicuri del successo o dell’avvento dell’evento. In tutte le elezioni democratiche è il totale dei voti che ogni schieramento realizza che conta, null’altro. La fredda aritmetica spegne ogni arzigogolo.

Io sono per il No a questo referendum, e dove mi giro mi giro non sento altro che gente dire che voterà No. Sarà anche un dato legato alla mia frequentazione di luoghi e compagnie dove la tendenza è essere simili. Cioè a dire: è umano circondarsi di chi la pensa come te; si sta insieme non solo per soddisfare la pancia, ma anche e soprattutto per affinità intellettuale e politica. Tendenzialmente i Si stanno con i Si e i No stanno con i No.

Ma c’è da dire che anche negli spazi sociali condivisi ed eterogenei l’umore collettivo tende al No. I comitati per il No sono sicuri del loro successo. Ed è opinione diffusa che il Si arranca. Questo è quello che tutti pensano: il No vince sicuro. Si può dire che questo è il termometro sociale sull’esito del referendum.

Ma io ho imparato a non fidarmi più del sentore collettivo o degli umori sociali. Altre volte c’ho creduto e sono rimasto fregato. L’esperienza prima o poi qualche cosa insegna. Fidarsi del pensiero che prevale nei bar o nelle piazze, o dai barbieri, sarebbe come se oggi, dopo tutto quello che ho visto, mi fidassi dei  “parteciperò”  messi all’evento postato su FB: 100.000 click di persone che partecipano, si riducono a 3 persone alla festa.

La gente ama parlare ma non partecipare. Un conto è dire dal barbiere che c’è la corruzione a Cosenza, che a negarlo di averlo detto ci sei sempre, un altro conto è scrivere o dire pubblicamente, mettendoci la firma e la faccia, chi corrompe e chi si fa corrompere.

I cosentini non sono pronti al cambiamento. Hanno paura di lasciare la strada vecchia per la nuova. Si accontentano di quello che hanno e fino a che ci sarà da mangiare nel frigo va bene anche così. Non si può contare al 100% su chi ha fatto di questa staticità sociale e culturale, uno stile di vita. Ti dicono che votano No e poi chissà se lo fanno davvero. Del resto quante volte abbiamo avvertito la sensazione collettiva, a questa o quella tornata elettorale, che alcuni squallidi elementi politici riconosciuti da tutti come tali, non venissero più rieletti, salvo poi il verificarsi sempre dell’esatto contrario: rieletti con migliaia e migliaia di voti.

Ecco, alla luce di questa e altre esperienze ho imparato a non fidarmi più dell’umore delle masse. Ed è quello che più temo per l’esito di questo referendum. Non discuto l’impegno o la determinazione dei comitati o della base dei partiti che hanno aderito al No. Anzi a loro dico attenti che ancora i conti non tornano e che è meglio farli insieme all’oste.

Non sono sicuro dell’affermazione del No proprio per la labilità della massa che compone il corpo sociale che dovrebbe sostenere il No che poi è quello che dovrebbe fare la differenza in questo referendum. Che è confermativo e non ha quorum: vince chi prende un voto in più dell’altro. Ed è una battaglia che si gioca tutta su chi riesce a mettere più truppe in campo, non solo a fare parata, ma disposte ad andare all’assalto.

E non si può negare che la determinazione a recarsi il 4 dicembre alle urne a votare, penda più dalla parte del Si. Chi vota Si la notte prima del voto non dorme. Non so se chi vota No ha lo stesso pensiero di quelli del Si. Penso che l’alta percentuale di astensione che inevitabilmente ci sarà penalizzerà principalmente il No. E non è solo questo ad impensierirmi: c’è da sperare solo che il 4 dicembre non sia una di quelle belle giornate da passare fuori o da amici tra grandi abbuffate e rumorose chiarenze, perché se cala la palpebra e arriva  “a vilianza”, anche questo di sicuro colpirà il fronte del NO.

GdD