Referendum: votiamo NO, non siamo al Telegatto

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di Daniela Preziosi

Cos’è quel pezzo di carta che Renzi ha agitato davanti alle telecamere sostenendo che sia la scheda elettorale con cui i cittadini voteranno i senatori? Una scheda-bufala, visto che la legge con cui si eleggeranno i senatori non c’è, e per di più comunque non saranno i cittadini ad eleggere direttamente i nuovi senatori ma i consiglieri regionali. «Un falso» per dirla con Beppe Grillo che ha annunciato di denunciarlo «per il reato di abuso della credulità popolare». «Un fac-simile», cerca di correre ai ripari Matteo Renzi ieri ospite di Lilli Gruber nella trasmissione Otto e mezzo di La7, alla sua apparizione numero enne in tv.

«Noi non votiamo una riforma fac-simile, non siamo al Telegatto», lo canzona Norma Rangeri, direttrice del manifesto e ieri sera sfidante del presidente del consiglio.

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La “falsa” prima del pomeriggio

Quando va in onda Renzi è già in viaggio verso Napoli stavolta per l’iniziativa numero 150 per sostenere il Sì alla riforma (ma il conto è ufficioso e approssimato per difetto). Nel capoluogo campano lo attendono imponenti misure di sicurezza, dovrebbe essere la chiusura della campagna del Sì. Ma si sa già che Renzi parlerà fino all’ultimo, anche sabato, nel giorno del silenzio pre-referendario, in un meeting, nella sua qualità di presidente del consiglio. Non lascia niente di intentato. Su facebook chiede ai suoi fan di inserire nei profili «Io voto sì».

Intanto in tv ripete i suoi spot promozionali. Stasera è adrenalinico come sempre ma più nervoso del solito, forse la stanchezza della sua formidabile caccia all’ultimo voto, tutta in salita, si comincia a far sentire: «Votate con il cervello non con la pancia», «Se non passa la riforma per vent’anni non si faranno altre riforme». «Per vent’anni non si farà una riforma costituzionale? Sarebbe uno scoop», lo sfotticchia Rangeri. «Dagli anni Sessanta ad oggi sono state fatte sedici modifiche. Nel 2012 l’ultima, quella dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio».

Il match va avanti. «La nostra riforma taglia costi e posti, si vota per eliminare centinaia di poltrone». «Costi e posti? Le lasci dire a Grillo queste cose, ché è molto più bravo di lei. Vede, noi siamo preoccupati per il populismo di Grillo, ma anche per il suo». «Noi facciamo una battaglia contro la casta».

«Guardi che anche lei è un po’ casta. Perché sulla grande manifestazione delle donne neanche un tweet?» 

«Guardi che anche lei è un po’ casta. Perché sulla grande manifestazione delle donne neanche un tweet?». Qui Renzi elenca le azioni del governo contro il femminicidio. E i soldi stanziati ai centri antiviolenza – ma in ritardo colpevole, infatti alcuni chiudono – ma perché ha ignorato quel corteo non lo dice.

La nostra cronaca è di parte, va da sé. Ma anche la rete vede che gli spot di Renzi cominciano ad essere ripetitivi e usurati. C’è chi twitta: «Seria difficoltà» , chi «La direttrice lo ha messo nell’angolo». Anche chi insulta il manifesto a prescindere, ma è la rete bellezza.

Il punto, naturalmente, è quello che succederà dal 5 dicembre in avanti. Certo, continua a disegnare scenari di instabilità in caso di sconfitta.

Ma da tempo ormai Renzi si è rimangiato l’annuncio di dimissioni in caso di vittoria del No. Ora non dice più neanche «non mi farò logorare», «il mio governo non accetta di galleggiare». Perché nel frattempo i parlamentari dem gli hanno fatto sapere, anche a mezzo stampa, che i voti per mandare a casa il governo e il parlamento non arriveranno. Prima lo hanno annunciato i quaranta bersaniani schierati con il No. Poi, con toni più felpati, anche i suoi ministri, da Franceschini a Delrio, hanno spiegato che la stabilità va garantita e che «in ogni caso Renzi deve andare avanti». Lui ora non può che dire: «Quello che farà il Pd in caso di un eventuale voto negativo al referendum lo deciderà il Pd nelle sedi stabilite».

Renzi si impappina anche sul Sì al referendum di Romano Prodi, un regalone insperato e immeritato che il padre dell’Ulivo gli ha fatto con una nota però severa sulla riforma e sul suo governo. «Un sì convinto», lo definisce Renzi. Ma come?, stavolta è Gruber a ricordarglielo, l’ex premier ha definito la sua leadership «esclusiva, solitaria ed escludente». E Rangeri: «È un no sofferto, visti gli argomenti che elenca. Potrebbero essere un perfetto manifesto del No». Insomma, deve ammettere Renzi, quello di Prodi è «un no sofferto ma anche convinto».

tratto da Il Manifesto