Reggio, il caso Marcianò

Non sempre ma a volte il sospetto può essere l’anticamera della verità. Non c’è dubbio, per esempio, che la signora Angela Marcianò, ex assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Reggio Calabria con delega alla Trasparenza e alla Legalità, nonché “cocca” del Procuratore Gratteri che l’ha elogiata pubblicamente per il lavoro svolto nella Commissione antimafia lodandola altresì per essersi dimessa da quest’ultima non appena chiamata, circa tre anni fa, dal sindaco Falcomatà a far parte della sua giunta (quasi fosse un atto eroico!), abbia finito per costituire un problema non di poco conto sia per il giovane sindaco reggino sia per il PD locale e nazionale, molto probabilmente proprio a causa del particolare rapporto di stima e di amicizia che la lega a Gratteri, nel senso che, secondo alcuni osservatori politici, proprio quest’ultimo abbia potuto influire sulla decisione di Renzi di nominare la giovane dottoressa reggina nella segreteria nazionale del PD.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso! Solo la goccia però, perché in effetti già Falcomatà, pur non essendo dato sapere ad oggi esattamente per quali motivi, aveva posto le basi della clamorosa e deflagrante rottura umana e politica con Marcianò, chiamandola inopinatamente a far parte della sua Amministrazione benché gli fossero ben noti i suoi non occasionali trascorsi politici nella “destra” locale e nazionale, il suo preconcetto rifiuto di tesserarsi col PD, il suo carattere fortemente individualista, la sua ambizione e spregiudicatezza professionali, la sua stessa verve polemica e il temperamento a dir poco vivace non disgiunto da una qualche ostentata avvenenza fisico-estetica: tutti e troppi elementi coesistenti nella stessa persona che politici esperti e realisti avrebbero potuto e dovuto soppesare molto attentamente per evitare scelte azzardate.

Peraltro, com’è stato correttamente notato, «non risulta che durante l’amministrazione Scopelliti, mentre Falcomatà guidava l’opposizione alle giunte del malaffare, Marcianò abbia mai preso una posizione pubblica» (Marina Della Croce,Marcianò, “l’astro nascente” dei dem si rivela una mina vagante, in “Il Manifesto” del 7 luglio 2017).

A persone che non si fossero lasciate sedurre da certe apparenze doveva apparire chiaro che, nel caso della Marcianò, sussistevano mille controindicazioni ad un suo reclutamento nelle file del PD e soprattutto in organismi decisionali di punta del partito democratico. Ma pare che la freddezza di valutazione sia mancata un po’ a tutti, a Renzi non meno che a Falcomatà, ai vertici nazionali e locali del PD, alla stessa base democratica reggina. Tutti sono stati responsabili di aver introdotto nel cuore del PD un vero e proprio “cavallo di Troia” che adesso rischia di causare al partito di Renzi più danni di quelli che potrebbe causare una sconfitta a livello di elezioni politico-amministrative, perché da singole sconfitte è sempre possibile risalire e recuperare voti e consensi, ma se si comincia ad introdurre nei quadri dirigenti del partito democratico una mentalità puramente pragmatica e trasformista che si ispira al mito della politica come pura e neutrale tecnica amministrativa senza richiamarsi a una ben precisa tradizione politica e culturale, è poi inevitabile avallare sempre più agevolmente comportamenti, scelte e programmi politici che di progettualità o di visione politica non abbiano più nulla configurandosi invece come semplice e forse illusoria amministrazione dell’esistente.

Oltre tutto, non è che le qualità intellettuali, il curriculum universitario, le competenze specialistiche, gli stessi studi giuridici della giuslavorista e contrattista universitaria Angela Marcianò appaiano dotati di particolare pregio e quindi votati ad essere di elevata utilità per una formazione politica quale il PD: sono certo apprezzabili ma alla stessa stregua di quelli di altri giovani e valenti studiosi, ricercatori, professionisti, che, pur non godendo di amicizie importanti e di sostegni privilegiati, la Calabria può certamente vantare e del cui servizio, organico a specifiche istanze politiche e non giudiziarie, la Calabria avrebbe terribilmente bisogno.

La politica deve certo rispettare la legalità ma non può assecondare pedissequamente le esigenze e le restrizioni talvolta irrealistiche di certe leggi né può rinunciare agli spazi operativi che le sono propri per paura di probabili ingerenze giudiziarie. La politica, in altri termini, non può e non deve essere al servizio dei desiderata formalistici, legalistici e perbenistici di magistrati come Gratteri, e d’altra parte deve combattere la mafia e il malaffare anche e soprattutto con modalità politiche che non abbiano necessariamente come termine di interlocuzione la magistratura, laddove peraltro a giudizio di molti sarebbe ormai opportuno che chi assolve rilevanti funzioni pubbliche, tranne che in caso di flagranti e conclamate azioni delittuose, fosse messo, non nel suo personale interesse quanto principalmente nell’interesse della collettività, nella condizione di giungere al termine del suo mandato, prima di poter essere inquisito ed eventualmente processato pubblicamente.

A prescindere dal giudizio che potrà essere dato sul suo operato, non c’è dubbio che «Giuseppe Falcomatà è forte di un grande consenso personale, e questo lo rende molto indipendente nelle sue decisioni e molto lontano dalle lobby che a Reggio sono state sempre al fianco della destra che ha condotto Reggio allo scioglimento per infiltrazione mafiosa» (cit., in “Il Manifesto”). Questo è un dato di fatto che né Gratteri né la dottoressa Marcianò, né soprattutto Renzi e i vertici nazionali e locali del partito, potranno ignorare. Abbandonare Falcomatà per favorire Marcianò e il suo popolo di benpensanti di destra significherebbe creare le condizioni per un definitivo declino del partito democratico a Reggio Calabria e in gran parte della regione Calabria. Anche perché sarebbe tutto da verificare quel consenso, quell’entusiasmo, quell’affetto che, a dire di alcuni giornali calabresi e nazionali, la signora Angela Marcianò avrebbe saputo conquistarsi nel popolo reggino tout court.

Nel leggere la lettera a sfondo demagogico-populista da lei scritta all’indomani della sua defenestrazione da Palazzo San Giorgio, ci si trova in presenza di una prosa prolissa ed enfatica, a tratti anche sintatticamente pesante o involuta, costellata da argomentazioni spesso retoriche e comunicativamente inefficaci; di una prosa molto emotiva, spesso patetica e fondata su una esasperata egoità personale, e infine piuttosto carente sul piano logico-dimostrativo. Ed è probabile che la sua scrittura sia anche riflesso di una natura particolarmente irritabile e suscettibile, nonché rivelatrice di una personalità alquanto egocentrica e sostanzialmente chiusa ad ogni forma di disinteressata collaborazione interpersonale.

Ora, se questo è vero, non si comprende come un popolo dotato almeno di media intelligenza, ma quello reggino dispone di un livello intellettivo ben più elevato, possa manifestare, in misura cospicua e significativa, comprensione, stima, solidarietà civile e politica per una donna vanitosa, rumorosa, indisciplinata e troppo piena di sé quale appare essere appunto Angela Marcianò. Renzi fa bene ad essere innovativo per quanto riguarda il reclutamento del personale politico, a condizione che sappia chiedersi per tempo se l’ingresso di determinati personaggi nel partito e nella vita politica possa risultare, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, utile o dannoso per il partito stesso e per il reale perseguimento del bene comune che ovviamente non può ridursi al rispetto statico e infruttuoso di un principio di legalità.

Fonte: Vangelo e Democrazia